L’Italia della Rivoluzione Pacifica

di Simone Borri

Il "primo Giuda", Debora Serracchiani

Il “primo Giuda”, Debora Serracchiani

Il Partito Democratico era in disfacimento, dilaniato dalle lotte interne scatenate dai pretoriani di Matteo Renzi che avevano capito che il loro momento forse era arrivato. Ma il segretario resisteva, indifferente agli squilli di rivolta che risuonavano al Nazareno ed alle urla di chi, nel paese e nella base, gli chiedeva di dimettersi. Matteo Renzi si era tuttavia preparato per quei giorni e quelle evenienze.

La prima ancora di salvataggio, il Rosatellum, aveva funzionato limitando la vittoria dei suoi avversari a numeri che tenevano lontana la governabilità. La seconda, Mattarella, lo aspettava su quel Colle a cui lui ostentava di non aver nessuna voglia di salire. In realtà, attendeva l’inizio delle consultazioni presidenziali come il momento della sua rivincita. Senza di me non si governa, sembrava dire il suo faccione disteso sopra un ghigno accennato quanto beffardo.

La campagna elettorale era stata virulenta. Movimento Cinque Stelle e Lega di Salvini l’avevano vinta anche grazie alla promessa che gli inciuci sarebbero stati un ricordo del passato. E ponendosi in alternativa reciproca assoluta, avevano fatto anche intendere che per inciucio si intendeva come unico possibile quello con il PD. Che nessuno mostrava di volere, memori anche di quel primo grande esperimento del passato denominato Compromesso Storico. Il PCI aveva abbracciato la DC e ne era rimasto soffocato. Era morto in realtà il giorno che lo aveva accettato, tredici anni prima della Cosa di Occhetto, prima ancora che le BR abbattessero Moro e la sua scorta.

MatteoRenzi180309-001Il post democristiano Renzi voleva ripetere il giochetto, con il malcapitato tra i due vincitori acclamati, Salvini e Di Maio, che glielo avesse proposto per primo. Mattarella sornione aspettava di calare la carta di invito al compare di briscola che a suo tempo l’aveva messo lì, al Quirinale. In fondo, il primo –ellum era stato il suo, a salvataggio del sistema della Prima Repubblica. La Terza, per quanto lo riguardava, non sarebbe mai nata. Con buona pace di Gigino Di Maio e dei suoi proclami.

La Repubblica, di qualunque numero fosse, era paralizzata. I moribondi potevano prolungare la loro agonia all’infinito (in fondo per certi personaggi l’agonia durava dal 1992), il nuovo avanzato doveva scalpitare, fremere in disparte, aspettando di venire convocato dal sovrano che, querulo e mellifluo ma al contempo sinistro come un cardinale di Santa Romana Chiesa, avrebbe sibilato loro un temibile, letale: «Responsabilità, signori! Responsabilità!». E li avrebbe maledetti per l’eternità.

Un Mattarellum d'annata

Un Mattarellum d’annata

Fu durante una di quelle notti insonni in cui si sentiva più minacciato, dall’amico Berlusconi prima ancora che dai nemici Renzi e Mattarella, che il segretario della Lega Salvini ebbe l’idea. Il colpo di genio che svrebbe sbloccato la situazione, salvato la Repubblica insieme al futuro di quelle nuove generazioni che avevano azzardato la partecipazione al voto e alla democrazia dandole una ultima chance, con il retropensiero di ricorrere nell’occasione successiva (se questa fosse sfumata senza esito) alle vie di fatto. Di rispondere al richiamo di chi veramente avrebbe bandito ufficialmente e a gran voce il ritorno degli ismi: populismo, fascismo, avventurismo, qualunquismo, casinismo.

Matteo Salvini ebbe l’idea che quadrò il cerchio, depositò sul piatto l’Uovo di Colombo, cancellò Prima e Seconda repubblica, mandò in pensione vecchi Cavalieri e giovani Rottamatori. Cambiò forse per sempre la storia d’Italia.

M5S: il vecchio e il giovane

M5S: il vecchio e il giovane

Era notte fonda, ma sapeva che c’era almeno un’altra persona che restava insonne come lui. L’altro vincitore, Di Maio, rimuginava al pari di lui su come venirne fuori. Orfano di Grillo, che si era rimesso a fare pubblicità agli yogurth e non rispondeva più alle sue chiamate né a qualunque tentativo di discorso di senso compiuto, Gigino si rendeva conto che l’ora delle grandi decisioni batteva tutta e soltanto sulla sua pendola. Tutto gravava sulle sue spalle, né compagni di partito né alleati esterni potevano aiutarlo. E quelle decisioni doveva indovinarle e prenderle da solo.

Avrebbe sobbalzato con sorpresa, sbalordimento, al risuonare di quella telefonata. Ma un attimo dopo, lo sbalordimento avrebbe lasciato il posto ad un pitagorico eureka!, una volta che l’altro leader gli avesse annunciato il motivo della telefonata più importante della storia della Repubblica, dai tempi di quella tra Moro e Saragat che aveva preceduto una loro drammatica salita al Quirinale nella torrida e pericolosissima estate del 1964.

