Salviamo la Costituzione

di Simone Borri

La conferenza stampa del Centrodestra all'uscita dallo studio di Mattarella

La conferenza stampa del Centrodestra all’uscita dallo studio di Mattarella

FIRENZE – «Nel 2011 era lo spread, ora l’aumento dell’Iva: cambiano le ‘minacce’ ma la volontà di calpestare la sovranità popolare è la stessa. No ad un Monti-bis, no a governi tecnici, no ad un altro colpo di Stato mascherato», scrive stamattina sul suo profilo Facebook Giorgia Meloni. Come darle torto?

Scorriamo compulsivamente gli articoli della Costituzione, avanti e indietro, più volte. Macché, di ciò che ha dichiarato di voler fare il presidente della repubblica non c’é traccia. Ricordavamo bene.

Ricordavamo e presentivamo. Sergio Mattarella è un altro costituzionalista creativo come il suo predecessore, Giorgio Napolitano. E sa bene di avere alle spalle quello che ormai è purtroppo un precedente che sta acquisendo la solidità della giurisprudenza. La rottura costituzionale provocata da Napolitano nel 2011 ha provocato una breccia nella quale può infilarsi chiunque. E Mattarella è stato messo lì da Renzi tre anni fa proprio per questo, perché al momento giusto – al culmine di una crisi che il PD avvertiva nell’aria, almeno a livello neuronale – si inventasse qualcosa.

Et voilà. Con gli ingredienti che dal tempo di Pietro Badoglio vengono opportunamente, sapientemente e regolarmente riscaldati, ecco il governo del capo dello stato, ribattezzato per l’occasione governo neutrale. Volevamo una repubblica parlamentare e ci ritroviamo una monarchia costituzionale. Eravamo incerti se trasformarla in una repubblica presidenziale, e ci ritroviamo un cancellierato come quello di Bismarck. Volevamo un governo che governasse, e governasse nel senso che volevamo noi, senza bisogno che ce lo sottolineasse – con quel fare sornione da gatto mediterraneo che ha già messo nel mirino il canarino – il giurista del Quirinale Sergio Mattarella.

Volevamo che per una volta ciò che abbiamo di più caro e importante, il voto popolare, fosse rispettato. E invece niente, Mattarella a quanto pare lo tiene in gran dispetto, per dirla con Dante Alighieri, e del resto lo ha dimostrato fin da quel 1993 in cui riuscì a trasformare un referendum pro-maggioritario in una arlecchinata salva-proporzionale. E via così. Quo usque tandem, Mattarellae? Fino a quando, per i non latinisti?

Non ci facciamo mancare nulla, già che ci siamo, parafrasiamo anche Shakespeare. Essere o non essere? Che sia più duro passare da bischeri cedendo per l’ennesima volta alla suggestione dell’Europa che ce lo chiede, e se non ce lo chiede lei lo fanno i mercati, oppure sentirsi altrettanto bischeri credendo alla favola del governo neutrale? In questi giorni ricorre il quarantennale del martirio di Aldo Moro, buonanima, che com’é noto amava queste iperboli infarcite di paradossi. Governo neutrale gli sarebbe piaciuta, ne avrebbe apprezzato la creatività lessicale, sottesa a quella istituzionale di cui abbiamo già detto.

Si è mai visto un governo neutrale? Per definizione, il governo, qualsiasi governo in quanto tale è politico, proprio perché – tanto o poco, ordinariamente o straordinariamente – governa. Compie scelte, e quindi fa politica. Che Mattarella ci voglia raccontare a veglia che il suo sarebbe un governo super partes, equidistante, neutrale appunto, ci sembra francamente eccessivo, anche per una comunità politica e sociale abituata alle convergenze parallele di morotea memoria.

Quando poi arriva l’assenso fulmineo di Martina e del PD, scodinzolanti come cani che apprendono essere giunta l’ora della passeggiata serale, ci viene meno ogni dubbio. Questa – non ce ne voglia Franco Gabrielli se vi ravvisa un quale che sia vilipendio – è una sciocchezza pazzesca. Fantozzi avrebbe detto in altro modo, ma non vogliamo tirare troppo la corda della polizia postale.

La foto di Fratelli d'Italia pubblicata sul profilo Facebook di Giorgia Meloni

La foto di Fratelli d’Italia pubblicata sul profilo Facebook di Giorgia Meloni

Il governo neutrale che dovrebbe oltretutto dimettersi allo sbocciare del governo politico è una emerita sciocchezza. Sono cose che vanno bene se si tratta delle deleghe alle riunioni di condominio, non per i massimi livelli istituzionali della repubblica. La misura, anche per gli standards post-2011, diciamo che è abbondantemente colma. E sarebbe forse il caso che qualcuno lo facesse presente all’inquilino del Colle. Nel nostro pezzo di fantapolitica di qualche tempo fa immaginavamo un ripetersi della scena del 1964, con Nenni e Saragat che si recarono al Quirinale per far presente a Segni che era l’ora di finirla di flirtare con l’eversione del generale De Lorenzo. Stavolta, un Centrodestra allibito ed un Movimento 5 Stelle che forse si rende conto di aver infornato finora il pane nel forno sbagliato potrebbero assolvere ad analoga funzione. Per il momento, correttamente (molto più correttamente di chi li ha intervistati fino a poco prima) dichiarano ai microfoni del Quirinale quanto basta, e cioé che il governo è uno solo, quello stabilito dal popolo. E se Mattarella non ne è convinto, che si torni al popolo.

Sarebbe la prima legislatura finita prima di cominciare. A tutto c’é una prima volta. Che una presidenza si interrompesse perché non più in sintonia con il paese e la sua Costituzione non sarebbe invece la prima volta. C’é appunto il precedente, fatte le debite proporzioni, del 1964.

E sarebbe, a parere di chi scrive, altrettanto auspicabile.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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