20. Il giorno che la Curva diventò Firenze

di Simone Borri

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Alla fine, ogni rivoluzione termina con una normalizzazione, e viene il tempo della gestione. Di un mondo nuovo, in parte cambiato come si desiderava, in parte come si è stati costretti a cambiarlo.

A Firenze, dissipati gli echi rabbiosi ed i fumi della contestazione che avevano accompagnato la fine dei giorni dei Pontello e poi smorzatisi i canti euforici che avevano accompagnato l’inizio di quelli dei Cecchi Gori, ci si trovò con quello che restava tutti gli anni, tra la fine di agosto ed i primi di settembre: i primi temporali di fine estate e l’inizio di un nuovo campionato. Puntuale, certo, inesorabile come l’inizio dell’anno scolastico.

Mario Cecchi Gori, per rilevare la maggioranza delle azioni viola, aveva dovuto sottostare ad alcune condizioni: la prima era che Baggio ormai era a tutti gli effetti un giocatore della Juventus e che per sostituirlo la stessa Juventus ci avrebbe graziosamente prestato per un anno il ragazzino di promettente talento Massimo Orlando. Carta ormai – purtroppo – cantava.

La seconda era il nuovo allenatore, così benvoluto in patria per aver selezionato il peggior Brasile della storia (quello che a Italia 90 era stato buttato fuori negli ottavi dall’Argentina di Maradona, la peggiore combinazione possibile per i carioca) che era venuto direttamente a Firenze dopo il rompete le righe post-mondiale. Peggio di lui in quanto a immagine, al mondo in quell’estate esisteva soltanto la famiglia Pontello.

Marius Lăcătuș era un oggetto misterioso. Nella Romania ai mondiali aveva giocato benino, ma non era sembrato un talento alla George Hagi, tanto per intendersi. Difficile che potesse fare la differenza, e comunque ormai era stato acquistato e la Cecchi Gori Productions doveva sorbirselo.

Di Massimo Orlando abbiamo detto, e in testa a quel povero ragazzo incombeva il compito di far dimenticare l’indimenticabile. Quel Baggio che lasciava un vuoto enorme non soltanto nel centrocampo viola. Sfruttando i buoni rapporti di Mario con Berlusconi, i Cecchi Gori riportarono a Firenze quel Borgonovo che aveva lasciato tanti cuori infranti partendo per la casa madre a Milano due anni prima (anche se tornava con i postumi di vari infortuni e soprattutto privo della garanzia degli assist di Baggio). E portarono anche quel Diego Fuser che avrebbe dato un minimo di sostanza a quel centrocampo da reinventare. Oltre ad una grande, grandissima soddisfazione a tutta la città.

Il resto della squadra era quello del crepuscolo dei Pontello. Quella che si era salvata all’ultima giornata, e che si ripresentava senza punti di riferimento, a parte il carattere e la classe di Dunga, ai nastri di partenza di una nuova stagione. Con la voglia, auspicabile, di dimostrare che non era stata soltanto Baggio. Sotto il viola c’era stato di più.

L’esordio sembrò dire il contrario. A Roma, sulla sponda giallorossa, i Lazaroni boys ne presero subito quattro, e si capì che nonostante entusiasmi e programmi di rifondazione quell’anno migliorare il dodicesimo posto dell’anno precedente sarebbe stato un pio desiderio. A parte un 4-0 (stavolta all’attivo) a Pisa che più che altro dette soddisfazione ai tifosi perché ottenuto in un derby che negli ultimi anni si era arroventato grazie ai cattivi rapporti con il patron locale, Romeo Anconetani, la Fiorentina arrivò alla fine del girone di andata con pochissime vittorie, diversi pareggi ed altrettante sconfitte (alla fine sarebbero state undici).

Alla settima giornata, dopo una figuraccia a Napoli, Marco Landucci fu il primo a pagare nel nuovo corso, lasciando il posto tra i pali viola a quel Gianmatteo Mareggini che si sarebbe rivelato di lì a poco un predestinato. Nell’immediato, tuttavia, dispiaceva la prevedibile conclusione del ciclo viola del ragazzo che aveva sostituito dignitosamente un mostro sacro come Giovanni Galli dopo il suo trasferimento al Milan.