L'altro Matteo (quello che vince)

L’altro Matteo (quello che vince)

E così fu. A Di Maio e Salvini bastarono pochi di quei minuti avvolti nelle tenebre di una notte che era cominciata come una delle più fonde di sempre e che terminò con una delle albe più raggianti di sempre. L’idea fu condivisa al volo, l’accordo fu trovato in un istante, la decisione operativa seguì in un baleno.

«L’appuntamento con Mattarella lo prendi te o lo prendo io?», chiese il giovane candidato dei Cinque Stelle al di poco più anziano segretario della Lega. Salvini, che aveva capito di aver fatto tombola, poté permettersi di fare il signore e di cedere il passo con un elegante: «Sei arrivato avanti tu alle elezioni, dopo di te…. Io ti accompagno!»

«e ora, responsabilità!»

«E ora, responsabilità!»

Il giorno dopo, un Sergio Mattarella che aveva programmato di trascorrere una tranquilla giornata a consultare gli uscieri delle due Camere dal 1945 al 1980 (quelli sopravvissuti), il barbiere di Montecitorio ed il giornalaio di Palazzo Madama – come da prassi costituzionale, diceva ridacchiando tra sé e sé il vecchio giurista per tutte le stagioni appollaiato in cima al Colle, tanto, tra l’altro, che furia c’é? Le chiavi sono in mano al fido Gentiloni….. – si ritrovò fulminato da quella richiesta straordinaria e congiunta di Di Maio e Salvini che non prometteva nulla di buono.

Dovette accettare. Ad un 51% dei consensi elettorali (56% se si aggiungeva, come paventato, Giorgia Meloni, la cui permanente prometteva di buono ancor meno simboleggiando un fuoco e fiamme inquietante) non si poteva dire di no.

Non esiste una trascrizione ufficiale del contenuto di quel colloquio riservato che qualcuno poi rubricò come una consultazione a tutti gli effetti, anche se chiesta, ottenuta e condotta in modo assolutamente irrituale. Tuttavia, leggende, rumors e resoconti parziali da parte degli interessati e coinvolti, o di gente a loro vicina – nonché di personale all’epoca in servizio presso il Quirinale hanno permesso agli storici di ricostruire almeno nella sostanza cosa successe, facendosene e rendendocene un’idea esaustiva.

Giuseppe Saragat Aldo Moro ai tempi del Piano Solo (1964)

Giuseppe Saragat Aldo Moro ai tempi del Piano Solo (1964)

La conversazione a quattro in certi momenti assunse toni drammatici, e per chi era lì a palazzo fu difficile ignorare le urla provenienti dallo studio del presidente. A quanto pare, Salvini, Meloni e Di Maio ebbero argomenti (anche direttamente riguardanti la persona del Capo dello Stato) da mettere sul tavolo capaci di far smarrire all’inquilino del Colle il suo proverbiale ed assai siculo aplomb. Mattarella perse la calma e secondo certe fonti accusò anche un malore, reale o diplomatico che fosse. I vecchi cronisti avrebbero potuto a quel punto stabilire un parallelismo fra quel drammatica riunione e quella che aveva avuto luogo 54 anni prima, nel 1964, tra Segni, Moro e Saragat in quella stessa stanza, quando i due leader del centrosinistra di allora erano andati a chiedere conto al chiacchieratissimo presidente del gravissimo sospetto che lo riguardava: di ascoltare con favore il tintinnio di sciabole del generale De Lorenzo e dei suoi Carabinieri, quel tentativo reale o virtuale di colpo di stato che era stato poi conosciuto come Piano Solo.

La notizia del "malore" del presidente Segni

La notizia del “malore” del presidente Segni (1964)

Stavolta non c’erano sciabole a tintinnare, ma soltanto il silenzio degli innocenti: i milioni di italiani che aspettavano da un presidente temporeggiatore più di Quinto Fabio Massimo la soluzione ad un impasse che questi non aveva nessuna intenzione di trovare. Le urla che risuonarono in quello stesso studio 54 anni dopo furono comunque altrettanto risolutive. All’uscita dalla riunione, narrano i testimoni che Mattarella era bianco come uno straccio, pallido come un moribondo, accasciato come una vittima abbattuta su quella stessa poltrona da cui rivolgeva i suoi discorsi al paese. Consapevole della sua sconfitta strategica e tattica, aveva dovuto cedere alle richieste, alle ingiunzioni dei tre leader che avevano a sostegno ben altre argomentazioni della prassi costituzionale. Avevano dietro di sé il popolo. Quel popolo che aspettava fuori nella notte romana e italiana. Quel popolo che aveva chiamato un’ultima volta a raccolta la democrazia, prima di vederla svanire in pericolose avventure autoritarie. Quel popolo che sapeva bene quali fossero i suoi problemi e stavolta voleva vederli risolti, con le buone o con le cattive.

