Storia dei Mondiali di calcio: USA 1994

di Simone Borri

Striker, la mascotte di USA 94

Striker, la mascotte di USA 94

Dal 1975 presidente della F.I.F.A. era il brasiliano Joao Havelange, succeduto all’inglese Stanley Rous. Apparentemente un innovatore, colui che aveva portato a 24 il numero dei partecipanti ai Mondiali e cambiato più volte formule e regole con cui questi si disputavano. In realtà, a partire dalla fine degli anni 80, il governo reale del calcio era sempre più nelle mani del segretario, un oscuro burocrate svizzero di nome Joseph Blatter, che all’epoca di Italia 90 stava già diventando molto meno oscuro, il vero factotum della federazione internazionale, omnipresente e sempre al centro delle decisioni che di frequente venivano a modificare – ed in qualche caso a sconvolgere – un gioco che era rimasto uguale a se stesso nella sua semplicità per quasi cento anni.

La politica di Blatter consistette da subito in una sterzata definitiva dallo sport al business. Lo spettacolo del calcio doveva essere sempre più fruibile ed appetibile per le televisioni, in funzione dei cui palinsesti regole ed orari venivano sempre più stravolti. La nuova frontiera del calcio mondiale inoltre divenne la ricerca di nuovi mercati per il pallone, che fino a quel momento aveva limitato il suo bacino d’utenza ad Europa e Sudamerica. C’erano interi continenti da colonizzare per il football, e Blatter si calò ben presto nella parte del conquistador.

Henry Kissinger, lo storico segretario di stato del presidente Nixon, era tra le tante cose un appassionato di quel football, non avendo dimenticato le sue origini europee, tedesche per la precisione. Ogni volta che capitava dalle nostre parti, faceva almeno un salto in qualche stadio dove si esibiva la squadra di proprietà del suo grande amico italiano, l’Avvocato Gianni Agnelli. Una volta ritiratosi a vita privata, una delle battaglie del prof. Kissinger era stata quella per portare il grande calcio nel suo paese, gli Stati Uniti.

Henry Kisinger

Henry Kissinger

Il 4 luglio 1988, ricorrenza dell’Indipendenza Americana, annunciò alla sua nazione in festa ed al mondo intero che la F.I.F.A. aveva accolto la candidatura degli U.S.A. e che pertanto i mondiali di calcio del 1994 si sarebbero disputati sì nel continente americano come voleva la regola, ma nell’emisfero nord, e al di sopra del Rio Bravo. I tradizionalisti storsero la bocca, altri invece fecero notare che dai tempi dei Cosmos di New York che ingaggiavano le stelle del calcio in declino (Pelé, Giorgio Chinaglia, Franz Beckenbauer) e dei primi tentativi di campionato nazionale che assomigliavano più alle esibizioni degli Harlem Globe Trotters del basket che alla nostra idea di calcio, gli U.S.A. avevano fatto indubbiamente progressi. Il soccer, come lo chiamavano gli americani per distinguerlo dal loro football, quello del Superbowl, era entrato in pianta stabile nelle scuole e almeno a livello femminile aveva già prodotto risultati egregi, se è vero che la Nazionale U.S.A. aveva vinto addirittura la prima edizione del Mondiale femminile disputatasi nel 1991 in Cina (altro mercato che la F.I.F.A. stava tenendo d’occhio).

Era tempo dunque di portare il circus del calcio mondiale maschile nella terra del baseball, dell’american football, del basketball. Comeera successo a Montezemolo in Italia, Kissinger si ritrovò dunque presidente del comitato organizzatore. Nove leggendari stadi del football americano vennero riadattati al soccer, dal Rose Bowl di Pasadena in cui si sarebbe giocata la finale al Giants Stadium di New York, al Foxboro di Boston al RFK di Washington al Soldier di Chicago. Nomi che evocavano le imprese di leggendari quarterback, di memorabili Superbowl, di O. J. Simpson non ancora diventato il presunto assassino della moglie, di Burt Reynolds in Quella sporca ultima meta, erano destinati ad indicare le location della nuova rappresentazione planetaria del gioco più popolare del mondo, nella speranza che lo diventasse un giorno anche lì, negli Stati Uniti.

