Italiane in armi

di Simone Borri

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Diadora Bussani era nata a Trieste nel 1962. Quando presentò per la prima volta domanda di ammissione all’Accademia Navale di Livorno aveva 19 anni. Il suo paese, l’Italia, era l’unico in ambito NATO a non avere ancora concesso alle sue cittadine la possibilità di servirlo in armi, pur su base volontaria.

Se si eccettua il breve – per fortuna – periodo della guerra civile che vide l’Italia spaccata in due (al nord la Repubblica Sociale alleata con i Tedeschi, che per disperazione negli ultimi mesi di guerra aveva istituito il Corpo Femminile Volontario per i Servizi Ausiliari delle Forze Armate Repubblicane (le ausiliarie); al sud, nel Regno del Sud cobelligerante con gli Alleati era stato istituito il CAF, Corpo di Assistenza Femminile; entrambi sarebbero stati sciolti, come nelle intenzioni dichiarate fin dalla loro istituzione, al termine delle ostilità), la patria italiana aveva sempre disatteso il desiderio della componente femminile della nazione di prestare quel servizio che per i maschi era obbligatorio.

Il perché lo ribadì il Consiglio di Stato nella sentenza che chiuse la lunga battaglia legale di Diadora Bussani, negandole definitivamente l’arruolamento in Marina. «Naturali diversità biologiche fra uomo e donna», si leggeva nelle motivazioni. In tutto il mondo o quasi alle donne ormai era consentito imbracciare il fucile a fianco agli uomini, in Italia no. Fino al 2000 il loro impiego in guerra era consentito solo nel Corpo delle infermiere volontarie della Croce Rossa Italiana, nato nel 1908, e nel Corpo delle infermiere volontarie dell’ACISMOM nato nel 1940, ancora una volta ausiliarie delle Forze Armate.

Diadora aveva impostato la sua battaglia sul principio enunciato dalla legge n. 66 del 1963 che permetteva l’impiego femminile nei pubblici uffici senza limiti alla carriera, sperando che prevalesse il principio sulla capziosità tipica della nostra giurisprudenza. Prevalse invece la capziosità, al principio derogava l’ambito militare in ragione di quelle diversità biologiche a cui, ancora in pieno 1982 si appellò il Consiglio di Stato.

Paracadutista italiana in servizio alle Olimpiadi di Torino del 2006

Paracadutista italiana in servizio alle Olimpiadi di Torino del 2006

In quegli stessi giorni, i nostri militari al comando del generale Franco Angioni erano in Libano in missione di pace a fianco di quelli americani e francesi. Un corpo esclusivamente maschile prestò servizio, anche con spargimento di sangue, a fianco di altri dove ormai le donne erano presenti al fronte senza riguardi o soluzioni di continuità. E tale rimase la situazione. Così volle il Consiglio di Stato, così fu fatto, e Diadora Bussani non varcò mai l’agognata soglia dell’Accademia Navale di Livorno.

Lo stato italiano, come spesso gli è successo in questo dopoguerra, se la cavò con una figuraccia internazionale. Lo schiaffone gli arrivò dall’alleato americano. Quando la vicenda di Diadora divenne di pubblico dominio, la United States Navy le concesse simbolicamente l’arruolamento, che le venne conferito il 2 novembre 1982.

Da allora, il caso di ragazze che presentavano domanda di arruolamento nelle varie Armi delle Forze Armate (Esercito, Marina, Aviazione e dal 1999 anche Carabinieri) si è dato sempre più di frequente, a dimostrazione che i tempi erano maturi anche per le donne italiane per imbracciare il fucile e che come al solito i progressi della nostra società anticipavano e distanziavano di gran lunga quelli del nostro ordinamento giuridico.

Il quale si mise finalmente a pari con legge 20 ottobre 1999 n. 380, che stabilì la possibilità di arruolamento delle donne su base volontaria. L’Italia rimaneva con la maglia nera dell’ultima arrivata, ma finalmente le italiane che lo volevano potevano vestire la divisa.

Le donne oggi sono presenti all’interno di tutte le forze armate italiane e nella Guardia di Finanza, e impiegate anche nelle missioni militari italiane all’estero. Come quella delle suffragette un secolo fa, la battaglia di Diadora Bussani alla fine ha pagato.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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