Nine Eleven

di Simone Borri

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Sono passati 17 anni, ma sembra passata una vita, assai più lunga. Quando le Torri Gemelle furono inaugurate, nel 1973, si era nel bel mezzo del secolo americano, e sembrava impossibile che potesse mai finire. Quando furono tirate giù, l’11 settembre 2001 a un quarto d’ora di distanza l’una dall’altra, sembrò dapprincipio piuttosto un film di fantascienza, e ci mettemmo un bel po’ a renderci conto che con quel fumo, quel crollo e quelle povere sagome volanti che venivano giù dai grattacieli in fiamme era cominciato un secolo nuovo. Senza più alcuna certezza.

TorriGemelle180911-001Il ventesimo secolo era terminato dandoci l’illusione che addirittura un millennio di tribolazioni e di carneficine avesse finalmente trovato il suo punto di equilibrio e di pacificazione nelle mani della superpotenza U.S.A., che aveva vinto tutte le guerre (meno una, quella del Vietnam, ma era stata più una sconfitta morale che materiale, e con il tempo era parsa marginale) ed alla fine aveva imposto la pax americana ad un mondo che mugugnava, sì, ma alla fin fine ci si crogiolava volentieri.

Non era così. Mentre pensavamo queste cose, benedicendo o maledicendo gli Stati Uniti d’America e preparandoci ai festeggiamenti del Millennium Day, Al Qaeda addestrava i suoi piloti e li preparava a lanciarsi contro i simboli di quella superpotenza che d’improvviso si sarebbe scoperta padrona di nulla. In controllo di nulla. E noi con lei, volenti o nolenti.

bandieraamericana180911-001A Pearl Harbor, nell’ora più buia della marina e della nazione americana, era in realtà cominciata l’epoca in cui l’America sarebbe sembrata invincibile. 70 anni dopo, a Manhattan, in una circostanza e per cause tutto sommato abbastanza simili, l’America scoprì che poteva essere vinta, almeno temporaneamente, e addirittura sul suo suolo che era apparso fino a quel momento intoccabile.

Fino ad allora, il mondo si era spaccato in due tra chi provava gratitudine per gli Stati Uniti d’America e la loro lotta contro dittature crudeli a cui da soli non saremmo sopravvissuti, e chi provava semplicemente odio per loro, in parte avendolo ereditato dal nazifascismo sconfitto (ma non a livello inconscio, tanto da travasarsi nell’ideologia trionfante del comunismo, anche se all’apparenza diametralmente opposta e fino a quel momento avversata).

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Dopo che le Twin Towers furono ridotte a Ground Zero, il mondo si ritrovò spaccato in due tra chi voleva difendere la nostra civiltà a fianco degli U.S.A., considerandoli parte integrante ed essenziale di essa e sentendosi obbligato a restituire un po’ dell’aiuto ricevuto nell’ultimo secolo, e chi voleva prendere al balzo la nuova occasione per azzannare alle caviglie il gigante piegato in due.

E’ un dibattito che durerà fino a quando durerà il nostro tempo, e questa civiltà occidentale che ogni giorno sogna di essersi messa in sicurezza e di cavarsela con qualche integrazione razziale e qualche concessione alle altre culture, ed ogni giorno si accorge invece che dovrà combattere per sopravvivere contro l’aggressività e l’intolleranza di quelle culture e delle loro genti (affamate non di cibo ma di sangue, del nostro sangue così invidiato). E che potrà farlo, le piaccia o no, soltanto affiancando quegli Stati Uniti che avranno sì commesso tanti errori, strategici, tattici e di scelte politiche e morali contingenti, ma che sono da quando esistono l’unica nostra vera risorsa contro l’essere travolti da una barbarie a confronto della quale quella che travolse la prima nostra grande civiltà, l’Impero Romano, con il senno di poi sembra oggi una scampagnata di ragazzi scalmanati.