Joseph Blatter

Joseph Blatter

La Nazionale americana maschile si era resa autrice in un passato ormai remoto dell’incredibile e storica eliminazione dell’Inghilterra alla sua prima partecipazione ad un mondiale in Brasile nel 1950. Dopodiché i calciatori a stelle e strisce riapparvero solo 40 anni dopo ad Italia 90, dove avevano fatto per la verità vedere i sorci verdi proprio agli azzurri, per finire poi eliminati al primo turno. In preparazione di U.S.A. 94, oltre ad assoldare uno dei maghi del calcio emergente, lo slavo Bora Milutinovic, il comitato organizzatore americano aveva ottenuto la nascita della Major Soccer League, il campionato di calcio finalmente organizzato e gestito secondo criteri più simili al livello dei paesi con maggiore tradizione, capace tra l’altro di selezionare una rappresentativa che – come si sarebbe visto – avrebbe onorato il suo paese.

Il mondo che si riuniva di nuovo in Nordamerica per giocare a calcio era profondamente cambiato rispetto a quello che aveva salutato la Coppa del Mondo in Italia 4 anni prima. I campioni in carica adesso si chiamavano Germania e basta, e stavano integrando anche calcisticamente i territori dell’Est nella nuova Federazione. A proposito di federazioni, non esisteva più quella delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, dopo che nel 1992 Boris Eltsin si era dimostrato più realista di Gorbaciov e l’aveva sciolta. Al suo posto, tra quanti avevano recuperato l’indipendenza ed ereditato il titolo sportivo dell’U.R.S.S., si erano iscritti 4 paesi, la Russia propriamente detta e le tre Repubbliche Baltiche. Ma solo la prima era riuscita a qualificarsi a U.S.A. 94. Mancava anche la Federazione di Jugoslavia, o quello che stava esplodendo al suo posto, perché dal 1992 i suoi stati membri erano impegnati in una sanguinosa guerra civile e non avevano tempo o voglia per le qualificazioni mondiali.

Si erano guadagnate il volo al di là dell’Atlantico (o del Pacifico) Italia, Svizzera, Norvegia, Olanda, Spagna, Irlanda, Romania, Belgio, Grecia, Russia, Svezia, Bulgaria oltre alla Germania campione in carica per l’Europa; la Colombia, il Brasile e – solo a fatica – l’Argentina per il Sudamerica; Stati Uniti paese ospitante, Messico, Canada, El Salvador, Honduras per il Centro-Nordamerica; Camerun, Marocco e Nigeria per l’Africa; Corea del Sud, Arabia Saudita, Cina, Giappone, Iraq per l’Asia. L’Oceania era rimasta fuori per un soffio. Incredibilmente l’Argentina si era fatta battere in casa per 5-0 dalla Colombia, malgrado il ritorno in squadra di Maradona, e aveva disputato un durissimo spareggio con l’Australia risolto da Gabriel Batistuta solo nel match di ritorno a Buenos Aires.

Berlusconi, Matarrese e Sacchi

Berlusconi, Matarrese e Sacchi

L’Italia veniva da quattro anni contraddittori. Nel 1991 Antonio Matarrese, il potentissimo capo della Federcalcio, onorevole democristiano e rampollo della famiglia di costruttori edili che aveva costruito tra l’altro il San Nicola di Bari, aveva dato il benservito ad Azeglio Vicini, non avendo digerito  né la mancata vittoria a Italia 90 né la mancata qualificazione all’Europeo del 1992 in Svezia. Al suo posto aveva preso l’uomo del momento, quell’Arrigo Sacchi che rappresentava la nouvelle vague del calcio italiano da quando aveva riportato il Milan di Berlusconi sul tetto d’Europa e del mondo. Berlusconi per la verità aveva voglia di provare qualcuno che lo facesse trionfare anche in Italia, e fu ben contento di ingaggiare Fabio Capello liberando così Sacchi per l’azzurro.

In realtà la qualificazione mondiale fu assai più dura per il Sacchi nazionale di quanto lo era stata qualsiasi competizione per il Sacchi milanista. L’Italia staccò il biglietto per U.S.A. 94 solo con molta fatica e alle spalle della Svizzera, dietro cui non finivamo dal 1954. Emergeva già la difficoltà del tecnico emiliano di inquadrare il talento di giocatori come Roberto Baggio nei propri rigidi schemi. Al momento di partire per New York molti in Italia avanzavano già delle perplessità sul tecnico che aveva in mano il destino della nostra nazionale.

L’Italia capitò in un girone che comprendeva oltre alla Norvegia ed al Messico anche l’Irlanda, ed era chiaramente una strizzata d’occhio alle principali comunità etniche della Grande Mela, che avrebbero avuto così il loro derby. Delle due squadre, l’Eire fu per la verità la più pronta ad adattarsi alle pesanti condizioni di gioco. Per permettere infatti la visione dei match in Europa ad orari possibili, si giocava di là dall’oceano ad ore impossibili, tipo la mattina o il mezzo del giorno, e l’estate newyorkese non scherzava, soprattutto in quell’anno 1994 in cui le temperature si avvicinarono al record.

