Magliette rosse di vergogna

di Simone Borri

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Alcune celeberrime magliette rosse

Sarà anche uno dei tre colori della nostra bandiera, ma decisamente il rosso non è quello al di sotto del quale pulsano cuori in cui albergano sentimenti positivi verso il nostro popolo e la nostra patria. Le camicie e le magliette rosse hanno sempre, o quasi, rivestito militanti di formazioni culturali e/o politiche asservite a interessi di altri paesi, di potenze straniere. Triste da constatare, ma è così.

Soltanto una volta, la prima e l’ultima, la stoffa rossa fu scelta per dare un uniforme a chi amava talmente l’Italia da partire verso l’ignoto contro ogni logica e saggezza per andare a farla. I Mille che salparono da Quarto diretti a Marsala a bordo del Piemonte e del Lombardo ed agli ordini del comandante Giuseppe Garibaldi, l’uomo a cui più di ogni altro dobbiamo l’unità del nostro paese ed il buon esito del Risorgimento, indossavano una camiseta roja perché lo stesso Garibaldi aveva dovuto fare una scelta non ideologica quando nel 1843 aveva dovuto organizzare la Legione Italiana per combattere in soccorso della repubblica dell’Uruguay contro le mire espansionistiche del dittatore argentino Juan Manuel de Rosas.

Il panno rosso di poco prezzo (per lo più indossato dai macellai per nascondere le macchie professionali e non obbligarli a troppo frequenti lavaggi) che riuscì ad acquistare con le sue magre finanze per far cucire l’uniforme dei suoi 500 compañeros era destinato ad entrare nella leggenda. Da Montevideo a Quarto, a Marsala, a Teano, le camicie rosse garibaldine si conquistarono il perenne sentimento di gratitudine della nazione italiana. E passarono alla storia senza connotazioni ideologiche che non fossero quelle mazziniane e massoniche propugnate dal loro comandante, poi canonizzato come il Generale per antonomasia. il Manifesto del Partito Comunista era stato scritto nel 1848, dodici anni prima dell’avvio dell’Unità d’Italia, ma grazie a Dio non vi aveva avuto parte. Il rosso era quello del sangue dei patrioti, e basta.

Da allora, il rosso passò in gestione alle Internazionali comuniste, che a partire dalla seconda metà dell’Ottocento si posero il problema di conquistare il potere – e soprattutto mantenerlo – con mezzi e soprattutto mezzucci che avevano tutto in comune con quelli garibaldini meno le buone intenzioni. Il rosso divenne bolscevico nel 1917, e da allora non si è più affrancato da questa connotazione. Nel 1948, 100 anni dopo il Manifesto, il Partito Comunista Italiano organizzato nel Fronte Popolare con quello Socialista (un escamotage allora giustificato dalla storia recente, dal richiamo ad analoghe esperienze francesi e spagnole del tempo della Guerra Civile, e che adesso qualche idiota scambiato per intellettuale vorrebbe riproporre nel ventunesimo secolo italiano) scelse l’effigie del Generale Garibaldi per i suoi manifesti elettorali, e si appropriò indebitamente delle sue camicie rosse, adornate peraltro di falce e martello.

Propaganda e contropropaganda garibaldina nel 1948

Propaganda e contropropaganda garibaldina nel 1948

Andò come tutti sanno. Garibaldi era patrimonio dell’Italia, il Comunismo per fortuna no. Le camicie e le magliette rosse rimasero addosso a chi se le era prese (magari tingendole in fretta e furia il 25 aprile del 1945 per cancellare quel nero improvvisamente non più di moda), ma l’Italia rimase più o meno quella per cui Giuseppe Mazzini aveva predicato e Giuseppe Garibaldi aveva combattuto: una repubblica liberale, e non popolare come quelle che nascevano all’est a forza di colpi di stato filosovietici.

In tutta l’Europa occidentale, nel secondo dopoguerra, le classi dirigenti dei partiti di sinistra si sono fatte carico del problema di prendere le distanze da quel passato bolscevico che avrebbe reso impossibile una loro andata al governo (cosa diversa dell’andata al potere, per la quale non è necessariamente richiesta l’osservanza di norme costituzionali) quand’anche non fosse esistita un’alleanza atlantica a guida americana. In pratica, a partire dagli anni settanta l’Italia rimase l’unico paese occidentale a beneficiare – si fa per dire – dell’esistenza e perdurare di un forte partito comunista. Contro il quale e grazie al quale la conventio ad excludendum atlantica operava per far sì che un governo di sinistra in questo paese non sarebbe mai stato possibile.

