Il giornalismo italiano è alla frutta

di Simone Borri

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FIRENZE – «Lei si preoccupa di quello che pensa la gente? Su questo argomento posso illuminarla, io sono un’autorità su come far pensare la gente. Ci sono i giornali per esempio, sono proprietario di molti giornali da New York a San Francisco». Così parlava Charles Foster Kane per bocca di Orson Welles in quello che resta a tutt’oggi uno dei capolavori assoluti del cinema americano e quello che per primo ha saputo raccontare senza ipocrisie splendori e miserie della comunicazione mediatica, allora agli albori ma già determinante nell’influenzare la cosiddetta opinione pubblica.

Quarto potere fu il titolo italiano dato a Citizen Kane, premio Oscar 1942 per la miglior sceneggiatura, non appena la fine della guerra consentì il ritorno nel nostro paese del grande cinema d’Oltreoceano. Per una volta, il titolo tradotto fu migliore, più centrato di quello originale.

orson Welles è Charles Kane in Quarto potere, il film da lui diretto e interpretato nel 1941

Orson Welles è Charles Kane in Quarto potere, il film da lui diretto e interpretato nel 1941

La stampa aveva già da tempo dimostrato di meritarsi la parificazione ai tre poteri classici (legislativo, esecutivo e giudiziario) che Montesquieu aveva codificato come essenziali – e letali, se mal gestiti – nel governo di una società. Non a caso, i magnati americani della finanza già all’epoca aspiravano tutti a possedere un giornale, strumento essenziale di quel marketing di altissimo livello che era l’orientamento, se non addirittura il controllo dell’opinione pubblica.

Non a caso anche, i grandi dittatori europei avevano messo ai primi posti del loro programma liberticida il dominio – piuttosto che la soppressione – dei mezzi di informazione. Il primo di essi, Benito Mussolini, era nato giornalista e non avvrebbe mai dimenticato di esserlo, perfino nel crepuscolo di Salò. Adolf Hitler aveva addirittura istituito un ministero della Propaganda affidandolo al più brillante – sinistramente brillante – degli appartenenti alla sua cerchia: Joseph Goebbels. Jozip Stalin conosceva il valore di una informazione addomesticata fin da quando, giovanissino e lontanissimo dal potere supremo che avrebbe esercitato in vecchiaia, aveva letto il Manifesto del Partito Comunista di Marx ed Engels.

L’informazione è potere, diceva J. Edgar Hoover, uno che in proposito sapeva quello che diceva. Chi controlla la stampa controlla il cervello della gente, perché ne filtra gli input: le notizie, l’informazione. Si chiamano mediatori di massa i giornali, le radio, le televisioni (elevate da Sidney Lumet, altro premio Oscar, 1977, al rango di Quinto potere), internet (che chissà quando, presto crediamo, qualcun altro eleverà al rango di Sesto).

Faye Dunaway e William Holden in Quinto potere, di Sidney Lumet (1977)

Faye Dunaway e William Holden in Quinto potere, di Sidney Lumet (1977)

Quando sulla scena politica nostrana si affacciò il Cavalier Silvio Berlusconi, tra tanti errori – di interpretazione prima ancora che di contrapposizione – commessi dalla sinistra che da allora lo avversa furiosamente ci fu l’intuizione corretta che quel nuovo soggetto aveva una marcia in più soltanto per il fatto di possedere alcune delle principali fonti di informazione italiane, dal Giornale (non più di Montanelli) alle reti Mediaset, alle case editrici. Tra le intuizioni parimenti felici del Cavaliere, peraltro, c’era quella che tra gli avversari non soltanto suoi ma del regime liberale che diceva di voler restaurare in Italia c’erano – e ci sono – essenzialmente due categorie: il Terzo ed il Quarto potere, la magistratura e l’informazione. O quantomeno, una certa magistratura ed una certa informazione, ambedue infiltrate da una sinistra che stava stabilendo una egemonia culturale nei settori essenziali della nostra società.

Questa lunga premessa serve a disegnare il quadro di riferimento di ciò che succede oggi, in queste stesse ore. Dello spettacolo, francamente a tratti disgustoso, che dobbiamo sorbirci continuamente aprendo un giornale o accendendo la televisione. Un governo in carica da neanche una settimana e che soltanto stamattina alla riapertura delle Camere si presenta per l’ottenimento della fiducia ed il via libera all’attuazione del suo programma contrattato, viene già accusato di aver tradito le promesse elettorali. Viene tacciato di velleitario, fascista, xenofobo, omofobo, liberticida e foriero di qualsiasi sventura quando ancora Camera e Senato non hanno ancora avviato la procedura di ratifica della sofferta investitura attribuitagli dal presidente Mattarella.

