Il caso Emanuela Orlandi

di Simone Borri

Nella foto: Pietro orlandi sullo sfondo del manifesto per la sorella, e l'allora pontefice Giovanni Paolo II

Nella foto: Pietro Orlandi sullo sfondo del manifesto per la sorella, e l’allora pontefice Giovanni Paolo II

CITTA’ DEL VATICANO (ROMA) – Emanuela Orlandi era nata il 14 gennaio 1968, ed oggi – se fosse ancora viva – avrebbe più di 50 anni. La sua purtroppo è una di quelle storie che conoscono tutti. Che hanno segnato in negativo in maniera indelebile la nostra storia individuale e quella collettiva, che va sotto il nome di Prima Repubblica.

Emanuela, ricordiamo, sparì al mondo il 22 giugno 1983, poche settimane dopo un’altra ragazza, Mirella Gregori. Da allora, è stato un susseguirsi di storie, controstorie, depistaggi, scoop e nulla di fatto, nel perfetto stile di ogni mistero di quegli anni.

I rumors romani hanno sempre sottinteso la possibilità che i colpevoli del rapimento e della sparizione di Emanuela Orlandi fossero in qualche modo da ricercare nelle alte sfere vaticane. Che anche Roma dunque avesse i suoi mostri, così come nello stesso periodo li aveva Firenze. Che c’entrasse qualcosa la famigerata Banda della Magliana, con i suoi nel frattempo emersi inconfutabili appoggi nel seno della Chiesa Cattolica.

La denuncia di scomparsa era stata fatta dalla famiglia all’ispettorato di polizia presso il Vaticano, in territorio italiano. Gli indagati – ricordiamo – erano sei, tra i quali un’alta personalità del Vaticano ed alcuni personaggi legati in vario modo alla Banda della Magliana. Non sapremo mai dove avrebbe portato l’indagine, se fosse stata seriamente condotta dalle autorità italiane a cui all’epoca la scomparsa di Emanuela fu appunto denunciata. Ma è facile pensare che avrebbe condotto nei paraggi di luoghi e persone di cui si è sospettato sempre di più con il trascorrere del tempo.

Le due ragazze erano cittadine dello Stato del Vaticano, il padre di Emanuela era un dipendente del Vaticano stesso. Quel Vaticano che non ha oggettivamente mai mosso un dito per dare una mano a ritrovarle. Lo Stato Italiano, che – ricordiamo – è vincolato dal Concordato vigente ad agire come autorità di pubblica sicurezza anche nel territorio dello stato pontificio, per tutto questo tempo non ha oggettivamente fatto molto di più. La verità sulla sorte di Emanuela e Mirella, allo stato attuale, semplicemente non esiste.

Nel 2016, dopo 33 anni di formali indagini e dopo che la Procura di Roma ne aveva disposto l’archiviazione, la famiglia Orlandi aveva presentato ricorso contro quella decisione e la Corte di Cassazione l’aveva respinto, confezionando quindi una veste tra le meno lusinghiere ad una delle vicende più oscure della nostra storia repubblicana.

Dietro il giudizio di inammissibilità del ricorso Orlandi – Gregori è giocoforza pensare che si celassero chissà quali motivazioni reali, non certo quelle scritte a sostegno della sentenza. Di sicuro, una volta di più il principio di Cavour libera chiesa in libero stato era sembrato uscirne con le ossa rotte.

Nel novembre dello scorso anno la famiglia Orlandi ha comunque tentato una nuova strada: la formale denuncia di scomparsa in Vaticano, Stato di cui Emanuela era cittadina. 35 anni dopo la scomparsa della sorella, Pietro Orlandi si appella direttamente a papa Francesco, con la speranza di ottenere miglior sorte.

Uno dei manifesti più celebri della storia d'Italia

Uno dei manifesti più celebri della storia d’Italia

La famiglia non si arrende, tanto più che sembra essere spuntato fuori un nuovo elemento che potrebbe aiutare a fare luce nel buio fitto in cui la vicenda è avvolta: una presunta telefonata dei rapitori in Vaticano la sera stessa della scomparsa. A rivelarlo è lo stesso Pietro Orlandi che ha spiegato: «Abbiamo fatto denuncia di scomparsa in Vaticano l’anno scorso a novembre e insieme abbiamo chiesto risposte a tutte le incongruenze che ci sono state in questi anni rispetto alle indagini, dalle telefonate che sono state fatte in Vaticano che non avevano mai messo a disposizione degli inquirenti, all’ultimo fatto di cui siamo venuti a conoscenza ieri» (22 giugno, n.d.r.).

«Noiha affermato ancora Orlandisiamo sempre stati convinti che la prima telefonata dei rapitori fosse stata il 5 luglio, cioè dopo che Giovanni Paolo II aveva già lanciato un appello per Emanuela. Invece la prima telefonata è arrivata il giorno stesso della scomparsa di Emanuela. Emanuela è scomparsa alle 19 e 15 circa, tra le 20 e le 21 è arrivata la prima telefonata, prima al centralino poi alla sala stampa vaticana dove annunciavano il rapimento di Emanuela e dicevano di voler parlare con la segreteria di stato. Noi – prosegue – in quel momento neanche sapevamo che cosa fosse successo a Emanuela mentre in Vaticano già sapevano che c’era stata questa chiamata e l’hanno nascosto fino ad oggi. Mi domando perchè, questi elementi potevano essere importanti già all’epoca e questo fa capire anche perchè Giovanni Paolo II nell’appello del 3 luglio parlò subito di ‘responsabili’ e fece riferimento ai rapitori, perchè già avevano avuto contatti la sera stessa».

«Noi – aggiunge – neanche avevamo fatto la denuncia perchè il giorno stesso ci dissero di aspettare, mentre il Papa veniva avvisato in Polonia dove si trovava per un viaggio. Mi sono sempre chiesto, ma possibile che avvisano il Papa per una ragazza che ha fatto tardi a casa? E invece una risposta ce l’ho adesso, perché loro già sapevano di questa telefonata».

Che fine ha fatto Emanuela Orlandi? E perché dopo 35 anni c’é ancora chi cerca di non farcelo sapere?

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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