Die Mauer

di Simone Borri

MuroBerlino180813-001

Il Muro. Per i bambini la cui infanzia era stata spazzata via dalla Seconda Guerra Mondiale, in qualche modo era la punizione che la Germania si era meritata per le sue malefatte. Comunque uno la pensasse, sia che il suo cuore battesse per l’Ovest che per l’Est, la volontà di potenza dei nazisti e dei loro alleati aveva causato l’ascesa delle superpotenze. Che si erano vendicate ed avevano fatto giustizia a modo loro, mettendo sotto controllo il mondo, spartendoselo e rendendolo innocuo sotto la Cortina di Ferro che aveva la sua cerniera lì, a Berlino.

Per noi bambini nati nel dopoguerra, nel boom economico, i baby boomers, era qualcosa di scontato. Un segno del passato, testimone delle malefatte compiute dai grandi prima che nascessimo. Il mondo l’avevamo trovato così, diviso in due. A noi nati all’Ovest sembrava che potesse funzionare, di cosa pensavano quelli dell’Est non sapevamo nulla. Sapevamo solo che il Comunismo era il male della nostra epoca, come il Fascismo lo era stato di quella precedente. E dunque, quel Muro finiva per essere in qualche modo rassicurante.

Fu costruito in una sola notte, almeno nelle sue strutture essenziali. Con l’efficienza tipica dei tedeschi, di qualunque colore siano le loro uniformi e comunque si chiami il loro Reich, la mattina del 13 agosto 1961 avevano tirato su dal nulla una nuova Grande Muraglia, almeno nelle sue grandi linee strutturali, che delimitava inizialmente il confine tra Berlino Est e Berlino Ovest e che una volta ultimato separò definitivamente la Repubblica Democratica Tedesca dalla Repubblica Federale di Germania per una estensione in lunghezza di oltre 150 chilometri.

Il retso lo fece la Volks Polizei, i famigerati Vopos che sparavano a tutto ciò che si muoveva nei dintorni del Muro, rendendolo quasi invalicabile. La Cortina di Ferro calò definitivamente sulla Germania (per quanto se lo fosse meritato) e sul mondo il 13 agosto 1961. La tragedia della Guerra Fredda ebbe da allora in poi il suo momento culminante lungo il confine tra quei due mondi separati, a far comunicare i quali per 28 anni rimase soltanto il Checkpoint Charlie.

State lasciando il settore americano, diceva il cartello posto dal lato occidentale. Era un confine letterario e cinematografico, perché tutte le nostre visioni di quella guerra soprattutto di spie erano ambientate lì. Spie che venivano dal freddo, come quelle di John le Carré, o che dovevano tornarci, come quelle del Ponte delle spie di Steven Spielberg.

Era un confine romantico, perché era lì che John Fitzgerald Kennedy aveva gridato, nel suo tedesco stentoreo, le parole Ich bih ein berliner!, ed il mondo era stato a sentirlo, o così almeno pareva. Quel Muro opprimente, sinistro, grondante sangue era sembrato di breve durata perché JFK e Nikita Kruscev erano arrivati poco dopo, intenzionati a tirarlo giù. In realtà di breve durata erano state le loro vite.

Era un confine sinistro e nebuloso, perché erano pochi quelli che potevano oltrepassarlo, ritornando dalla nostra parte con le informazioni a proposito di ciò che succedeva di là. Lo davamo per scontato, ancora nel novembre 1990 quando era ormai crollato da un anno e le due Germanie si stavano riunificando c’era chi lo rimpiangeva, come il senatore Andreotti che avrebbe detto di «amare a tal punto la Germania da desiderarne addirittura due». E quante volte lo abbiamo rimpianto perché, come il Limes dell’Impero Romano, una volta abbattuto abbiamo scoperto che non c’era più niente che ci proteggesse da invasioni a non finire.

Era un confine ideologico prima ancora che geografico, perché non sapevamo realmente nulla di come si stava di là. Delle famiglie divise in due per quasi trent’anni, della tragedia delle vite spezzate in corso, che continuò imperterrita anche dopo la costruzione del Muro, se è vero che le vittime del tentativo di scavalcarlo alla fine furono più di 5.000. Segno che di là tanto bene non si stava, con buona pace della propaganda comunista di allora e dopo.

La Porta di Brandeburgo

La Porta di Brandeburgo

Quando fu aperta la prima breccia, il 9 novembre 1989 – pare per un disguido di comunicazione tipico di tutti i regimi in rotta: i Vopos non sapendo che fare in mancanza di direttive, sotto la pressione della folla scelsero di aprire le porte, la soluzione più semplice – sembrò un fatto epocale. Come la bomba atomica, lo sbarco sulla luna, internet, cose che cambiano il mondo velocemente ed in maniera irreversibile e irriconoscibile. Lo davamo per scontato insieme al mondo che delimitava e regolamentava, al mondo che cominciò il giorno dopo non eravamo pronti, scoprimmo ben presto, e forse non lo siamo tutt’ora.

Tutti vanno a Berlino liberamente adesso (e si comprano pezzi di Muro sulle bancarelle). Nessuno forse ha più voglia di gridare Ich bihn ein berliner.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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