Dopo sette anni di governo a trazione PD, durante i quali i mass media italiani hanno graziato quasi tutto della sua attività amministrativa la cui scelleratezza è sotto gli occhi di tutti (per non parlare della svendita a costo zero della sovranità nazionale), siamo all’assurdo di un nuovo governo gialloverde che ancora non si è visto rilasciato il certificato di nascita registrato all’anagrafe, e già gli stessi mass media lo trattano come se Hitler fosse tornato davvero tra noi, come immaginava quel divertente e inquietante film di qualche anno fa.

carl Bernstein e Bob Woodward ai tempi del Watergate nella redazione del Washington Post

Carl Bernstein e Bob Woodward ai tempi del Watergate nella redazione del Washington Post

A leggere gli articoli pubblicati da quotidiani il cui nome è nella storia del giornalismo italiano, i conti pubblici sono già allo sfascio e tra poco l’Europa ci farà mancare anche il pane e l’acqua per rappresaglia contro la nostra uscita dall’euro, i migranti vengono uccisi nelle nostre città nell’assordante silenzio del ministro dell’Interno e nello stesso silenzio vengono affogati nel Mediterraneo (e pazienza se in bracci di mare ricadenti in acque territoriali soggette ad altrui sovranità, come il mare di Antalia o quello della Sirte), i gay stanno per essere rimessi a morte dopo atroci torture come durante l’Inquisizione o il Nazismo, la flat tax è già stata rinviata al 2020 a riprova della velleitarietà del contratto di governo, così come il reddito di cittadinanza sta già dando vita alla riedizione del brigantaggio meridionale e Di Maio sta già creando disoccupazione. Elsa Fornero in compenso non è mai stata così gettonata nelle prime pagine dei quotidiani e nei salotti televisivi neanche quando era ministro in carica.

Questa è la narrazione quotidiana proposta da mass media che non si chiamano più con i nomi mal stampati dai ciclostili degli anni 70 e fuorusciti dalla fantasia delirante di extraparlamentari di sinistra o di destra. No, si chiamano Repubblica, Corriere della Sera, La Stampa. Passando dal Quarto potere al Quinto, la prima serata è diventata una promenade di conduttori e sedicenti giornalisti che quando va bene interpretano la par condicio alternando nei loro studi soggetti che si limitano a dire che il governo gialloverde è frutto di un colpo di mano di Mattarella (poi qualcuno dice che il commissario Juncker dovrebbe smettere di bere, e i nostri opinionisti invece no?) ad altri che non si fanno scrupolo di definire in pubblico gli esponenti ed i sostenitori del nuovo governo come «merde fasciste» (cit.). E finché i vari Vauro e Zucconi sputano i loro anatemi ed i loro insulti sulle TV commerciali, transeat. Quando invece lo fanno sulla RAI, lo fanno con il nostro finanziamento, quella voce che tutt’ora gonfia la nostra bolletta energetica a ulteriore dismisura.

Il premier incaricato Giuseppe Conte, oggi in Parlamento per la fiducia

Il premier incaricato Giuseppe Conte, oggi in Parlamento per la fiducia

Finora ci consolavamo con i media americani. Washington Post, Neewsweek, Time, New York Times, Bernstein e Woodward, il Watergate, Ben Bradlee e Katharine Graham, il Premio Pulitzer, che paese civile è l’America! Macché, andati anche loro, la guerra per la disinformazione e l’inquinamento dell’intelligenza è ormai una battaglia globale. I media americani sono impegnati da oltre un anno a dimostrare che il voto legittimamente espresso dei propri connazionali ha favorito l’ascesa alla Casa Bianca di un nazista e di uno spostato, con tanti saluti a Thomas Jefferson e Benjamin Franklin. A qualcuno avanza anche il tempo di fare da controcanto a quelli europei che, come il Financial Times o Der Spiegel, dipingono l’Italia ed il suo popolo come una macchietta, il solito paese di maccaronari imboniti dal Benito di turno, in arte Matteo Salvini con il prof. Conte come prestanome e Gigi Di Maio come spalla nel duo fratelli De Rege che ha preso il potere nel nostro paese.

Questa è la narrazione che dovremo subire per un bel po’, in Italia e all’estero. Il Post, Le Monde ed il Times di Londra non ci verranno in aiuto stavolta, e non potremo far nulla per impedire ai nostri Montanelli, Fallaci, Bocca di rivoltarsi nella tomba tirando testate violente sui loro sarcofaghi, mentre direttori di telegiornali il cui eloquio procede notoriamente più in fretta del pensiero (a mitraglia, direbbe qualcuno) tirano fuori perle come quella, recentissima, di un’Inghilterra in crisi alimentare il giorno dopo la scadenza della Brexit. Per dirne solo una, la più pittoresca e forse nemmeno la più cretina in assoluto.

articleDovremo subire, è la democrazia, nel bene e nel male. Tutti hanno diritto di parola, a prescindere dalla loro intelligenza e dalla loro buona fede. Ma possiamo fare almeno qualcosa per costringere i nostri media a raccontare meno sciocchezze, oltretutto ad ore pasti, e più verità. O almeno ad attendere che ci sia qualche verità da raccontare, come compete al giornalismo vero, utile, rispettabile, dopo che il governo avrà avuto la fiducia e comincerà a fare. O a disfare, secondo i legittimi punti di vista. Nel frattempo una bella querela a certi intemperanti che continuano ad apostrofare come fascista addirittura l’intera volontà popolare forse non guasterebbe. In fin dei conti, non è solo l’onorabilità del presidente della repubblica a meritare tutela anche in un ordinamento disastrato come il nostro. O forse, tutto sommato, è sempre meglio attendere la vecchia risata che li seppellirà. Perché li seppellirà. Li seppellisce sempre.

Non tutto ciò che ha detto Silvio Berlusconi era da cestinare, comunque uno la pensi. E dell’egemonia culturale di una simile sinistra è stato dimostrato che non ne può più la sinistra stessa, se adesso il suo ex elettorato vota altre forze politiche.

Le regole del gioco valgono per tutti. Anche per chi non è abituato a rispettarle e crede che il mondo sia quello che gli hanno raccontato George Soros e Giorgio Napolitano. Absit iniuria verbis, onorevole Anzaldi.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Lavora nella pubblica amministrazione. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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