Watergate

di Simone Borri

"All the President's Men" Dustin Hoffman, Robert Redford 1976 Warner Brothers ** I.V.

Dustin Hoffman e Robert Redford in “Tutti gli uomini del Presidente”

FIRENZE – La notte tra il 16 ed il 17 giugno 1972, un gruppo di cinque uomini si introdusse nella sede del Comitato Nazionale del Partito Democratico statunitense, situata nel Watergate Complex di Washington, il complesso edilizio che ospitava il Watergate Hotel, il cui sesto piano era interamente dedicato appunto alla sede del partito.

Quella che sulle prime sembrò e fu liquidata come una semplice effrazione, si rivelò ben presto come qualcosa di più, di peggio. Di estremamente sinistro e pericoloso. I cinque uomini arrestati facevano capo a due soggetti, Edward Howard Hunt e George Gordon Liddy che si scoprì essere legati al comitato per la rielezione del Presidente in carica (il C.R.P., presto ribattezzato a seguito dei fatti creep, strisciante), Richard Nixon, nonché a vario titolo al mondo dei servizi segreti. In parole povere, alla C.I.A.

La sede del Partito Democratico al Watergate

La sede del Partito Democratico al Watergate

Hunt e Liddy, soprannominati the plumbers, gli idraulici, non erano nuovi ad attività sotterranee e illegali finalizzate allo spionaggio interno, alla registrazione delle conversazioni di persone che per qualche motivo erano ritenute nemiche dall’amministrazione. L’effrazione aveva avuto per scopo la messa in opera di cimici attraverso le quali ascoltare le conversazioni degli esponenti democrats, nella fase cruciale che precedeva le elezioni presidenziali del 1972.

A quel tempo, vale la pena ricordare, e fino all’attentato alle Torri Gemelle del 2001, la legge americana proibiva espressamente a C.I.A. ed F.B.I. la conduzione di attività di spionaggio sul territorio nazionale e a danno di cittadini statunitensi. Anche se spesso tuttavia la proibizione era stata aggirata in ragione della sicurezza nazionale.

Cominciò così, in sordina ma in rapido crescendo, la madre di tutti gli scandali americani. Talmente devastante nelle sue conseguenze da essere eletto a paradigma di tutti quelli successivi, che sarebbero stati non a caso battezzati mediante ricorso alla desinenza gate.

Il Watergate finì per travolgere molto di più dei cinque uomini sorpresi con le mani nel sacco, i due che erano stati individuati come i loro coordinatori e tutti coloro che, a salire, vennero beccati come mandanti e responsabili. Su, su, fino a salire al Chief Executive, il Capo Supremo. Il Presidente.

Già una settimana dopo il fatto, una conversazione di Nixon con il responsabile del suo staff alla Casa Bianca rese chiare due cose, fino ad allora inimmaginabili per l’opinione pubblica americana: la prima era che il Presidente sapeva, e comunque si dava da fare per coprire; la seconda era che la pratica delle intercettazioni telefoniche e delle cimici – per quanto illegale – era prassi comune.

Richard Nixon 37° presidente degli U.S.A. dal 1968 al 1974

Richard Nixon 37° presidente degli U.S.A. dal 1968 al 1974

La perdita dell’innocenza del popolo americano cominciata a Dallas quasi dieci anni prima con l’omicidio di quel Presidente che aveva sconfitto proprio Nixon nella corsa alla Casa Bianca del 1960, si concluse, e in maniera per di più devastante, tra il 1972 ed il 1974, a mano a mano che sulle colonne del Washington Post – e a seguire degli altri quotidiani U.S.A. – si dipanava la storia più sporca in un periodo che di storie sporche, a cominciare da quella infinita sulla sporca guerra, il Vietnam, ne metteva in fila parecchie.

Carl Bernstein e Bob Woodward erano due giovani reporter coraggiosi e completamente alle prime armi, quando Ben Bradlee, il direttore del Post, li spedì al Watergate la prima volta. Alla fine, sarebbero stati incoronati dal premio Pulitzer e consacrati come i due giornalisti più celebri della storia. I primi, e a tutt’ora gli unici, capaci di far dimettere nientemeno che un Presidente degli Stati Uniti.

