Il calcio è morto (ricordo del più grande, Johann Cruyff)

di Simone Borri

Hendrik Johannes Cruijff

Hendrik Johannes Cruijff

FIRENZE (24 marzo 2016) – Hendrik Johannes Cruijff, detto Johann, era la risposta della razza caucasica alle perle sudamericane nera e bianca, Pelé e Maradona. Leader della più grande Olanda di tutti i tempi e poi di un Barcellona che cominciò negli anni settanta a fare incetta di stelle del calcio mondiale, fu soprannominato il Profeta del Gol perché il suo impatto sul calcio dei suoi tempi fu se possibile ancora più devastante di quello di Pelé e Maradona.

Cruyff, come si scrive nel resto del mondo che mai verrà a patti con la lingua olandese, ha insegnato al mondo stesso un modo nuovo di giocare. Dopo il calcio totale predicato dai Lancieri dell’Ajax e dagli Orange ai Mondiali del 1974 (che non vinsero per un soffio), il gioco non è più stato lo stesso. Non poteva esserlo.

Da tempo, il Profeta dal cuore per sempre diviso tra i paesi Bassi e la Catalogna, il Pelé bianco come l’avevamo orgogliosamente soprannominato noi europei, doveva lottare con un avversario ben più insidioso di quella Germania che all’Olympiastadion di Monaco di Baviera gli sfilò dalle mani quel titolo mondiale che sembrava suo di diritto. Johann aveva un tumore ai polmoni la cui gravità alla fine non gli ha lasciato scampo.

Come altri giganti del passato, alla fine ha perso la battaglia contro il tempo inclemente. La perdiamo tutti, prima o poi, noi ragazzi diventati grandi con negli occhi le immagini del gioco più bello del mondo. Un gioco che quella maglia numero 14 aveva reso leggendario. Indimenticabile. Irripetibile.

E’ tardi, Johann… risento ancora la voce di Sandro Ciotti nel film che ti dedicò, e che ho rivisto un miliardo di volte. Ti sia lieve la terra su cui ha rimbalzato il tuo pallone. Come mai più rivedremo.

JohannCruyff180312-001

Ecco il bellissimo ricordo di Gigi Garanzini, giornalista radiofonico e della carta stampata:

«Erano indiani, per davvero. O figli della rivoluzione del ’68, o profeti di una dottrina che avrebbe cambiato per sempre il modo di fare calcio. E il loro capo-tribù si chiamava Rinus Michels. Il suo calcio totale che trasformava gli spazi in praterie era fatto di un possesso-palla esasperato, di accelerazioni improvvise, di pressione multipla sul’avversario col pallone, di fuorigioco alto quando non altissimo.

Ma soprattutto era interpretato non più da specialisti dei vari ruoli, bensì da giocatori eclettici capaci di attaccare e difendere, di giocare senza palla prima ancora che con la palla, di muoversi con disinvoltura in ogni zona del campo stando sempre corti, compatti, ossessivi. Una nuvola biancorossa, quella dell’Ajax, una nuvola arancione, quella dell’Olanda. Con portieri che, una volta aboliti i ruoli specifici, si erano riciclati da liberi, interpretando la parte in maniera più spregiudicata.

L’emicrania non venne soltanto a Maldini. Venne agli inglesi la prima volta che affrontarono l’Olanda di Michels, le punte scattavano sul risaputo lancio dalle retrovie e la nuvola arancione li aveva messi in offside non di tre, ma di dieci-quindici metri. Venne al sommo Brera, cui quei satanassi mandarono all’aria tutti i parametri atletici e tattici sino a li’ elaborati: e Brera se ne vendicò ribattezzandoli «cicale» dopo la finale mondiale persa nel ’74 dai tedeschi padroni di casa.

È vero, nell’albo d’oro ci sono le «formiche», che ad ogni buon conto si chiamavano Beckenbauer, Muller, Overath, Breitner, Mayer. Ma nell’archivio delle emozioni indimenticabili restano loro, restano quei 16 tocchi consecutivi olandesi dal fischio d’avvio al fallo di Vogts su Cruyff in area germanica. Il primo tedesco a toccare il pallone in quella finale fu Muller, riavviando il gioco dal disco di centrocampo dopo il rigore di Neeskens.

Il generale Michels si prese la rivincita quattordici anni più tardi quando, sullo stesso campo, l’Olympiastadion di Monaco, decorò la bacheca olandese dell’unico trofeo conquistato sin qui, l’Europeo ’88, firmato da una storica prodezza di Van Basten. Ma fu un indennizzo tardivo e mai fino in fondo assaporato. Perché pur nel rispetto di una matrice di massima, quella non era più la sua Olanda-totale. Tant’è vero che il suo fuoriclasse, Van Basten, era pienamente classificabile, in quanto prototipo del centravanti moderno: a differenza del fenomeno d’un tempo, Cruyff, che segnava sì a mitraglia ma che nessuno ha mai saputo battezzare se non come uomo-ovunque».

JohannCruyff180312-002

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Lavora nella pubblica amministrazione. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


Visualizza gli altri articoli di Simone Borri

Potrebbe interessarti anche ...

Commenta l'articolo