Massimo Orlando era uno dei ragazzi viola che giocava bene, secondo una definizione che sarebbe stata coniata più avanti. Ma sostituire Baggio era proibitivo. Per tutta la squadra si trattò di arrancare nelle zone poco tranquille della classifica, portando in fondo un campionato che avrebbe confermato alla fine il risultato del precedente: dodicesimo posto, da dimenticare in fretta.

Il primo anno dei Cecchi Gori era segnato. La società già programmava quello successivo, e aveva idee niente male, come vedremo. Ma la gente viola aveva nell’immediato altri programmi. La gente aspettava una partita sola, capace di dare un senso alla stagione e a tutto quello che era successo prima. Quella partita.

Quell’anno, Fiorentina – Juventus era un match che non valeva doppio, come di consueto. Ma bensì triplo, quadruplo, dieci volte di più. Quell’anno gli juventini arrivavano a Firenze con Roberto Baggio in maglia bianconera, per sbatterlo in faccia a una città che – nella sua sofferenza – non si era rassegnata. E che quella volta decise di reagire con una manifestazione di signorilità fiorentina d’altri tempi, offrendo non solo ai torinesi ma a tutto il mondo uno spettacolo che non avrebbero dimenticato più.

Nacque così la coreografia, diventata leggendaria, dei monumenti di Firenze stilizzati color viola, che significava: noi abbiamo questo, lo abbiamo sempre, voi non lo avrete mai, anche se vi siete presi uno scudetto, una Coppa UEFA ed il nostro miglior giocatore.

Per una volta, Firenze ritrovava la sua grandezza ormai sepolta dai tempi di Lorenzo il Magnifico. La Juve che arrivava era quella presuntuosa del calcio champagne di Maifredi (che si sarebbe rivelato un fallimento totale), ma che oltre alla consapevolezza del proprio peso politico e al talento di pochi campioni (oltre a quello portato via da Firenze) aveva ben poco da mettere in campo. Da parte viola, quel giorno il pubblico fu il dodicesimo e anche il tredicesimo uomo, e sospinse gli undici in campo in maglia viola all’impresa.

Segnò Diego Fuser al ’41 del primo tempo, e fu un gol che parve un segno del destino. La sua punizione dal limite venne battezzata fuori con un po’ di presunzione dal portiere juventino Tacconi, invece andòa sbattere sul palo e di lì in rete. Il Comunale era già una bolgia, a questo punto diventò un girone infernale.

Nella ripresa fu battaglia. Baggio non era lui, non toccava palla, l’emozione evidentemente lo attanagliava. E quando a metà ripresa l’arbitro concesse l’immancabile rigore generoso ai bianconeri, quella emozione finì per travolgerlo. D’improvviso, in campo era rimasto solo lui, con addosso gli occhi di tutto lo stadio, di entrambe le tifoserie. Non ce la fece. Come già aveva rifiutato di indossare la sciarpa della Juve alla prima conferenza stampa a Torino, così stavolta rifiutò di tirare il rigore contro la sua ex squadra. Sul dischetto andò De Agostini. Mareggini fu l’uomo del destino, e neutralizzò il suo tiro guadagnandosi un posto nel Corridoio Vasariano.

La Juve finì in ginocchio, sottomessa e sbeffeggiata. Baggino venne sostituito (guadagnandosi quel giorno la disistima dell’Avvocato Agnelli, che di lì a poco l’avrebbe pubblicamente battezzato come coniglio bagnato), e precedette di poco negli spogliatoi i suoi compagni, sconfitti senza possibilità di appello.

RobertoBaggio180915-001Il suo rientro mesto e a passi lenti regalò a Firenze un’altra soddisfazione. Resta negli occhi di tutti l’immagine del giocatore con il codino, vestito di bianconero, che poco prima di rientrare negli spogliatoi si china a raccogliere una sciarpa viola gettatagli dal pubblico.

L’ultimo omaggio di Roberto Baggio, uno dei suoi ultimi e più grandi artisti, alla città di Firenze.

 

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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