Continuava a chiedercelo l’Europa

di Simone Borri

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FIRENZE – Lo sguardo di Sergio Mattarella è rassicurante come quello di un gatto che ha ancora le piume di canarino alla bocca. Ci scuserà Franco Gabrielli, zelante custode dell’ortodossia liturgica repubblicana, ma la sensazione è quella e non possiamo farci niente, osservando ed ascoltando l’inquilino del Quirinale che annuncia per lunedi prossimo la fine delle consultazioni e l’incarico di governo. Un governo che governi, ha detto tra l’altro. Perché, di solito che fanno?

Espressioni sinistre a parte, poiché i numeri non sono un’opinione e rispetto al 4 marzo non sono cambiati, di che incarico si tratti è facile supporre. Il tempo del parlamento e della rappresentanza popolare è finito, se mai è cominciato. E’ in arrivo il governo del presidente, o di garanzia, o di scopo, o tecnico. O come diavolo lo si vuole chiamare. Ce lo chiede l’Europa, come fa dal 2011 a questa parte. E quando l’Europa chiede, il presidente – si chiami Napolitano o Mattarella – risponde.

Le forze politiche che hanno vinto le elezioni non hanno saputo presentarsi compatte sul Colle a chiedere la formalizzazione di una maggioranza di governo finalizzata alle riforme essenziali, quelle che chiedeva la gente italiana, non l’Europa. Ed ecco allora che trascorso il tempo sufficiente, il presidente che era stato messo lì dalla defunta maggioranza di Centrosinistra proprio per questo scopo e per questo giorno ha fatto scattare la sua opzione. Quella che una Costituzione riformata in tutto meno che nell’unica cosa che sarebbe stata essenziale gli conferisce ancora come prerogativa. Come succedeva al re d’Italia al tempo dello Statuto Albertino, alla fine si fa come vuole lui. Soprattutto se le rappresentanze popolari sono compiacenti o imbelli, o addirittura incapaci.

Il Movimento Cinque Stelle ha sprecato il suo vantaggio impuntandosi a chiedere la testa di Berlusconi al Centrodestra, sapendo che si trattava di questione di lana caprina e che soprattutto quest’ultimo non poteva concedergliela. Il Movimento fondato da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio è d’altra parte accomunato ai vecchi movimenti extraparlamentari degli anni settanta da un velleitarismo ideologico e pratico che gli ha sempre fatto e sempre gli farà da alibi per non doversi e volersi assumere incarichi di governo reali, pratici, fattivi. La sua vocazione è quella alla rottura (nel senso buono del termine) e alla protesta. Magari a volte mescolando le storture effettive del sistema con le scie chimiche ed altre amenità, ma insomma facendo il suo dovere fino a redigere l’elenco di tutto ciò che non va.

Quando si passa all’elenco di tutto ciò che si dovrebbe fare per migliorare, allora cominciano i guai. Nel suo DNA non c’é cultura di governo, ed il populismo riaffiorante è quello del Comandante Lauro. In questo caso la scarpa sinistra è il reddito di cittadinanza, promessa che non può essere mantenuta e di cui opportunamente si scaricherà la colpa su altri. E’ un populismo che non fa riferimento ad un popolo, ma semmai ad una plebe malata di assistenzialismo, affamata di Cassa del Mezzogiorno. E se non si fa come dicono loro, i Cinque Stelle, allora che salti tutto per aria, che si torni a votare con quella stessa legge che si è finito un attimo prima (giustamente) di maledire.

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Che si dia sfogo al complottismo, perché tutti ce l’hanno con loro, i Cinque Stelle. Non è la Raggi che è un’incapace, sono i mass media romani e nazionali che non le danno tregua. Non è Fico che tiene la colf al nero (in qualunque altro paese tra quelli che consideriamo civili il presidente della Camera sarebbe a quest’ora dimissionario, di fronte alle telecamere a scusarsi con la gente ed in attesa degli agenti del Tesoro che vengono a prenderlo per portarlo a rendere conto della sua evasione fiscale nelle opportune sedi giudiziarie), ma sono le Jene di Berlusconi che gli hanno teso un’imboscata. Non è Di Maio che deve ancora crescere (anche rispetto ai suoi modelli democristiani d’altri tempi, demitiani o mastelliani), non è Grillo che dovrebbe tornare a fare il comico e basta (se qualcuno lo scrittura) o la famiglia Casaleggio che dovrebbe dedicarsi all’informatica e lasciar perdere tentazioni orwelliane. No, è il resto del mondo che congiura, e che adesso gongola malvagio.

Poi c’é il PD. Abbiamo già sottolineato il paradosso di dover ringraziare Matteo Renzi, il principale responsabile delle attuali miserie del nostro sistema politico e sociale, per aver reso impossibile l’inciucio di Fico, quel governo M5S – PD che stava per scivolare come una pietra tombale sulle nostre teste e sulle nostre aspirazioni di sopravvivenza. Sì, grazie Renzi, per perseguire il tuo disegno di un partito eponimo, svuotando questo ormai inutile, ridicolo, dannoso partito che ha senso ormai soltanto per mezze figure come Martina, Emiliano ed altri riservisti chiamati a rifondare ciò che non è rifondabile (come avrebbe detto Boris Eltsin, parlando di cose analoghe ma in versione più seria). Renzi non vuole fare il socio di secondo piano nell’inciucio, come avrebbe voluto Di Maio, e le tentazioni poltroniste di alcuni dei suoi sono state dunque frustrate. Che Martina prosegua nelle sue pratiche mortuarie, tanto in concreto il PD continua a governare con Paolo Gentiloni ed il suo restyling dell’amministrazione ordinaria (in Sicilia ad esempio si è ripreso a sbarcare dall’Africa che è un piacere).

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E poi c’é il Centrodestra, che sa di avere in mano la carta vincente e aspetta di giocarla al momento giusto. Quando ci sarà da ripresentarsi all’elettorato con la faccia di chi ha mantenuto impegni, alleanze, programmi. O meglio, l’avrebbe fatto se gli fosse stato concesso. Se l’arbitro non fosse stato di parte, o disattento. Le consultazioni 2018 vanno in archivio con un unico dato oggettivo: sono stati interpellati tutti (ci stava per scappare un cani & porci, absit iniuria verbis) meno che il leader del Centrodestra. L’Europa non lo chiede? Le preoccupazioni di madame Fornero sono condivise in alto loco? Vai a sapere perché.

Lunedi riapre il Forno Mattarella, Premiata Ditta dal 2015. Faccia come crede, poi non si meravigli se sul web nessuno gli augura salute e prosperità. Come al suo predecessore.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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