Stanley Kubrick, Odissea nel Cinema

di Simone Borri

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Avrebbe compiuto 90 anni in questi giorni, a poche settimane di distanza dal 50° compleanno di quella che, tra tanti suoi capolavori, può essere giudicata la sua opera capolavoro per antonomasia.

Stanley Kubrick era nato a New York il 26 luglio 1928, e la sua vita aveva preso un indirizzo irreversibile il giorno che suo padre gli aveva regalato una macchina fotografica, per il suo 13 compleanno. Fotografo di precoce successo per la rivista Look, l’adolescente Kubrick scoprì presto la sua passione definitiva, quella in cui il suo talento figurativo visionario poteva meglio estrinsecarsi, diventando frequentatore fisso (cinque giorni alla settimana) della sala di proiezione del Museum of Modern Arts, dove il cinema lo fece innamorare perdutamente.

Il giovane Stanley, che sarebbe passato alla storia non a caso oltre che per i suoi film anche per un aforisma che parafrasava quello di un altro genio a lui limitrofo come Walt DisneySe può essere scritto, o pensato, può essere filmato»), cominciò a produrre opere innovative anche se di scarso successo commerciale. Ma si mise fin da subito in luce per la cura maniacale con cui seguiva tutti gli aspetti della produzione, dalla regia al montaggio alla trasposizione su pellicola.

Un giovane Kubrick, a 20 anni già fotografo per la rivista Look con la sua Leica III

Un giovane Kubrick, a 20 anni già fotografo per la rivista Look con la sua Leica III

Il successo, sfiorato con Orizzonti di Gloria e quella macchina da presa che scivola lungo le trincee francesi della prima guerra mondiale in piano sequenza, arrivò nel 1962 con Lolita, trasposizione – riveduta e corretta nei dialoghi completamente riscritti perché poco cinematografici – del best seller di Vladimir Nabokov. E poi l’anno seguente con il Dottor Stranamore – Ovvero: come ho imparato a non preoccuparmi e ad amare la bomba, che riuscì in maniera originale, al tempo stesso con rigore storico e iconoclastia demenziale, a mettere in scena in modo irresistibile e inquietante la principale fobia dell’epoca: la paura dell’olocausto nucleare implicita nella Guerra Fredda.

Il più geniale regista di quel secolo che aveva visto la consacrazione del cinema come Decima Arte, il ventesimo – almeno fino all’avvento di Steven Spielberg, ebreo immaginifico come lui, un altro che avrebbe girato i suoi film prima nella propria testa di visionario e poi dietro la macchina da presa («Io di mestiere sogno», è il suo aforisma prediletto) -, avrebbe in seguito prodotto capolavori su capolavori, non temendo il confronto con la letteratura, anzi abbeverandosene.

Così, Arancia meccanica avrebbe reso giustizia al romanzo di Anthony Burgess, Barry Lindon avrebbe riprodotto un diciottesimo secolo che non aveva nulla da invidiare a quello descritto da William Makepeace Thackeray, Shining avrebbe evocato l’orrore con la stessa forza immaginifica della penna del re dell’orrore Stephen King.

Con Full Metal Jacket avrebbe reso sullo schermo una delle tante memorie della tragedia nazionale americana, la guerra del Vietnam raccontata dall’ex marine Gustav Hasford nel libro Nato per uccidere, facendone un indimenticabile ed ineguagliato apologo contro la guerra in generale, rappresentata in tutta la sua violenza disumana senza risparmio di dettagli.

Peter Sellers diretto da Kubrick in Doctor Strangelove, 1963

Peter Sellers diretto da Kubrick in Doctor Strangelove, 1963

E finalmente l’incontro con il suo erede, Steven Spielberg, sul set di A.I. Intelligenza artificiale di cui egli sarebbe stato lo sceneggiatore e Spielberg il regista. Dal romanzo di uno dei padri della fantascienza, Brian Aldiss, la parabola del bambino robot avrebbe commosso e nello stesso tempo inquietato il mondo quanto e più di qualsiasi altra visione del regista newyorchese, a cominciare dalla bomba atomica di Stranamore. A Spielberg, Kubrick aveva nel frattempo e a malincuore lasciato campo libero per un altro progetto che gli stava a cuore, la narrazione della Shoah, a causa di quella Schindler’s List che aveva reso di fatto superflua la sua trasposizione del romanzo-documento Wartime lies di Louis Begley.

Ed infine, l’ultimo film, di cui il cedimento del suo cuore a soli 70 anni gli avrebbe impedito di vedere l’uscita nelle sale cinematografiche: Eyes Wide Shut, trasposizione del Doppio sogno di Arthur Schnitzler.

Stanley Kubrick, il più grande regista del ventesimo secolo, non ha mai vinto un Oscar, ed è la storia più incredibile da raccontare, più assurda di qualunque assurdità da lui magicamente rappresentata sullo schermo. Ma ci ha lasciato capolavori immortali, il più grande dei quali è probabilmente quello che abbiamo lasciato da parte per ultimo. Che divide non solo la sua carriera ma anche la storia del cinema, della letteratura scientifica e di fantascienza, e forse la stessa storia dell’umanità, in due parti.

