Il calcio italiano ha rialzato la testa

di Simone Borri

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FIRENZE – Il calcio italiano rialza la testa, e ad una settimana di distanza restituisce incredibilmente a quello spagnolo lo schiaffo ricevuto nell’andata dei quarti di finale di Champion’s League. La stessa prestazione, orgogliosa, determinata, tatticamente e tecnicamente perfetta, vale però per la Roma un’apoteosi e per la Juventus una solenne arrabbiatura con tanto di assedio finale all’arbitro, che non mancherà di avere purtroppo le sue conseguenze disciplinari.

La corsa di Manolas dopo il gol che qualifica la Roma alla semifinale

La corsa di Manolas dopo il gol che qualifica la Roma alla semifinale

Succede che all’Olimpico tra le mura amiche la squadra giallorossa non sbagli pressoché nulla, rifacendosi con gli interessi dei torti subiti al Nou Camp (due rigori negati) e mettendo allo scoperto i difetti attuali del pur prestigioso avversario: il Barcellona attuale fuori casa, se opportunamente e sagacemente aggredito, è una squadra che mostra i segni del tempo e che il solo Messi, unico superstite di una schiera infinita di fuoriclasse, non basta più a imbellettare. La Roma ottiene il rigore che le era stato negato in casa blaugrana, il legionario De Rossi lo trasforma con tranquillità come se il tempo non fosse trascorso da quell’altro rigore tirato a Berlino 12 anni fa, nel 2006, e nello stesso tempo con la rabbia che Roma e i romani avevano voglia di scatenare in faccia al mondo intero, azzannandolo. Dzeko e Manolas fanno il resto, segnando due gol che non sfigurerebbero nella Cappella Sistina. Risultato, giallorossi in semifinale e con la voglia di guardare ancora più avanti. Dice il vecchio adagio: andare a Roma e non vedere il Papa è un peccato. Altrettanto sarebbe se la Roma si accontentasse a questo punto, in semifinale di una Champion’s dove forse avversari fuori della sua portata a questo punto non ce ne sono più.

Ci pensa proprio la Juventus a chiarirlo, ridimensionando la sera dopo il Real Madrid come mai forse era capitato alle merengues nella loro storia, per di più a casa loro. Se all’Olimpico di Roma serviva un’impresa, al Bernabeu ne servivano una e mezza. A Torino la Juve aveva concesso troppo al talento ancora intatto del fenomeno Cristiano Ronaldo ed alla sua orchestra di comprimari fuoriclasse. Al ritorno, non era concesso sbagliare più nulla e nello stesso tempo urgeva fare la partita perfetta. Quella in cui vai in vantaggio per tre a zero sulla squadra più forte del mondo (fino a ieri), in casa sua e con una facilità a tratti irrisoria.

L'intervento di Benatia su vazquez che è costato il rigore alla Juventus

L’intervento di Benatia su vazquez che è costato il rigore alla Juventus

La difesa del Real non è il suo punto di forza, quella della Juve sì. Si spiega così la libertà con cui Mandzukic va a segnare i suoi due gol di testa e l’agio con cui Matuidi si avventa nell’area piccola madrilena, portandosi indisturbato il pallone in porta dopo la non trattenuta del goffo portiere iberico Navas. Dall’altra parte, tiri in porta degni di questo nome zero, per almeno sessanta dei novanta minuti. Mai successo nella storia del club più titolato del mondo.

Sulla faccia degli spettatori del Santiago Bernabeu si legge prima incredulità, poi paura. Il Real non ce la fa, annaspa tra le maglie del centrocampo e della difesa bianconeri, trova un super Buffon quando riesce in qualche modo a filtrare, un Buffon che si merita l’omaggio che lo stadio della capitale spagnola non manca mai di tributare ai grandi campioni stranieri che vengono a giocare qui. CR7 non sfonda l’attenta difesa di Allegri, dall’altra parte la Juve può maledire la lentezza di Pjanic e la goffaggine di Higuain, altrimenti ci sarebbe spazio e tempo per fare altro male ai presuntuosi e sussiegosi padroni di casa, che troppo tardi si accorgono di aver preso sottogamba il peggior avversario possibile.

Quando già lo spettro dei supplementari incombe su 22 giocatori stanchi e – nel caso dei madrileni – anche preoccupati di andare incontro ad una débacle che, sommata a quella dei rivali catalani del giorno prima, assumerebbe i contorni dello psicodramma nazionale, ecco che il Real trova ossigeno e speranza in tre dei suoi giocatori fino a quel momento in difficoltà, grazie alla necessità che anche la super difesa bianconera ha di rifiatare.

