In loving memory

di Simone Borri

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Quattro anni fa se ne andava Robin Williams. Ripubblichiamo.

12 agosto 2014

Robin Mclaurin Williams era capace di strappare un sorriso a un sasso. Ma alla fine la cosa più difficile in questa vita è riuscire a far sorridere se stessi, quando di sorridere proprio non se ne ha più voglia.

Chissà cosa ti è successo, vecchio amico che per tanto tempo hai allietato i nostri cuori senza forse dare sollievo al tuo. Come Marylin, alla fine ti sei trovato solo a casa una notte in cui la vita era un peso troppo grande. Sia stata la tua disperazione, o qualcuno che le ha dato una mano, non lo sapremo mai. Adesso sei davvero un professore tra le nuvole, come quel Flubber che mio figlio ha visto e rivisto cento volte. O prigioniero per sempre di una favola, come in quel gioco travolgente, Jumanji, che il mio bambino si riguardava un giorno sì e quell’altro pure gustandosi all’infinito la tua capacità di cavalcare la follia imbizzarrita di quella grande assurdità che è la vita, che solo ad un bambino può appunto apparire affascinante come un film a lieto fine.

Io piuttosto mi commuovevo alle ultime parole di Adrian Cronauer, alle note struggenti di What a wonderful world con cui si chiude Good Morning Vietnam, il film che dette a te la prima consacrazione e a me la consapevolezza che la storia non era come ce l’avevano raccontata. Ma molto più seria e insieme molto più divertente.

Mi commuovevo all’addio degli studenti al professor John Keating. Quel loro salire sui banchi per vedere il mondo da una prospettiva diversa. Quella loro rivolta e quella vittoria finale del Capitano, mio capitanoL’attimo fuggente era quello della nostra vita adulta che stava trascorrendo senza che avessimo capito niente né di Ralph Waldo Emerson e della sua Dead Poets Society né del resto di quello che ci stava succedendo intorno, proprio mentre il mondo cambiava per sempre.

Mi commuovevo quando il segretario delle Nazioni Unite Botha ti annunciava che la tua domanda di appartenenza alla razza umana era stata finalmente accolta. E tu, Andrew Martin, che dagli archivi della U.S. Robotics risultavi essere stato acceso alle 17,00 del 3 aprile 2005, potevi finalmente morire da essere umano come avevi sempre sognato, poche ore prima di compiere 200 anni. Perché era proprio quello che dava un senso alla tua vita. Poter finalmente morire.

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E io piangevo come un cretino, perché mio padre era morto per davvero da poco, e nella scena in cui saluti il tuo padrone e ti si spezza il cuore per il fatto di non essere programmato per piangere, il tuo volto espressivo che riusciva a riprodurre quello di un robot drammaticamente privo di espressione faceva da contraltare al mio, che invece lottava continuamente per nascondere lo strazio che provavo. Ho amato quel film più di ogni altro che abbia mai visto, e ti ringrazio anche soltanto per quello, amico mio, nonostante tutti i capolavori in cui hai recitato prima e dopo.

E mio figlio intanto rideva, dietro alle peripezie di Flubber, di Jumanji, come avevo riso io quando ti vidi apparire nelle vesti di Mork, l’alieno che ripeteva Nano Nano. Uno dei tanti telefilm della nostra infanzia spensierata, che al pari di Happy Days era il preludio di grandi carriere e di storie molto più serie.

E ora? C’è qualcosa di strano che non riesco ad afferrare in questa tua partenza così brusca. Non é il ricordo di un uomo che riusciva a far sorridere anche i sassi e per cui adesso si dovrebbe piangere. Non sono le parole di quella poverina, Susan Schneider, la tua terza ed ultima moglie, che ha chiesto rispetto per una privacy che nessuno rispetterà. La pietà per una povera donna che stanotte e le prossime notti avrà la parte peggiore. Lasciata sola a chiedersi perché il suo amore per te non è bastato. Perché la tua disperazione era più forte. Perché te ne sei andato così. O Dio solo sa come.

No, c’è qualcos’altro, e navigando in rete alla fine l’ho trovato. L’ho capito. Avevo provato una sensazione simile tanti anni fa, 30 per la precisione, quando se ne andò John Belushi. E guarda caso, cosa scopro? Che eri un suo grande amico, e che eri presente la notte in cui lui perse il suo legame con il mondo, come te due notti fa, e quella sciagurata gli somministrò la dose letale. Tu eri lì, uno degli ultimi a vederlo.

C’è chi sostiene che non si sfugge al proprio destino. O Kharma, o come diavolo lo si vuol chiamare. Tu eri lì, e alla fine quel male di vivere (nessuno di voi aveva letto Pavese, ma non ne avevate bisogno) ha reclamato anche te. Che cosa ti ha spinto sulle orme del tuo amico John, fino a riabbracciarlo su quella nuvola su cui stasera chissà che amene sciocchezze state dicendo facendo ridere tutto il Paradiso a crepapelle, non lo sapremo mai.

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Hai fatto un gran casino, Robin Mclaurin Williams. Da Mrs. Doubtfire a Jumanji all’Uomo dell’Anno a Peter Pan, ci vorrà un sacco di tempo per rimettere a posto. Ma in fondo, chi ne ha voglia? Basta vedere una tua foto per scoppiare a ridere, anche adesso che si dovrebbe piangere. E questo ha dato e continuerà a dare un gran senso alla tua esistenza.

Ti sia più lieve la terra di quanto forse ti è stata la vita.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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