La Repubblica di Casaleggio

di Simone Borri

Gianroberto e Davide Casaleggio

Gianroberto e Davide Casaleggio

FIRENZE – Davide Casaleggio passerà alla storia come colui che è riuscito a spiegare in cinque minuti cinque anni (e più) di opera omnia del padre Gianroberto, cofondatore insieme a Beppe Grillo di quel Movimento Cinque Stelle che sta facendo la storia d’Italia.

La sua più recente esternazione, il suo aforisma secondo cui la democrazia rappresentativa che si estrinseca attraverso istituzioni come il Parlamento non ha più futuro e sarà sostituita dalla democrazia diretta estrinsecata da sistemi tecnologici, in una parola dalla rete, avrebbe costituito il più classico degli autogol se a sfruttarne l’occasione – appostata in area di rigore come un bomber d’altri tempi – si fosse trovata una pur minima opposizione degna di questo nome.

Essendoci al contrario il nulla – estrinsecato da quel PD che oltre che se stesso è riuscito per l’appunto negli ultimi anni a rendere odiosa la stessa democrazia -, il Casaleggio-pensiero è scivolato via come acqua sulle rocce. Quando invece meriterebbe più attenta riflessione di quanta politici e cittadini italiani siano in grado di riservargliene al momento presente.

Platone180725-001Il dibattito sui sistemi di governo – i migliori, gli ottimi – risale almeno almeno a Platone ed alla sua Repubblica (la più celebre delle sue opere filosofico-politiche, niente a che vedere con la moderna e screditata carta stampata da incarto di merci alimentari, nessuno si allarmi). Da millenni l’homo philosophicus et politicus si interroga su quale sia la forma di governo più giusta e funzionale. Platone suggeriva il governo dei saggi, dei filosofi appunto, amanti del sapere che liberi da ogni preoccupazione terrena (al punto da prefigurare una sorta di comunismo ellenico, prescrivendo la messa in comune dei beni e degli affetti femminili e familiari allo scopo di potersi dedicare alla cosa pubblica, avendo garantita e soddisfatta ogni altra necessità personale) potevano riservare le loro migliori energie, i loro migliori intelletti al funzionamento del governo.

Da allora, fior di ingegni si sono confrontati – spesso scontrati – con il problema dei problemi. Chi stabilisce – e come – chi sono i migliori, per affidar loro il governo dei migliori?

Il punto è questo, in greco classico migliore si dice aristos, e da lì all’aristocrazia il passo è breve. L’aristocrazia tende a perpetuarsi, dalla seconda generazione non è più scelta per merito, ma per ereditarietà, e non è più composta dai migliori, ma dai nati con la camicia.

WinstonChurchill180725-001Se al termine di un dibattito plurisecolare un campione della filosofia e della prassi politica come Winston Churchill – non esattamente un facinoroso rivoluzionario o un pensatore perso con la testa fra le nuvole –  arrivò a concludere che «la democrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre forme che si sono sperimentate finora», ci sarà stato un motivo. Una democrazia che ai suoi tempi, peraltro, aveva corso il rischio di andare definitivamente sott’acqua per effetto del più pericoloso e sanguinoso tentativo di revisionismo mai attuato nella storia.

Ed eccoci al clan Casaleggio. Gianroberto padre, che per lunghi anni dispensa oscure profezie sul blog suo e del compare Grillo a proposito della politica che non risponde più ai bisogni dei cittadini (tutti i torti non gli si potevano dare….) e sulla necessità di studiare nuove forme di rappresentatività. E Davide figlio, che in cinque minuti fa più chiarezza – o danni, che dir si voglia – dell’intera tomistica del padre.  Rischiando di rinfocolare ancestrali timori dell’opinione pubblica a proposito del movimentismo scatenato dal Beppe che accolse l’invito di Fassino a fondare un partito, se ne era capace.

Per anni abbiamo temuto questa tecnocrazia predicata dai guru a Cinque Stelle. Chi scrive su queste colonne non ha mai fatto mancare le proprie perplessità a proposito dell’ideologia messa in campo dall’ex comico prestato alla politica ed al populismo (nella sua accezione letterale, né buona né cattiva) e dal maitre à penser che forse cercava di imitare Steve Jobs e alla fine risultava meno intelligibile di Filippo Tommaso Marinetti. Se infatti Casaleggio Gianroberto era una specie di futurista informatico, Beppe Grillo sembrava sempre più un istrione alla D’Annunzio. Chi ha studiato un po’ di storia, sa o ricorda che Benito Mussolini fece la Marcia su Roma e conquistò il potere per il Fascismo e la sua dittatura, ma fu D’Annunzio a dare la spallata al sistema che gli aprì la porta. Il Grillo passato dalla pubblicità degli yogurth alla politica dei vaffanculo ci sembrava né più e né meno che una sua riedizione, altrettanto sinistra e pericolosa. E come tale l’abbiamo avversato, pur rischiando più o meno consapevolmente di favorire una perpetuazione dell’indegno regime affaristico-solidarista del PD.

