Marcinelle, una tragedia italiana

di Simone Borri

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Minatori italiani in Belgio, anni 50

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Il pozzo in fiamme, lì sotto quasi 300 italiani intrappolati

E’ l’articolo che non ho ancora avuto lo stomaco di scrivere. Ogni anno, l’8 di agosto, mi accingo a farlo, e poi regolarmente rinuncio. Mi fermo sempre al titolo, composto di una sola parola, quella che da 62 anni tutti pronunciano con malcelato orrore. Un nome che tocca corde profonde e dolorosamente sollecitate da tanto tempo e che lo saranno per tanto tempo a venire, almeno finché non si sarà estinta o stemperata la nostra memoria storica. Per chi la possiede, ovviamente.
Se Vajont è sinonimo di disastro ambientale oltre ogni immaginazione, Marcinelle è diventato sinonimo di tragedia della povera gente, altrettanto inimmaginabile. L’incendio che scoppiò l’8 agosto 1956 nella miniera di Bois du Cazier presso la località belga, con i suoi 262 morti intrappolati nelle profondità della cava in gran parte italiani, non fu nemmeno il più grande disastro del genere. A Monongah, Virginia occidentale, nel 1907 ne morirono almeno il doppio, e anche a Dawson, New Mexico, nel 1913 lo score fu tragicamente più alto.
Ma si trattava di epoche pionieristiche, di luoghi lontani, delle disgrazie e del loro orrendo bilancio in termini di vittime avevano saputo solo in pochi. I familiari e coloro che leggevano il giornale, in un’epoca in cui l’analfabetismo era una causa altrettanto grande della povertà nel determinare quelle condizioni di vita disperate che spingevano tanti nostri connazionali a cercare fortuna all’estero.
Marcinelle fu un’altra faccenda. Nel dopoguerra, terminata la ricostruzione e non avendo ancora visto prendere il via il boom economico, gli italiani che emigravano erano sempre tanti, ma adesso le loro storie erano raccontate dalla radio e dalla nascente televisione. La sciagura sotterranea del Bois du Cazier ebbe una copertura mediatica a cui non poté sottrarsi nessuno, fu la prima ad essere raccontata in mondovisione, praticamente.
E Marcinelle rimase nel nostro vocabolario come un nome maledetto, da sussurrare con rabbia e terrore. Sentimenti rinnovati e rinfocolati quando alla metà degli anni novanta la località belga tornò alla ribalta della cronaca per essere stata il teatro d’azione del mostro Marc Dutroux, il pedofilo che aveva torturato e ucciso quattro ragazzine ed a cui altre due erano sfuggite per miracolo. Per ironia della sorte, Dutroux era nato proprio in quel 1956 maledetto, a pochi mesi di distanza dal giorno dell’incendio nella miniera. Agli italiani che ascoltavano i resoconti di quel nuovo orrore, Marcinelle suonava come l’eco di altro orrore, infinitamente – da un punto di vista esclusivamente numerico – più grande.
20729584_1979890575355156_4308107887610520238_nFu la tragedia che riaccese la luce dei riflettori su un’altra tragedia, che fu il culmine di un dramma sociale epico in atto da almeno un secolo. L’emigrazione verso le Americhe o quelle zone del continente europeo dove c’era lavoro fu un fenomeno dolorosissimo per chi vi era costretto e per chi rimaneva, uno stillicidio di sofferenze indicibili, di famiglie separate per sempre, di vite disperse, spezzate, quasi mai gratificate dalla buona sorte. Per chi vuole avere un’idea delle dimensioni di questo fenomeno e non ha, o non ha più, in famiglia l’opportunità di ascoltarne la storia dalla testimonianza diretta di qualche parente, c’è il Museo all’interno dell’Altare della Patria a Roma. Un’esperienza struggente, che ognuno dovrebbe fare almeno una volta.
La storia della tragedia di Marcinelle, di come andò il destino di quei 262 italiani sepolti vivi nella miniera, la racconterò un’altra volta per chi non la sa (sempre di più, con lo scorrere delle generazioni ed il progredire di una pubblica istruzione ormai diventata distruzione). Non ce la faccio, non ho lo stomaco neanche quest’anno. Mi dispiace e me ne scuso, prima o poi colmerò anche questa lacuna.
20728084_1979890612021819_4823194360384931168_nMa una cosa voglio dirla, forte e chiara, perché questa è una rabbia che non può restare in silenzio, soffocata nelle pieghe di un nome che a cadenza annuale viene sussurrato di nuovo con inquietudine (sempre più attenuata), per poi tornare nel’oblio del nostro calendario.
Per favore, quando vediamo per la strada questi signori che passeggiano ben pasciuti e mai indaffarati, vestiti da capo a piedi di capi firmati, con le cuffiette dell’iPod alle orecchie e con l’iPhone in mano, che non senta dire a nessuno per favore che «anche noi eravamo come loro, anche noi siamo stati migranti».
A Marcinelle avrebbero voluto avere almeno le cuffiette, per poter parlare un’ultima volta con chi delle loro famiglie aspettava in superficie ora dopo ora, notizia dopo notizia, in preda a una disperazione destinata a diventare definitiva, e che da allora non ha più avuto pace.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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