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Sono passati 17 anni, e mentre risuona la campana di Ground Zero nel silenzio di una nazione americana profondamente cambiata, ci scopriamo a nutrire gli stessi pensieri, le stesse inquietudini e a dividersi sulle stesse questioni. Gli U.S.A. nel frattempo hanno concluso due cicli storici. Il primo, quello di Bush jr., era stato quello della rappresaglia, della vendetta. Era ipocrita e presuntuoso pensare di esportare la nostra democrazia in casa di chi non sa neanche di cosa si tratti, avendo i suoi filosofi finora teorizzato ben altre forme di governo. Era giusto invece fermare le mani assassine di Manhattan, fossero state armate dal fantomatico Bin Laden o da chi altro per lui.

Il secondo ciclo è stato quello di Barack Obama. Dispiace dirlo, perché sembra un’offesa a Martin Luther King, a Malcom X, a Mohamed Alì, a tanti afroamericani di valore e a tutti gli afroamericani che aspettavano il loro momento. Ma Obama è stato di tutti i presidenti degli Stati Uniti il più incapace, quello che ha fatto più danni. Quello che voleva cambiare il mondo senza sapere in che mondo viveva. O forse sapendolo benissimo.

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L’America che adesso con Donald Trump cerca faticosamente di ritrovare se stessa, si accorge di aver perso – speriamo non irrimediabilmente – alcuni dei suoi valori fondanti. L’incapace ex presidente afroamericano guida la rivolta di una upper class democratica, liberal, radical-chic che a differenza del passato non accetta quel fair play anglosassone che è alla base della moderna democrazia, dai tempi di Tocqueville: chi ha vinto non è il presidente di tutti, da onorare come la bandiera e da seguire in pace e in guerra con lealtà, ma piuttosto un pazzo, un cretino, da abbattere con ogni mezzo, anche il meno legale o il più illegale possibile.

Barack Obama ha portato fuori dai ghetti neri l’incapacità di superare psicologicamente (malgrado la cravatta ostentata della Columbia University) schiavismo e segregazione, spaccando in due il sentimento americano. Ma la buona borghesia liberal che fa capo ai Clinton gli sta dando una mano decisiva, e per motivi ancora più abbietti. Se vincessero loro, i democrats, gli U.S.A. diventerebbero un paese qualsiasi. Come l’Italia, dove non a caso Obama & c. hanno i più forti sostenitori nel partito democratico locale, che applica le stesse tattiche per delegittimare il governo democraticamente eletto di Conte, Di Maio, Salvini. Un paese ripreso per i capelli quando già il nuovo Alarico ed i suoi Barbari bussavano alle porte. Un paese dove il terzo potere dello stato è asservito non agli altri due, ma addirittura ad una parte politica sbattuta fuori dagli altri due, e che tramite la giurisprudenza creativa di una magistratura che non a caso si definisce democratica tentano di rientrarvi.

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La campana di Ground Zero risuona oggi alle 9 del mattino (ore 15 ora italiana, l’ora in cui ognuno fu richiamato verso il più vicino televisore dalla notizia che a New York era successo qualcosa di spaventoso) in un paese che pur con immensa fatica sta cercando di ricordarsi di se stesso, dei suoi valori, di cosa c’era scritto nella sua Costituzione, e c’è ancora. Un paese a cui la parte migliore degli europei e degli italiani (se è onesta con se stessa) non può aver smesso di voler bene, essendogli profondamente grato.

Capita a tutti di avere dei dubbi, a volte, a proposito delle persone o delle cose a cui si vuole bene. Personalmente, quando mi capita a proposito degli U.S.A., risolvo la cosa facendomi un giro al World War II Cemetery di Falciani, alle porte di Firenze, o all’altro lungo i tornanti del Giogo, verso quella che era la Linea Gotica, l’ultima difesa di Hitler in Italia.

American World War II Cemetery, Falciani, Firenze

American World War II Cemetery, Falciani, Firenze

E come ogni volta, mi basta poco a ritrovare me stesso e gli amici a cui voglio bene (e ne vorrò sempre loro in questa vita), osservando con l’immancabile groppo alla gola quella distesa di croci bianche. Al di sotto delle quali dormono per sempre quei ragazzi che 70 anni fa, poco prima che io nascessi, vennero fino a qui per permettere a me e a tutti noi altri di nascere in un mondo migliore.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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