Quel popolo in nome del quale, in una notte di marzo del 2018, Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Luigi Di Maio chiesero e ottennero di poter formare un governo di coalizione tra i vincitori, per l’attuazione di un programma di riforme essenziali alla salvezza della nazione italiana, al termine delle quali poter ritornare al voto finalmente da paese normale, civile, liberato da antiche e recenti pastoie.

Mentre un Mattarella boccheggiante si accingeva a fare due telefonate tra le più difficili della propria vita rispettivamente a Matteo Renzi e Silvio Berlusconi per annunciar loro che la partita era persa e il popolo aveva vinto, i tre leader incaricati si precipitarono a convocare una delle più antelucane – e importanti – conferenze stampa che la storia d’Italia ricordi.

LuigiDiMaioMatteoSalvini180309-001Alle ore sette del mattino tutti gli organi di informazione convocati nella sala stampa del Quirinale si ritrovarono di fronte la più clamorosa delle sorprese, in procinto di annunciare la più clamorosa delle notizie. L’Italia aveva il suo nuovo presidente del consiglio incaricato di formare il nuovo governo, una grosse koalition all’italiana su cui nessuno alla vigilia avrebbe sognato di scommettere un centesimo di euro. Al microfono, il presidente incaricato parlava con il suo caratteristico, accattivante accento romanesco, i capelli raccolti in fretta e furia in uno chignon tutto sommato simpatico a vedersi, a nascondere la permanente sbagliata della vigilia elettorale, prima ed unica concessione della sua indossatrice all’industria non made in Italy.

Uscendo dallo studio presidenziale, Matteo Salvini e Gigi Di Maio avevano avuto infatti l’ultima e altrettanto geniale intuizione. Distanziando momentaneamente la terza componente del loro improvvisato direttorio, le avevano architettato la sorpresa, il coup de theatre che galantemente e brillantemente avrebbe messo la ciliegina sulla torta già per certi versi squisita preparata agli italiani. L’Italia avrebbe avuto finalmente il suo primo premier donna. Ciò metteva la nazione al passo con il ventunesimo secolo e nello stesso tempo risolveva l’ultima questione spinosa, facendo godere la terza fra due potenziali litiganti.

GiorgiaMeloni180309-001

Giorgia Meloni

Giorgia Meloni, disinvoltamente ignorando la propria tinta color petardo, presentava dunque il programma del suo esecutivo che a breve avrebbe chiesto la fiducia del Parlamento della diciottesima legislatura: riforma della legge elettorale sul modello dell’uninominale a doppio turno francese, riforma della legge Fornero, abolizione del Jobs Act, riforma della normativa riguardante l’immigrazione sul modello nordamericano (con esclusione in linea di principio dello jus soli), riforma della scuola con abolizione della buona scuola, riforma del sistema fiscale.

Nella sala gremita, la sorpresa lasciò ben presto il posto alla commozione. A molti dei presenti, addetti ai lavori ed semplici astanti, fu ben presto chiara la sensazione che si fosse incredibilmente e miracolosamente pervenuti ad una svolta epocale nella storia del paese. Che qualcosa stesse cambiando, come non era riuscito negli Anni di Piombo, negli anni di Mani Pulite, negli anni delle repubbliche prime, seconde e terze. Che stavolta si faceva sul serio, e si sarebbe andati fino in fondo.

LuigiDiMaioMatteoRenzi180309-001Cosa successe a partire da quella mattina di marzo del 2018 è ormai storia. Gli studiosi sono concordi all’unanimità nel ritenere quel momento fondamentale per la nascita delle nuove istituzioni repubblicane di cui godiamo adesso. Il sistema bypartisan – nato da quell’incarico di governo avventurosamente conferito nella notte in cui il presidente Mattarella accusò il malore che lo condusse in breve tempo alle sue dimissioni – sostituito dal Parlamento in seduta comune con un cavalier Silvio Berlusconi raggiante in quanto appagato nelle sue ultime ambizioni, guadagnato completamente alla causa della coalizione e ben disposto ad essere il nume tutelare della nuova Italia – ha reso la nostra vita pubblica migliore, più efficiente, finalmente degna di essere vissuta dai cittadini. Ha riaffezionato alle istituzioni giovani e vecchi cittadini non più messi in disparte da un’economia eterodiretta e malevola. Ha riportato la convivenza civile ed una pur effervescente lotta politica ai sogni di quei padri costituenti che nel 1947 avevano soltanto potuto desiderare quel qualcosa finalmente scaturito dall’unica rivoluzione democratica andata a buon fine nella storia d’Italia senza l’uso delle armi.

Nel 2018 la costituzione italiana festeggiò il più splendido degli anniversari, il settantesimo. Vent’anni dopo, il giorno – anzi, la notte – in cui la nuova Repubblica ebbe i suoi natali è stato dichiarato, a parere unanime giustamente, festa nazionale.

GiovaniVoto180309-001

L’Italia Contemporanea – Cap. 15, “La Rivoluzione Pacifica (2018-2038)”, – AA.VV. – Editori Alternativi, Roma, 2038

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Lavora nella pubblica amministrazione. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


Visualizza gli altri articoli di Simone Borri

Potrebbe interessarti anche ...

Commenta l'articolo