Da sinistra, Paolo Maldini, Berti, Benarrivo, Massaro, Pagliuca, Dino Baggio, Donadoni, Albertini, Roberto Baggio, Evani, Franco Baresi

Da sinistra, in piedi: Paolo Maldini, Berti, Benarrivo, Massaro, Pagliuca, Dino Baggio.                              Accosciati: Donadoni, Albertini, Roberto Baggio, Evani, Franco Baresi

Dopo 11 minuti, la fucilata di Houghton che Pagliuca battezzò fuori ma che invece finì dentro mise la partita in salita per gli azzurri, che non seppero venirne a capo. A gioire per le strade della metropoli americana furono alla fine i verdi di San Patrizio, mentre a Little Italy regnavano un silenzio di tomba e la rabbia per la brutta prestazione della nostra Nazionale. Era già dramma per gli azzurri, che dovevano vincere la partita successiva per non tornare a casa sotto un lancio di pomodori. La Norvegia in altri tempi sarebbe stata un avversario ideale, ma i vichinghi erano cresciuti, e tanto, e ci fecero vedere le streghe. Il resto lo fecero le nuove regole di Blatter, allorché Pagliuca uscì su un attaccante norvegese toccando la palla con le mani fuori area. Espulsione immediata, ed eravamo soltanto al 21’ del primo tempo. Cosa si inventò Arrigo Sacchi per riassestare una squadra ridotta in dieci? Fuori Roberto Baggio, che come il Chinaglia di 20 anni prima non fece mistero del proprio disappunto. Il labiale era chiaro, in mondovisione: «questo è matto!»

Maradona fermato dall'antidoping

Maradona fermato dall’antidoping

Matto sì, forse, ma fortunato. Perché l’altro Baggio in squadra, Dino, mise dentro una zuccata nella ripresa e salvò la patria e la panchina del mister. Bastò poi uno scialbo pareggio con il Messico, propiziato da un gol di Daniele Massaro detto Provvidenza per essere qualificati come migliore terza. Visto come si era messa, andava bene così.

Negli ottavi ci toccava la Nigeria, la rivelazione di quel Mondiale come il Camerun lo era stato di Italia 90. Gli africani avevano vinto il girone lasciandosi dietro Bulgaria e Argentina, ripescata quest’ultima anch’essa come terza. I biancocelesti avevano cominciato goleando la Grecia, grazie anche ad un ritrovato Maradona (dopo tre anni tribolatissimi seguiti alla famosa fuga da Napoli dopo essere stato colto sul fatto a fare uso di stupefacenti). Poi Diego era stato fermato dall’antidoping, che l’aveva trovato positivo, e i suoi avevano accusato il colpo perdendo dalla Bulgaria di Stoichkov. Negli altri gironi, qualificati i padroni di casa degli Stati Uniti insieme a Romania e Svizzera, Brasile e Svezia a braccetto così come Germania e Spagna. I campioni del 1990 erano pressappoco gli stessi, invecchiati e meno brillanti, anche se sembravano solidi come sempre. Messico e Irlanda passarono avanti all’Italia, completavano il quadro degli ottavi Olanda, Arabia Saudita e Belgio.

BaggioSacchi180409-001Negli ottavi, per l’Italia ancora uno psicodramma. A Boston, i nigeriani andarono in vantaggio a metà primo tempo su papera della difesa. L’Italia di nuovo in dieci uomini per fallo di reazione di Zola, era eliminata fino a due minuti dalla fine, quando Roberto Baggio si riprese la sua Nazionale con un destro da fuori piazzato in mezzo ad una selva di gambe come il tiro di un giocatore di biliardo. Lo stellone di Sacchi procurò quindi un rigore nei supplementari, che Baggio trasformò. Il 2-1 venne quindi difeso da un’Italia ridotta in nove uomini che sfiorò addirittura la terza rete.

Poco prima, si era conclusa contro il Brasile l’epopea della squadra di casa, che resistette ai verdeoro (ridotti anch’essi in dieci per fallaccio di Leonardo su Ramos) fino a un quarto d’ora dalla fine, avendo pure qualche occasione per causare una nuova eliminazione clamorosa dei sudamericani. L’Olanda superò l’Irlanda, la Bulgaria il Messico, la Germania il Belgio, la Spagna la Svizzera e la Svezia l’Arabia Saudita. La sorpresa arrivò da Pasadena, dove la Romania di George Hagi eliminò l’Argentina di Batistuta, orfana ormai di Maradona.