Jack Nicholson, straordinario interprete dello Shining di Kubrick/King

Jack Nicholson, straordinario interprete dello Shining di Kubrick/King

C’é un prima e un dopo 2001 Odissea nello Spazio, visione poetico-fantascientifica che, senza mostrare minimamente i segni del tempo, compie quest’anno 50 anni. Era il 1968, l’uscita nelle sale americane avvenne ad aprile, in quelle italiane a dicembre. E dopo, il mondo non fu più lo stesso. Un anno dopo, lo sbarco dell’Apollo 11 sulla Luna rischiò di sembrare un film già visto (e qualcuno sostiene, nel campo dei cosiddetti complottisti, che non sia mai avvenuto nella realtà, ma sia stato girato appunto da un maestro della macchina da presa come Kubrick). Le passeggiate nello spazio di David Bowman e Gary Poole, i due astronauti che prima guidati e poi combattuti dal computer HAL 9000 attraversano con il loro viaggio interstellare l’epopea di 2001, erano sembrate più affascinanti, nel loro technicolor, di quelle poi condotte nel Mare della Tranquillità lunare da Neil Armstrong e Buzz Aldrin, nel bianco e nero televisivo che ancora dominava al di fuori degli States.

2001, tratto da una sceneggiatura di un altro padre della fantascienza, Arthur C. Clarke, e destinato ad ispirare tutta la fantascienza successiva a cominciare da quelle Star Wars che George Lucas avrebbe prodotto pochi anni dopo, è una metafora dell’evoluzione umana e della condizione dell’uomo stesso rispetto alle frontiere postegli davanti dalla propria esistenza e dalla propria collocazione nell’universo. La scelta della parola Odissea per il titolo è sintomatica: è il mito di Ulisse che si rinnova, all’infinito e verso l’infinito.

Anche se fin dalla sua uscita commentatori, critici ed esegeti si sono sbizzarriti a ricostruirne la filosofia e a decrittarne i messaggi, Kubrick non ha mai fatto mistero di aver inteso realizzare un’opera essenzialmente visiva, che desse allo spettatore suggestioni e sensazioni, più che sollecitarlo a trovare significati profondi.

Stanley Kubrick dirige Keir Dullea, il David Bowman di 2001, a space odissey

Stanley Kubrick dirige Keir Dullea, il David Bowman di 2001, a space odissey

La scimmia che all’alba della vita intelligente impara l’uso dell’osso come utensile/arma, e da lì comincia il suo viaggio per dominare prima il suo pianeta e poi piegare la natura ed il cosmo al proprio ingegno, spingendosi sempre più lontano nel processo dell’evoluzione; la comparsa del misterioso monolite in coincidenza di ogni salto di qualità di quella evoluzione; la proiezione umana al di là della barriera dello spazio sembrata invalicabile fino a poco tempo prima, per millenni; l’avvento dell’intelligenza artificiale (leggenda vuole che la sigla HAL sia stata ottenuta utilizzando un acronimo composto dalle lettere immediatamente precedenti nell’alfabeto quelle che danno la sigla IBM) con tutte le sue implicazioni che ne fanno con la stessa facilità un ausilio difficilmente rinunciabile per l’essere umano, e nello stesso tempo un potenziale nemico, un pericolo che può diventare mortale; l’evoluzione dell’ultimo astronauta ormai giunto sulla meta/esilio di Giove, dove regredisce allo stato infantile, o piuttosto si evolve in qualcosa di nuovo, il bambino delle stelle, un nuovo stadio darwiniano; tutto ciò fa del film forse più importante della storia del cinema, quello con cui il cinema si dovrà inevitabilmente confrontare per chissà quanto tempo a venire, un inevitabile paradigma filosofico, per chi non riesce ad uniformare le proprie sensazioni a quelle di un ragazzino che a tredici anni aveva ricevuto in regalo una macchina fotografica Leica e con quella e su quella aveva cominciato a sognare.

Oppure, ne fa semplicemente (con quella semplicità che è prerogativa esclusivamente del genio) uno spettacolo che si rinnova senza troppi perché per tutti quei bambini rimasti tali negli ultimi cinquant’anni, sempre pronti ad accorrere o a ritornare al cinema ogni volta che, come un vecchio cantastorie senza tempo, il richiamo di nomi come Kubrick, Spielberg, Lucas li attira senza possibilità né voglia alcuna di resistere.

L'alba dell'uomo....

L’alba dell’uomo….

«Ognuno è libero di speculare a suo gusto sul significato filosofico e allegorico del film. Io ho cercato di rappresentare un’esperienza visiva, che aggiri la comprensione per penetrare con il suo contenuto emotivo direttamente nell’inconscio.»

(Stanley Kubrick)

«Il capolavoro è 2001: Odissea nello spazio, uno dei miei film preferiti, in cui tutto è scientificamente esatto e immaginato partendo dal possibile. È veramente l’apice della fantascienza»

(George Lucas)

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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