Non moriremo PD

di Simone Borri

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L’Italia che si sveglia all’alba del 5 marzo 2018 ha qualche certezza in più. Non tutte quelle che le servirebbero, ma almeno quelle che forse le consentiranno di sopravvivere come nazione e come popolo. Il 73% circa degli aventi diritto al voto manda alle proprie istituzioni ed a quelle dell’Europa un messaggio forte e chiaro. Gli ultimi cinque anni sono cancellati. Il paese volta pagina. Partiti, idee, personaggi che vengono da un passato lontano sono di fatto archiviati. Altri hanno a disposizione il futuro, e dovranno dimostrare di meritarselo, pur nelle trappole insidiose tese da un sistema elettorale studiato a tavolino perché stamattina un vero vincitore non ci fosse.

Cominciamo dai perdenti. Con il suo 19% Matteo Renzi compie un altro passo sostanziale e decisivo nel processo di dissoluzione di un partito e di un movimento politico che ereditavano la tradizione della sinistra italiana, incardinata per lungo tempo su un partito che per tutto il dopoguerra era stato sul continente europeo insieme al Labour Party inglese la più forte rappresentanza nazionale del cosiddetto popolo della sinistra.

Rispetto a quella tradizione, il partito democratico presentatosi a questa tornata elettorale non è più nulla e non rappresenta più nulla, se non gli interessi di una intellighenzia e di una casta post sessantottina che ha poco da spartire con e poco da proporre al resto del paese. La fantasia ed i poteri forti sono andati alla fine al potere con il PD, riducendo questo paese ad un malato in agonia e che fino a ieri sembrava senza speranza di cura.

Rispetto a quel PD, l’ulteriore involuzione imposta dall’autoreferenziato affabulatore Renzi ottiene un risultato che sembra tanto lo scorrere dei titoli di coda prima della parola FINE. Quel 19% adesso sarà il campo di battaglia su cui si dilanieranno renziani e non, per salvare il salvabile comprese le residue speranze di inciucio. Non meglio, anzi ulteriormente peggio è andata al resto della coalizione. A cominciare dal rassemblement non a caso guidato da quel Bersani che platealmente sbaglia ad infilare le schede nell’urna con ancora attaccato il tagliando antifrode. Due irregolarità in una, l’en plein per chi un tempo si era candidato ad amministrare il paese e chissà se sarebbe almeno capace di farlo con il proprio condominio, con rispetto parlando. Il PD vince solo nei feudi di quell’Italia centrale dove signoreggia ancora l’uomo che contende a Massimo D’Alema la palma di meno simpatico – diciamo così – rappresentante del veterocomunismo ribellatosi infine a Renzi. Firenze e Siena dimostrano di stare bene sotto il tallone di ferro di Enrico Rossi, malgrado siano forse le due città che più hanno sofferto per le conseguenze del malgoverno del PD.

Il resto d’Italia è spaccato in due. Il centronord va alla coalizione di centrodestra, dove a sorpresa, ma neanche tanto, la Lega di Salvini diventa il primo partito superando Forza Italia. Il leader che ha risollevato il vecchio partito del Carroccio dalla catastrofe del crepuscolo di Bossi strappa al capo storico e carismatico del centrodestra la leadership dell’intera coalizione ed il diritto di essere convocato al Quirinale come candidato presidente del consiglio. Del 38% circa della coalizione, il 18 è della Lega, che vince perfino in alcuni distretti di Campania, Calabria e Sicilia. Un risultato storico ed un trionfo personale di Salvini e della sua ricetta per il risanamento del paese a cui gli italiani mostrano di credere, nonostante le accuse mediatiche di populismo, razzismo e fascismo. Gli ismi del ventesimo secolo nel ventunesimo non funzionano più, nemmeno come insulti.