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Ma il Movimento Cinque Stelle che adesso governa il paese è altra cosa. Luigi Di Maio ha compiuto un capolavoro che lo mette al pari del Matteo Salvini post-Bossi come statura politica, essendosi liberato della pesante eredità di Grillo (quello che i parlamentari li vorrebbe tirare su a sorteggio) e di Casaleggio padre e figlio. A tre mesi dalla vittoria elettorale e dalla emancipazione sua e del Movimento, Luigi Di Maio può permettersi di dire: «è una sua opinione personale» liquidando l’autogol di Casaleggio (e altri come quelli di Fico), e nessuno dei suoi si risente, anzi. Il capo politico è lui, gli altri – i grandi vecchi così utili al tempo in cui c’era da operare la rottura con il sistema – sono ormai gente che invece di seguire cantieri filosofeggia scrivendo sui blog, come Platone scriveva la sua Repubblica mettendo a Socrate in bocca cose per cui Socrate, se fosse sopravvissuto, l’avrebbe rincorso malgrado la sua veneranda età.

Epperò, guai a liquidare il tutto come farneticazioni del Casaleggio junior. La tentazione di considerare la democrazia come un sistema finito ricorre nei nostri sistemi politici a cadenza regolare. E quasi sempre, a questa tentazione viene in soccorso il pessimo uso che della nostra democrazia e della nostra libertà abbiamo fatto noi come cittadini ed i nostri rappresentanti come politici. Abbiamo eletto Parlamenti che gridano vendetta, Presidenti della Repubblica (non quella di Platone, né quella di Calabresi, ma la nostra) che fanno rivoltare nella tomba chi è morto per permetterci di farlo. Abbiamo subito sulla nostra testa tiranni come Monti e Renzi. In certe realtà locali, senza far nomi geografici, amministratori da operetta (tragicomica operetta) come Domenici, Renzi e Nardella.

Chiaro – e già successo – che arriva un certo punto in cui lo schermo di un computer che mette davanti l’argomento del giorno, il numero dei mi piace dei connessi al blog (a proposito, Casaleggio, sarà obbligatorio connettersi e registrarsi come lo era nel 1938 la tessera del Partito Nazionale Fascista?) ed i commenti di costoro moderati dagli aristocratici individuati dalla rete (come, lo vediamo poi, alla peggio c’è sempre il vecchio Platone a dare suggerimenti), risulta inevitabilmente più accattivante o comunque meno odioso di qualunque nostro politicante che conciona sui media. Che hanno alla fine la tentazione di non essere più media, ma bensì lo stesso fine.

20/05/17, Assisi (PG) Marcia Perugia Assisi del Movimento 5 stelle per il reddito di cittadinanza. Nella foto Davide Casaleggio

Chiaro anche, dopo trent’anni di televisione i cui palinsesti si basano su tette e culi da una parte e sul manuale Cencelli dall’altra (con la messa non più domenicale ma serale dei Travaglio e dei Mentana), che il Grande Fratello non sia più per nessuno il capolavoro di George Orwell che noi ragazzi degli anni 70 leggevamo avidamente cercando di immaginarci come sarebbe stato il nostro futuro, scuotendo la testa increduli ad esagerazioni che ci parevano fantascientifiche, ma piuttosto quella trasmissione così figa che non si capisce perché è stata alla fine cancellata e non si vede l’ora che sia ripristinata.

Del resto, se in Parlamento ci va – si fa per dire, non l’hanno mai visto – uno come Andrea Mura, convinto assertore del principio secondo cui «la politica si fa anche in barca» (cfr. alla voce D’Alema), di che stiamo a parlare? avrebbe detto perfino Socrate a Trasimaco.

Caro Winston, la democrazia è la peggior forma di governo, ma ci stiamo ingegnando con tutte le nostre forze di trovarne una peggio. E prima o poi ci riusciremo.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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