L’«avvertimento» di Mattarella

di Simone Borri

SergioMattarella180514-001

ROMA – «Il presidente non è un notaio. Nominare premier è fra le sue prerogative». Mentre Movimento 5 Stelle e Lega lavorano ininterrottamente per ripresentarsi al Quirinale con una proposta ed un programma di governo che tengano conto delle indicazioni espresse dall’elettorato il 4 marzo scorso, il presidente della repubblica con questa affermazione entra a gamba tesa nella contesa che lo vede ormai impegnato a contrastare i suddetti partiti e soprattutto la suddetta volontà popolare.

Il discorso di Mattarella – che prosegue adducendo come precedente che fa giurisprudenza a suo favore quello di Luigi Einaudi che nella crisi del governo De Gasperi del 1953 individuò come suo successore Giuseppe Pella, il primo caso di governo del presidente nell’Italia repubblicana – dà la misura di quanto ormai questo personaggio sia esponente di una classe politica superata oggettivamente dalla storia nonché dalle condizioni politiche, sociali ed economiche del paese di cui dovrebbe avere la rappresentanza.

Citare un precedente del 1953 a fronte di una crisi – o presunta tale – del 2018 si commenta da solo. Ma soprattutto si commenta da solo il tentativo di qualificare come prassi costituzionale un qualcosa che la nostra classe politica ha sempre accettato in via di ripiego, come escamotage istituzionale, pretendendo quando gli è servito di fare assurgere questa norma non scritta al rango di norma costituzionale.

Assai più significativo, ma Mattarella non può certo dirlo apertamente, è semmai il precedente stabilito da Giorgio Napolitano nel 2011, con l’avallo oggettivamente fornito alla detronizzazione di un governo eletto dal popolo per sostituirlo con uno che traeva ragion d’essere soltanto dalla volontà e dalla inventiva del presidente della repubblica. In quei giorni, più che un precedente nella prassi costituzionale si è accettato – a livello collettivo, va detto – che venisse prodotta una rottura istituzionale, con una trasformazione assolutamente surrettizia della nostra repubblica da parlamentare a presidenziale, e non certo tra l’altro per le vie giuridiche previste dalla stessa costituzione.

In questo senso, e soltanto in questo, Mattarella può dire di non essere un notaio. Anche se sa benissimo che la Costituzione di cui pretende di essere conoscitore e custode non prevede altro per lui che una funzione notarile. Il fatto è che è dai tempi di Cossiga che agli inquilini del Colle tale funzione va stretta, ed ognuno l’ha sostanziata come meglio credeva, o come il suo background politico-culturale gli suggeriva.

Continuiamo a ritenere pertanto poco più che estemporanee (anche se sintomatiche di un clima e di un sistema politico che non hanno ancora nessuna voglia di abdicare al potere) le affermazioni di Sergio Mattarella, rifiutandoci di pensare peraltro che vorrà interferire con il processo democratico e legittimo che sta andando in corso al tavolo Salvini – Di Maio. O peggio ancora ignorarlo, dando attuazione al proprio avvertimento: governo entro domani o governo del presidente.

Se così tuttavia non fosse, più che l’art. 92 Cost. che lui cita pro domo sua (e che recita essenzialmente: Il Presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri) sarebbe forse opportuno rammentargli il richiamo al precedente art. 90: Il Presidente della Repubblica non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni, tranne che per alto tradimento o per attentato alla Costituzione. In tali casi è messo in stato di accusa dal Parlamento in seduta comune, a maggioranza assoluta dei suoi membri.

Maggioranza che, se non siamo stati distratti o abbiamo capito male, si sta appunto formando nel presente Parlamento.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Lavora nella pubblica amministrazione. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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