Richard Nixon, detto tricky (furbastro, ingannatore) era risultato perdente contro il carismatico Kennedy, dopo essere stato il vice ancora più incolore dell’incolore presidente Eisenhower. Era un uomo di destra, legato ai servizi e all’industria pesante, ed il suo momento venne nel 1968, quando l’opinione pubblica U.S.A. – stanca di decenni di lotte interne sanguinose, dalla caccia alle streghe ai diritti civili, dal Vietnam agli omicidi politici di cui quello di Robert Kennedy era stato l’ultimo in ordine di tempo, pochi mesi prima – gli aveva affidato una difficile normalizzazione.

Nixon nel 1972 aveva saputo guadagnarsi una sicura rielezione a valanga, avviando l’uscita dal Vietnam e la normalizzazione con la Cina di Mao. Era sembrato addirittura acquisire il benemerito di aver messo fine al lungo e sinistro periodo di supremazia di J. Edgar Hoover all’F.B.I., restituendo libertà e democrazia agli americani. I quali lo vedevano all’apice del suo meritato periodo d’oro, e non avevano motivo di credere che avesse necessità di ricorrere a tricky business, giochi sporchi, per assicurarsi una delle rielezioni meno combattute della storia U.S.A., contro il democratico George McGovern.

I veri Carl Bernstein e Bob Woodward

I veri Carl Bernstein e Bob Woodward

E invece, aveva voluto strafare. Bernstein e Woodward, le loro gole profonde e uno stuolo sempre crescente di funzionari governativi che si spaventavano delle implicazioni di quanto il Presidente, e loro dietro suo ordine, avevano commesso, a poco a poco stanarono Nixon dalla torre in cui si era asserragliato. Il processo Watergate cominciò nel gennaio 1973. Ai primi di agosto dell’anno successivo, Nixon aveva una pistola fumante puntata alla tempia. Nessuno aveva più paura di lui. Nessuno lo stimava più. Tutti sapevano ormai che la sua amministrazione era stata quanto di più vicino ad un regime liberticida l’America avesse mai sperimentato. E dire che dai tempi di McCarthy e Hoover ci era andata vicina diverse volte.

Il 30 luglio del ‘74 il Congresso degli Stati Uniti aveva votato il suo impeachment, la messa in stato d’accusa, per abuso di potere e ostacolo alla giustizia. L’8 agosto 1974, per sottrarsi all’ignominia ed alle prevedibili conseguenze penali, ormai completamente screditato Richard Nixon – per la prima volta nella storia americana – rassegnò le dimissioni. Lasciando la Casa Bianca al suo vice, Gerald Ford.

Washington Post e New York Times del 9 agosto 1974

Washington Post e New York Times del 9 agosto 1974

«Non sono mai stato uno che molla. Lasciare il mio incarico prima della fine del mandato è qualcosa che mi ripugna, ma come presidente devo mettere davanti a tutto gli interessi del Paese. (…) Continuare la mia battaglia personale nei mesi a venire per difendermi dalle accuse assorbirebbe quasi totalmente il tempo e l’attenzione sia del presidente sia del Congresso, in un momento in cui i nostri sforzi devono essere diretti a risolvere le grandi questioni della pace fuori dai nostri confini e della ripresa economica combattendo l’inflazione al nostro interno. Ho deciso perciò di rassegnare le dimissioni da presidente con effetto a partire dal mezzogiorno di domani.»

(Richard Milhous Nixon, 8 agosto 1974)

Il titolo del libro Tutti gli uomini del presidente, in cui Bernstein e Woodward raccontarono la loro indagine sul Watergate e che fu poi portato sullo schermo da Dustin Hoffman e Robert Redford sotto la direzione di Alan J. Pakula, si ispira ad un verso di una filastrocca per bambini inglese, Humpty Dumpty: «Tutti i cavalli e tutti gli uomini del re non poterono rimettere insieme Humpty».

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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