Non smettere di correre, Niki

di Simone Borri

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Avevamo rievocato due giorni fa il terribile incidente del Nurburgring, quel pomeriggio del 1° agosto 1976 in cui Niki Lauda rimase intrappolato nella sua Ferrari 312T2 in fiamme rinnovando ai nostri occhi l’orrore e l’angoscia di altri incidenti che fin dalla sua nascita avevano fatto della Formula 1 lo sport più drammatico ed esigente, in termini di vite umane.

Il pilota dagli occhi di ghiaccio, malgrado la prontezza di riflessi dei suoi soccorritori Merzario, Ertl, Edwards e Lunger, rimase intrappolato nella lamiera e nel fuoco per quaranta secondi. Che non furono sufficienti a togliergli la vita, ma lo furono a deturpargli irrimediabilmente il volto, e a lesionare altrettanto irreparabilmente i suoi polmoni, insieme ad altri organi interni.

Il mondo si appassionò e commosse per il suo ritorno alle corse dopo appena 40 giorni, dopo essere stato tra la vita e la morte per i primi 4. Il mondo si impressionò per la sua scelta di ripresentarsi con il volto straziato davanti a tutti, ma in qualche modo comprese ed apprezzò il suo coraggio. Il mondo gli batté le mani per il suo secondo titolo mondiale due anni dopo, nel 1977, così come gliele aveva battute l’anno prima al Fuji, quando il coraggio gli era comprensibilmente venuto meno e si era ritirato sotto la pioggia torrenziale lasciando il titolo al rivale James Hunt. Il pilota di ghiaccio aveva dimostrato di essere un uomo come tutti gli altri. Anzi, forse, più di molti altri.

Niki Lauda era tornato a correre nel 1984, giusto il tempo per vincere un altro mondiale, stavolta con la McLaren. Era rimasto nella stima dei ferraristi (che avrebbero dovuto attendere vent’anni ed il suo alter ego Michael Schumacher per esultare di nuovo), se non nel cuore. Molti, come Enzo Ferrari, non si erano appassionati al suo modo di correre e di essere. Ma tutti lo avevano riconosciuto come uno dei più grandi di sempre.

Adesso Niki corre contro il tempo di nuovo. Ricoverato all’ospedale viennese AKHL a seguito di un trapianto di polmoni, le sue condizioni sono giudicate gravissime. I suoi sessantanove anni ed i postumi di quel terribile incidente non aiutano a sciogliere la prognosi e a nutrire speranze. L’influenza che lo ha colto a Ibiza, dove l’attuale presidente onorario del Team Mercedes e proprietario della Lauda Air era in vacanza, non sembrava così grave. A non aver fatto i conti con un organismo che era uscito dalle fiamme del Nurburgring compromesso per sempre.

Niki aveva già affrontato nel 1997 e nel 2005 interventi importanti, tra i quali un trapianto di reni. Aveva rivissuto la propria storia ed il proprio dramma pochi anni fa, allorché il film Rush di Ron Howard aveva raccontato con dovizia impietosa di particolari la sua carriera, la sua tragedia, la sua lotta per continuare come se nulla fosse stato. Aveva detto di aver compreso soltanto allora, scorrendo i fotogrammi del film, il significato esatto di ciò che gli era successo.

Ora è fermo in un letto di ospedale come quell’altro figlio del vento che dopo vent’anni era riuscito a ripeterne le gesta. Niki Lauda e Michael Schumacher, i piloti di ghiaccio che il destino beffardo ha sciolto, due tra i più fulgidi capitoli della grande storia della Ferrari sono in fin di vita.

Non abbiamo più voglia di veder correre. Se non per riportare indietro l’orologio di un tempo maledetto che non si ferma.

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Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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