Россия 2018 – La solitudine dei numeri 10

di Simone Borri

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Siamo quasi al termine del primo giro delle eliminatorie mondiali. Stasera scendono in campo Inghilterra e Belgio, con il che le favorite – o presunte tali – hanno avuto tutte il loro battesimo, e malgrado ci si trovi in Russia per poche è il caso di dire che si è trattato di un battesimo ortodosso.

Proprio la Russia, e le due protagoniste del derby iberico hanno mostrato finora le cose migliori, e chissà che la prima giornata del primo turno non abbia detto subito qualcosa di significativo per capire chi arriverà all’ultima giornata, alle finali.

Se per i padroni di casa è opportuno comunque attendere test più probanti di fronte ad avversari più consistenti dell’Arabia Saudita, i cugini iberici si sono già presentati per quello che probabilmente valgono. Il 3 – 3 pirotecnico di Sochi ci consegna una Spagna che sta tirando fuori una nuova generazione di campeones dalle sue canteras, con un Diego Costa di valore assoluto offuscato soltanto dal secondo fenomeno della storia del calcio a nome Ronaldo. Ed un Portogallo che per quanto indubbiamente CR7-dipendente mostra la stessa concretezza e lo stesso cinismo che hanno fatto piangere la Francia a Parigi due anni fa.

Cristiano sembra arrivato all’appuntamento definitivo con la storia. Quando Eusebio attaccò le scarpette al chiodo, nel suo paese si diffuse il detto secondo cui dopo la Perla Nera non ci sarebbe stato più niente. E invece per la seconda volta in cinquant’anni ai lusitani spetta l’onore di aver dato al calcio il più grande giocatore del suo tempo ed uno dei più grandi di sempre. E se ai suoi tempi Eusebio se la doveva giocare con Pelé, Cristiano Ronaldo pare ormai non avere più avversari.

Il lungo duello con Leo Messi, Neymar e tutti gli altri personaggi che lo show business pallonaro ha preteso di contrapporgli in questi ultimi dieci anni è ormai ampiamente vinto, a prescindere da come finirà Russia 2018. Se Spagna e Portogallo si rincontreranno qui in terra di Russia continuando la loro sfida infinita che perdura dall’XI° secolo, una cosa è certa: il Pallone d’Oro stavolta andrà all’eterno ragazzo dalla maglia rossa e dal nome che sembra un turno di battaglia navale.

CR7 non è solo un talento immenso, è anche un leader carismatico, un trascinatore, uno che gioca per la squadra prima che per se stesso. Ed é un giocatore totale come ne abbiamo visti pochi, viene voglia di scomodare il nome leggendario di Johann Cruyff, e pensiamo che il Pelé Bianco sarà sicuramente d’accordo, lassù sulla sua nuvola da dove sta sicuramente seguendo questo mondiale.

Il confronto con il fuoriclasse portoghese è impietoso per chiunque altro. Leo Messi affonda contro i simpatici e temibili Vichinghi alla testa della sua presuntuosa Argentina, e non soltanto per il rigore sbagliato (che differenza tra i suoi occhi, quelli di chi si sente già sconfitto e vorrebbe essere mille miglia lontano da lì, e quelli di Ronaldo, che freme per agguantare un altro brandello di storia e mandare ancora più avanti il suo Portugal), ma perché non è giocoliere, non è leader, non è nulla. Maradona si caricava sulle spalle la squadra e di riffa o di raffa (ma più che altro incantando le platee) la portava oltre qualsiasi ostacolo. Quando Messi esce dalla riserva protetta di Barcellona, i nodi del suo carattere vengono sempre immancabilmente al pettine.

Stesso discorso per Neymar, e per un Brasile per definire il quale l’aggettivo presuntuoso non basta più. Più vitale e consistente di quella miseramente e clamorosamente fallimentare del mondiale casalingo di quattro anni fa, la nazionale verde-oro – al pari del suo giocatore più famoso, paragonato troppo frettolosamente all’altro fenomeno Ronaldo, quello brasiliano – appare decisamente sopravvalutata.

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Altri palloni gonfiati, e come quelli che da una decina d’anni a questa parte si usano nei tornei internazionali, li puoi gonfiare quanto vuoi ma restano sempre di fattura scadente, e quando vengono calciati assumono sempre le traiettorie più strane e imprevedibili. Poi magari verremo clamorosamente smentiti, ma pare facile pronostico dire che a Mosca ad alzare la Coppa del Mondo non ci saranno alla fine né questo Brasile né questa Argentina.

Non ci sarà, probabilmente, nemmeno la Germania, messa in ginocchio da un Messico letale come una lama di coltello, impietoso nel mettere allo scoperto i quattro anni di più sulle spalle dei panzer. Anche qui, presunzione a go-go, poca corsa, poco talento, poca fame probabilmente. Chi di fame dovrebbe averne è la Francia, che rischia di lasciare contro l’Australia le stesse penne delle due sudamericane. Ci vuole un rigore uscito dal Var all’ultimo minuto perché Deschamps & soci abbiano ragione dei canguri. In questo caso, più che di presunzione è lecito parlare di spocchia, che quando si tratta della Francia non manca mai. Spocchia ed eccessiva fiducia nel calcio africano naturalizzato europeo. Quando ci sarà da soffrire veramente chissà che fine faranno questi galletti, malgrado il buon vento che spira tutt’ora dietro le loro spalle dai palazzi della FIFA.

Aspettiamo inglesi e belgi, e poi ci saremo fatti un’idea completa. Nel frattempo, potendo sceglierci stavolta per chi tifare, non possiamo sopprimere una istintiva simpatia per l’Islanda. Siamo tutti un po’ vichinghi, e vogliosi di imbarcarci su questo Drakkar che venderà carissima la pelle prima di tornare a casa, e chissà quali altre razzie compirà, in mezzo ai palloni gonfiati della FIFA e ad un calcio sempre meno biodegradabile. Indigeribile come la plastica che inquina i nostri mari.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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