Southampton, 10 aprile 1912

di Simone Borri

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Il 10 aprile 1912 salpò da Southampton, Gran Bretagna, per il suo viaggio inaugurale un transatlantico di classe Olympic della compagnia di navigazione White Star Line. Costruito presso i cantieri Harland & Wolff di Belfast, il transatlantico era il terzo della sua classe, ed assieme ai suoi gemelli denominati Olympic e Britannic era ritenuto il più grande ed il più lussuoso del mondo, la massima espressione della tecnologia navale del tempo e uno dei simboli più evocativi ed affascinanti di quella Belle Epoque che sarebbe tramontata di lì a poco. Un tramonto nel quale il destino della terza gemella avrebbe avuto un ruolo non secondario, almeno nell’immaginario collettivo del tempo.

Il transatlantico fece scalo a Cherbourg in Normandia ed a Queenstown (l’odierna Cobh) in Irlanda, prima di dirigere la prua verso la sua destinazione finale, il porto di New York, ed intraprendere la fase più lunga e pericolosa di quel suo viaggio inaugurale. Il viaggio terminò anzitempo, alle ore 23,40 del giorno 14 aprile, in un punto al largo di Terranova dove era stata segnalata la presenza di iceberg, abbondanti ancora in quella stagione.

Gli ufficiali in comando e i funzionari della compagnia presenti a bordo sottovalutarono quelle segnalazioni, e pare anche che non ridussero nemmeno la velocità di crociera, poiché ambivano alla conquista del prestigioso Nastro Azzurro, che spettava a chi copriva la rotta tra la Gran Bretagna ed il Nuovo Mondo in tempo record.

Lo scafo del transatlantico si squarciò poco prima della mezzanotte, e si inabissò neanche tre ore dopo. Dei 2.223 tra passeggeri e membri dell’equipaggio (circa 900), si salvarono soltanto 705 persone, e solo 6 di quelle raccolte nell’acqua gelida dell’Atlantico canadese. Furono raccolti dall’unico altro transatlantico che poté rispondere, data la vicinanza, alla richiesta di aiuto, il Carpathia della compagnia concorrente Cunard Line.

Il nome della nave che visse solo quattro giorni e si portò nell’abisso altre 1.518 vite era R.M.S. (Royal mail Ship) Titanic. Pochi altri nomi sono stati consegnati alla storia con un impatto emotivo ed un potere evocativo come il suo.

Ancora oggi il relitto spezzato in due del transatlantico con cui la superbia umana aveva sfidato gli dei degli abissi giace nel punto in cui l’acqua gelida del Labrador si chiuse sopra di lui e dei suoi sfortunati passeggeri (soltanto 333 salme vennero recuperate nei giorni successivi all’incidente). La fantasia umana si è sbizzarrita nel tempo sulle possibilità di recupero del Titanic, più di quanto la tecnologia allo stato attuale abbia permesso di ipotizzare nella realtà.

Il destino finale di quella che un tempo fu la nave più grande del mondo è probabilmente quello di diventare, erodendosi, parte del fondale marino. Oppure di essere ricoperta dalla sabbia che si muove a banchi dal Mar Glaciale Artico verso il luogo del naufragio, e che nel giro di 30 anni circa dovrebbe chiudere per sempre il sarcofago sulla RMS Titanic.

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«Il Titanic non rappresentò la fine di un’era, ma un momento di pausa e riflessione sul fatto che forse non siamo così potenti come crediamo, con l’augurio che non ci sia più una signora grigia, una signora elegante che abbia una così tragica fine»

(Discovery Channel, Titanic anatomia di un disastro)

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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