Al centrosud vince il Movimento Cinque Stelle, che raggiunge il 32% e lo status di primo partito italiano. E’ un risultato che non sorprende. Il movimento è fatto apposta fin dalla sua nascita per intercettare e convogliare il voto di protesta, e non è un caso che il suo trionfo sia più eclatante in quella parte d’Italia – il Mezzogiorno – a cui storicamente sono riconosciute le più importanti ragioni per protestare.

Luigi Di Maio è l’altro candidato alla presidenza del consiglio. Il suo problema sarà portare avanti il processo di trasformazione del suo movimento in partito, abbandonando gli istrionismi e le idiosincrasie che spinsero Grillo e i suoi pretoriani cinque anni fa all’isolazionismo, consegnando di fatto il paese alle larghe intese destra-sinistra ed a governi da prima repubblica al suo peggio. I Cinque Stelle dovranno stavolta allearsi, se non vorranno perdere un’altra occasione, forse l’ultima, e ritrovarsi una volta di più costretti ad una opposizione che durerebbe troppo tempo per consentire di mantenere la tendenza alla crescita. Altro problema, dotarsi di una classe dirigente all’altezza, al di là della conclamata supersquadra già scelta che pare più un escamotage elettorale che una scelta politica. Si tratta in sostanza di capire se la gioia da stadio esplosa stanotte alle prime proiezioni favorevoli al Movimento è fine a se stessa, oppure prelude ad un salto di qualità di un partito che deve mettersi in testa di offrire al paese qualcosa di più e di meglio di una Virginia Raggi. Tanto per capirsi.

La palla passa ora all’arbitro. Quel Sergio Mattarella che avrà da strigare l’intricatissimo nodo del conferimento dell’incarico di governo. In attesa dell’attribuzione definitiva dei seggi nelle due Camere, prevedendo che nessuna forza o coalizione farà scattare – come ampiamente previsto, a cominciare da Rosato e da chi gli ha conferito l’incarico di redazione del famigerato disegno di legge che resterà a suo nome – il premio di maggioranza, si può anticipare che sarà dura tirar fuori un premier ed una compagine governativa da schieramenti che si sono presentati all’apertura dei seggi elettorali con la dichiarata intenzione di non cercare alleati nel campo avverso. Le forze inciuciste peraltro sono in rotta – Renzi – o in ribasso – Berlusconi.

Il presidente Mattarella non ha peraltro nemmeno in questo frangente un briciolo della nostra simpatia, essendo stato a suo tempo (da peone democristiano incaricato di servizi parlamentari di bassa lega) il primo a disattendere e vilipendere la volontà popolare espressa con il referendum maggioritario, nel 1993. Il Mattarellum fu la prima di una serie di porcate culminate e, si spera, esaurite con il Rosatellum. Chi di porcata ferisce, dunque….

Il rischio è che l’uomo del Quirinale non smentisca se stesso, favorendo incarichi a qualche altro Gentiloni, Monti o chi per essi. Qualche utile idiota (la citazione è di Lenin) funzionale al prolungamento in vita (almeno a livello vegetale) di un sistema che stamattina si può finalmente certificare come biologicamente morto. Le larghe intese, il governo di scopo (uno scopo abbietto: riformare – o far finta di farlo – per l’ennesima volta quella legge elettorale per favorire governabilità e decretare vittorie e sconfitte più nette, ciò che alla nostra classe dirigente proprio non va giù) sono nel retropensiero di molti dei politici presentatisi a queste elezioni ed uscitine con le ossa rotte e con nessuna voglia (Matteo Renzi: «L’incarico di segretario mi scade nel 21, dunque resto in ogni caso», manco fosse il rinnovo della patente) di lasciarsi andare nella fossa già scavata per loro.

Il rischio è di ripetere in peggio l’esperienza che sta facendo la Germania. Ma sono problemi delle prossime settimane e forse mesi. Stamattina l’Italia può aggrapparsi alle certezze che si è costruita con l’espressione di un voto tra i più coraggiosi e meno scontati che si ricordi.

Parafrasando il grande storico inglese A. J. P. Taylor, si può dire che nessuno canta più Forza Italia. E tuttavia forse l’Italia è risorta.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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