Ai quarti erano approdate quindi sette squadre europee ed una sola sudamericana, il Brasile di Romario e Bebeto. Carlos Alberto Parreira dalla panchina e Carlos Dunga in campo erano riusciti a dare consistenza ad una squadra poco brillante, che stentava a ritrovare la sua dimensione. Non era un Brasile paragonabile a quello dei tempi d’oro, ma era comunque un solido e serio candidato alla vittoria finale. Contro l’Olanda andò in doppio vantaggio, poi si fece riprendere, quindi chiuse 3-2 grazie ad una punizione di Bebeto. Disse invece addio alla World Cup la Germania, che si fece rimontare 2-1 dalla Bulgaria, mentre la Svezia ritornava in semifinale dopo 36 anni eliminando la Romania.

L’ultimo quarto era Italia-Spagna, la rivincita del torneo olimpico di Barcellona dove avevano vinto gli iberici, l’ennesimo scontro di una lunga serie cominciata nel 1934. Segnò prima Dino Baggio, pareggiò Camineiro. Quel giorno l’uomo in più ce l’aveva l’Italia, che al 42’ del secondo tempo con Beppe Signori servì Roberto Baggio in contropiede. Fuga del Codino che dribblò anche Zubizarreta e mise dentro. 2-1 e Italia in semifinale contro la Bulgaria.

Era, o almeno sembrava in quel momento, il mondiale di Roberto Baggio. Sacchi aveva perlomeno evitato gli errori di Vicini e sia pure a collo torto aveva benedetto l’estro del suo numero 10, che dopo la sostituzione con la Norvegia ed i gol salva-Italia contro la Nigeria non aveva più messo in discussione. Contro la Bulgaria ne fece due nel primo tempo, accorciò poi Stoichkov ma servì solo a metterci paura, alla fine gli azzurri si qualificarono a giocare la quinta finale mondiale della loro storia. L’avrebbero giocata contro il Brasile che aveva eliminato la Svezia con il minimo sforzo.

Il Brasile di Bebeto e Romario

Il Brasile di Bebeto e Romario

Come 24 anni prima all’Azteca di Città del Messico, Italia-Brasile era lo spareggio tra le due squadre che avevano vinto di più. Chi avesse prevalso sarebbe diventato tetracampeon, l’altro sarebbe rimasto a quota tre insieme alla Germania. Quanto diverse erano però le due squadre da quelle del 1970, il Brasile sembrava quasi una squadra europea, l’Italia era ridotta interamente a dipendere dagli estri di Roberto Baggio, e mal sopportava lo schematismo del suo allenatore oltre al caldo micidiale degli Stati Uniti a giugno.

A Pasadena le squadre scesero in campo a mezzogiorno, 36 gradi, 70% di umidità. Nessuna delle due aveva più molto da spendere, e si sarebbe visto in una partita che di emozioni ne avrebbe regalate pochissime. Ma l’Italia era incerottata, Roberto Baggio si era stirato con la Bulgaria e Sacchi lo rischiò forse l’unica volta che avrebbe avuto ragione di sostituirlo, ed anche un sostituto all’altezza. Gianfranco Zola rimase in panchina, l’occasione più nitida del match capitò proprio a pochi minuti dalla fine sul piede malfermo di Robertino, che non ce la fece a trasformarla.

Baggio e Baresi, un secondo posto sconsolato

Baggio e Baresi, un secondo posto sconsolato

Per la prima volta nella storia, il titolo mondiale venne assegnato ai rigori. Ma l’Italia di quell’epoca con i rigori ci aveva litigato, e ne sbagliò 3, contro 1 del Brasile. Franco Baresi, Marcio Santos, Daniele Massaro e per finire l’ultimo, quello di colui che avrebbe dovuto essere incoronato re di quel mondiale oltre che miglior giocatore e campione del mondo. Il tiro di Roberto Baggio, ormai su una gamba sola, finì alle stelle e con lui le speranze d’Italia. Piangevano gli azzurri a centrocampo mentre il Brasile festeggiava il suo quarto titolo mondiale, il primo del dopoPelé.

A casa i tifosi non sapevano neanche loro chi maledire, se la testardaggine di Sacchi, la sfortuna di Baggio e della squadra, il caldo infernale, i calci di rigore o che altro. Era una sconfitta che faceva ancora più male di quella di Italia 90, anche perché arrivata veramente negli ultimi istanti di un torneo giocato sempre con il cuore in gola. Gli azzurri quel cuore l’avevano lanciato oltre l’ostacolo. Era ritornato loro indietro in faccia, come uno schiaffo. Per tornare a casa adesso c’era di mezzo un oceano, e veniva voglia di riempirlo di lacrime.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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