L’uomo che riportò il sogno a Firenze

di Simone Borri

DanielBertoni180314-002E’ il 25 giugno 1978. Allo Stadio Monumental del River Plate di Buenos Aires si gioca la finale del Campionato del Mondo di Calcio tra Argentina e Olanda. Entrambe le squadre non hanno mai vinto, e vantano una sola finale nelle edizioni passate: i biancocelesti nel 1930 sconfitti dall’Uruguay, i tulipani nell’edizione precedente, 1974, sconfitti dalla Germania Ovest. I padroni di casa argentini vogliono la Coppa, in particolare la vuole la Giunta Militare di Videla che vorrebbe così ripulire davanti al mondo l’immagine feroce della dittatura che ha instaurato nel suo paese.

Per non lasciare nulla al caso, hanno addirittura sacrificato, lasciandolo a casa perché troppo giovane, perfino quello che sembra l’astro nascente del calcio mondiale, e che qualcuno chiama già el Pibe de Oro: Diego Armando Maradona. Ma anche gli olandesi vogliono vincere, e per quanto privi ormai del loro gioiello più splendente, il Profeta del Gol Johann Cruyiff, sono in gran parte ancora la squadra leggendaria di quattro anni prima, e lo hanno dimostrato eliminando in semifinale la splendida Italia di Enzo Bearzot, fino a quel momento miglior squadra del torneo.

E’ una partita dura, difficile, quasi epica, e a fatica e non senza polemiche tenuta in mano dall’arbitro italiano Gonella. L’eroe di quell’Argentina è Mario Kempes, il goleador che porta i biancocelesti in vantaggio per due volte, ma non basta, l’Olanda non molla, pareggia una prima volta, potrebbe andare in vantaggio al 90°, rischia di pareggiare ancora, il match non è chiuso.

Tocca all’ala destra, un furetto velocissimo e dalla gran tecnica, segnare il terzo gol che da all’Argentina la certezza che quella sarà una notte di gran festa, e che la Coppa rimarrà per quattro anni sul Rio de la Plata. Si chiama Daniel Ricardo Bertoni, è nato a Bahia Blanca e cresciuto a Quilmes, in provincia di Buenos Aires. E’ figlio di un lattaio, ha 23 anni e da cinque gioca nell’Independiente di Avellaneda. Quella notte il mondo si accorge di lui. Daniel Ricardo diventa un top player, dopo il mondiale lo compra il Siviglia e vola in Europa per cominciare la sua seconda vita calcistica.

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Nel frattempo, in Italia la FIGC decide di riaprire le frontiere agli stranieri, per alzare il livello tecnico del nostro campionato. Ne vengono ammessi uno per squadra, e le nostre società sembrano muoversi inizialmente in modo assai titubante. Liam Brady, Herbert Prohaska, Joe Jordan, perfino Paulo Roberto Falcao (allora non ancora famoso) sembrano buoni giocatori ma non eccezionali. La più pronta a cogliere l’occasione si fa trovare nientemeno che la Fiorentina. Dalla primavera del 1980 la società è passata in mano a degli imprenditori ambiziosi, i Pontello, che vogliono fare una grande squadra e vincere subito, e non lo nascondono. Non si accontentano di seconde scelte, loro vanno a cercare un campione del mondo. Vanno a prendere Daniel Bertoni.

L’argentino, pagato dal Siviglia a peso d’oro, ha avuto due stagioni deludenti. L’impatto con il calcio spagnolo è stato duro (lo sarà anche per il suo connazionale Maradona), anche se Bertoni i suoi 24 gol in due anni li ha segnati. In realtà l’equivoco è considerarlo una prima punta, mentre lui è una seconda. In tale equivoco cadrà inizialmente e per forza di cose anche la Fiorentina, che comunque in quel momento ha buon gioco a portar via il campione dalla Spagna.

A Firenze è subito entusiasmo alle stelle. Da troppo tempo la gente viola aspetta di veder arrivare un campione vero da affiancare all’unico che ha già in casa: Antognoni – Bertoni, Coppa dei Campioni, si legge in quei giorni sui muri dello stadio. Daniel Ricardo viene ribattezzato el Puntero. Dopo la fantasia, ci si aspetta che adesso voli anche la squadra. Ma quel primo anno, con la responsabilità dell’attacco viola tutta sulle sue spalle, è deludente, solo 4 gol. La Fiorentina è ancora in gran parte quella che ha navigato nei bassifondi della classifica negli ultimi tempi della gestione Ugolini, i nuovi padroni non hanno avuto il tempo di fare troppi cambiamenti. Al Puntero tocca rendersi conto inoltre che l’impatto con il calcio italiano non è più facile di quello con il calcio spagnolo, gli arbitri sembrano prenderlo anche un po’ di mira, e va in crisi.

Ma per fortuna sua e dei fiorentini, i Pontello in quegli anni fanno sul serio. Se Bertoni è una seconda punta, ecco che arriva la prima. In coppia con Ciccio Graziani, nella stagione 1981-82 in cui la Fiorentina sfiora lo scudetto, si trova a meraviglia e segna 9 reti. Sembra tornato quello di Avellaneda e di Siviglia, il fuoriclasse con cui si può ancora sognare, e riprovare a vincere. E invece, la fortuna volta le spalle a lui come a tutta la squadra. Nella stagione successiva, proprio quando è arrivato a raggiungerlo in viola il suo compagno di nazionale ed amico Daniel Alberto Passarella, rimane fuori gioco per metà campionato a causa di una epatite virale, ed alla fine sul suo score ci sono solo 4 reti.

Si rifà l’anno dopo, l’ultimo, con 10 gol in 26 partite, di cui due – splendidi – segnati alla Juventus nell’epica sfida del Comunale conclusasi sul 3-3, a detta di molti una delle più belle partite di tutti i tempi. E’ sicuramente la sua annata migliore, e tuttavia quella in cui forse capisce che a Firenze si è concluso un ciclo. Antognoni ha avuto il suo secondo grave infortunio. La Fiorentina pare sempre penalizzata da qualcosa proprio quando sta per spiccare il volo. A Napoli, nel frattempo, é arrivato il suo connazionale Diego Armando Maradona, la tentazione di raggiungerlo è forte e la società viola, ormai su altre piste, lo accontenta cedendolo ai partenopei.

Dopo due anni al Napoli, Daniel conferma la sua scarsa fortuna passando all’Udinese proprio nella stagione in cui i campani vincono il primo scudetto della loro storia, grazie al Pibe de Oro. E proprio in Friuli il Puntero chiude la sua carriera nel 1987, senza aver mai alzato altri trofei oltre a quella Coppa del Mondo che proprio lui con quel suo gol leggendario aveva consegnato alla notte porteña nel giugno 1978.

Campione che sembrava uscito dalle pagine di Osvaldo Soriano, straniero amato come pochi altri dai tifosi fiorentini per la sua tecnica e la sua simpatia, è stato l’emblema della rinascita viola nei primi anni di Pontello in cui tutto sembrava possibile. La Juventus aveva Franco Causio, il Torino Claudio Sala, la Roma Bruno Conti. Noi avevamo Daniel Ricardo Bertoni.

Queremos siempre el Puntero. Auguri Daniel.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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