Il crollo del Muro di Berlino fece tirare un enorme sospiro di sollievo a tutto il pianeta, meno che a questo disgraziato paese. Dove una èlite adusa ad imporre l’autocritica agli altri, agli sconfitti, non aveva mai provveduto a farne una propria, liberandosi – al di là delle iniziative di facciata – del background culturale e professionale comunista. Quando vennero meno le conventiones e le procedure di difesa atlantiche, l’Italia si ritrovò con un partito ancora sostanzialmente comunista nelle filosofie e nei modus operandi, pronto a prendere il potere. Il Pool Mani Pulite e Tangentopoli si adoperarono chissà quanto inconsapevolmente (gli effetti di certa magistratura sul nostro vivere civile si possono apprezzare – si fa per dire – tutt’ora) per aprire quella strada che la Cosa Rossa della Bolognina percorse in tromba, non appena le fu possibile. Alleandosi senza scrupoli con le Camicie Bianche, altrettanto anti-nazionali, superstiti della DC e del partito clericale che a collo assai torto aveva a malapena accettato dopo il 1870 di dividere Roma con lo Stato Italiano.

L’occupazione da parte dei post-comunisti delle posizioni predominanti in ambito culturale, dell’informazione pubblica, dell’esercizio di alcuni servizi essenziali, non è stata una fantasia di Silvio Berlusconi. Ha avuto luogo davvero. Se oggi proletari senza rivoluzione, comunisti con il rolex, testimonial di campagne alla Oliviero Toscani ed alla Don Ciotti (con la fretta comprensibile di sbrigarsi a fare ‘sta foto, perché c’ho l’aragosta sul fuoco che me se rovina….bona la prima!), politologi formatisi a facoltà eterogenee come Gino Strada, figli superstiti di un Sessantotto vissuto dalla parte giusta (quella di chi non aveva problemi di sorta) come Laura Boldrini possono permettersi iniziative ridicole e offensive come questa giornata delle #camicierosse, è perché il Sessantotto ha vinto, nella sua accezione più tipica di quella fantasia che sarebbe stato meglio non fosse andata al potere. E del resto, il Martina che in vista dell’assemblea PD cerca di assomigliare nella trasandatezza al Mario Capanna dei tempi d’oro è sintomatico, e di sicuro ha letto tutto meno che Pier Paolo Pasolini.

Nessuno di questi frequentatori di Capalbio e dei migliori resort offerti dalle nostre coste e da quelle altrui, di questi intellettuali da centro benessere e da aperitivo in Galleria a Milano, di questi frequentatori di salotti buoni della televisione di stato trasformata in televisione di partito, accetterebbe mai un migrante (lasciamo stare il discorso dei profughi, in Africa in questo momento l’unica competizione in corso sono i Mondiali di Calcio) in casa propria, come dimostrano recenti sondaggi telefonici mascherati che hanno scoperto il bluff solidarista di tanti indossatori della collezione primavera-estate di Don Ciotti.

La fake propaganda della rivista musicale Rolling Stone

La fake propaganda della rivista musicale Rolling Stone

La campagna di vergognose fake news messa in atto da reti televisive, da quotidiani di spicco nazionale, da opinion leaders i cui nomi non ripetiamo perché li abbiamo fatti su queste colonne tante volte, si commenta da sola. E da sostenitori dell’Hyde Park Corner quali siamo, riteniamo che sarà il pubblico – e nessun altro – a fare giustizia di tanti cialtroni che paragonano in questi giorni le iniziative del governo legittimamente eletto alle leggi razziali del Fascismo. O chiamano in causa ectoplasmi come l’ANPI per mistificare la Resistenza del 1943-45 paragonandola alle scampagnate in Maremma dei politici e intellettuali (absit iniuria verbis) del PD.

Si vergogni Don Ciotti e si vergogni chi gli è andato dietro, per ignoranza, stupidità o peggio ancora interesse di bottega. Il rosso, da queste parti, è il colore della nostra bandiera, e delle camicie di coloro che morirono perché diventasse la bandiera italiana. Chi vuol farne un uso diverso può percorrere la rotta mediterranea in senso inverso, al pari di chi vuol venire nel nostro paese senza averne diritto. I porti, ed i nostri cuori, per costoro sono finalmente chiusi.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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