Nelll'esultanza di Cristiano Ronaldo il sollievo alla fine della grande paura madridista

Nelll’esultanza di Cristiano Ronaldo il sollievo alla fine della grande paura madridista

Marcelo, detto dai suoi stessi connazionali Avenida per la facilità con cui gli avversari vanno via sulla sua fascia di competenza, dimostra che come terzino è una pippa ma come ala ha pochi eguali al mondo, e comincia a tormentare la retroguardia juventina innescando a ripetizione Isco, il giovane più interessante della nouvelle vague spagnola, un turbine che fino a quel momento si è sfogato fuori dell’area italiana ma che negli ultimi minuti vi si affaccia dentro, pericoloso. Al 93° il traversone decisivo, sul quale si fa trovare pronto l’Uomo del Destino.

A 33 anni Cristiano Ronaldo ha la classe e la prestanza atletica dei suoi 18. Al 93° ha ancora la lucidità che lo contraddistingue: sa sempre dov’é la porta avversaria e qual è la via migliore per arrivarci, o farci arrivare un compagno. Salta il doppio del suo marcatore Chiellini, e mette in mezzo per l’accorrente Lucas Vazquez, sul quale uno stanco Benatia non può fare a meno di entrare goffamente, stendendolo.

Michael Oliver, fino a quel momento l’arbitro che tutti vorrebbero – sportivamente – in casa e fuori casa ed a qualsiasi livello, prende l’ultima decisione di una serie impeccabile senza esitazioni: rigore. Si scatena la rabbia juventina, infondata ma comprensibile. La partita perfetta è rovinata sul filo di lana. Buffon è il primo a perdere la testa, malgrado i suoi 40 anni di età ed i 20 di servizio dovrebbero consigliargli più avvedutezza, più calma. Ma è difficile restare calmi quando ormai nelle tue vene scorre direttamente adrenalina, al posto del sangue. Il Gigi nazionale dice qualcosa in qualche lingua che Oliver non può non sentire e capire. Rosso diretto, a parare il rigore tirato da CR7 dovrà essere mandato in campo il riservista Szczesny. Anche Chiellini finisce in mondovisione sul taccuino del giudice sportivo: il suo gesto agli avversari è inequivocabile: avete pagato. Tutti gli altri, i bianconeri in maglia gialla, protestano con toni gradatamente meno intensi. L’esausto Higuain che deve lasciare il campo al portiere di riserva riesce solo a scuotere la testa, la sua mole attuale non gli consente più verve.

La Juventus si avventa sull'arbitro Oliver per protestare contro la concessione del rigore. Quest'ultimo ha già in mano il cartellino rosso con cui espellerà Gigi Buffon.

La Juventus si avventa sull’arbitro Oliver per protestare contro la concessione del rigore. Quest’ultimo ha già in mano il cartellino rosso con cui espellerà Gigi Buffon.

Szczesny intuisce il tiro di Ronaldo, che però è di quelli che non si parano. Il portoghese segna il 23° gol alla Juventus, malgrado oggi abbia visto streghe e sorci verdi insieme. Il Real va avanti, verso la 29° semifinale di Champion’s della sua storia. Alla Juventus, nella serata forse migliore della sua intera storia, resta un pugno di mosche e la necessità di capire come sfogare una rabbia che non trova limiti. Andrea Agnelli parla di var anche in campo europeo, senza rendersi conto (o forse sapendo benissimo) che nella circostanza l’apparecchio non avrebbe potuto che confermare la decisione di Oliver, e che del resto il suo utilizzo in campo italiano non ha risolto affatto le vecchie polemiche sugli arbitraggi, che per la Juventus ormai sembrano un debito kharmico.

Il più compassato tutto sommato è Massimiliano Allegri, che per la terza volta si vede soffiare il sogno europeo da una squadra spagnola quando ormai intravede il traguardo in fondo al rettilineo. Tre anni fa fu il Barça a scippargli il titolo, con il rigore netto negato a Pogba a 15 minuti dalla fine sul quale in contropiede andò a segnare il gol decisivo Suarez. L’anno scorso ci fu il calo nella ripresa contro il Real, che maramaldeggiò i bianconeri dopo l’1-1 di Mandzukic grazie ad una rovesciata che non aveva nulla da invidiare a quella di Cristiano Ronaldo. Quest’anno, con il Bernabeu ridotto ad esultare per una sconfitta per 3-1, il dispiacere è ancora più grande. E Allegri, che ha impostato la stessa aprtita capolavoro del collega Di Francesco 24 ore prima, sarebbe forse quello che ha più ragione di rammaricarsi.

Lo sport non è più quello che ci spingeva a correre dietro ad un pallone da bambini, e di sicuro ha preso il sopravvento quel business che fa dire a molti che l’Italia in Europa non ha più peso politico-economico. Ma se di quell’antica passione infantile c’é rimasto addosso qualcosa, di queste due serate trascorse tra Roma e Madrid dovrà essere conservato qualcosa in più del mero ricordo di episodi e intemperanze. Quando tutto sembrava perduto in una notte senza fine, il calcio italiano ha rialzato la testa. Lo ha fatto, guarda caso, nello stadio dove già rinacque 36 anni fa, il Santiago Bernabeu.

Si può ancora fare. Vamos.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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