8 marzo 2017 – Lo sciopero delle donne

di Simone Borri

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Nella più celebre forse delle sue commedie, Lisistrata, Aristofane racconta la versione mitologica di come ebbe termine la guerra più lunga ed estenuante del Mondo Antico. Quella del Peloponneso che, scoppiata tra Atene e Sparta, finì per coinvolgere per una trentina d’anni tutte le città greche.

Lisistrata era una donna ateniese, una delle tante mogli ridotte a vedove bianche dalla guerra interminabile. Narra la commedia che ebbe la geniale intuizione di promuovere uno sciopero generale delle donne, che sarebbe durato ad oltranza fino al ritorno a casa in pianta stabile degli uomini. Uno sciopero del sesso, dell’assolvimento dei doveri coniugali, che si distese a macchia d’olio per tutta la Grecia. Quando le donne spartane si unirono a quelle ateniesi nell’agitazione, fu inevitabile per gli uomini frustrati di ambo gli schieramenti firmare la pace.

Fin qui la commedia, ed il mito seguente. Quando Aristofane la diede a rappresentare, nel 411 a.C., la guerra in realtà era ben lungi dall’essere conclusa. Finì nel 404, ed è suggestivo tuttavia pensare che lo spauracchio messo in scena dal commediografo ateniese possa avere influito considerevolmente nel ridurre la sua durata e nel riportare la pace nella penisola ellenica. Sia sul campo di battaglia che nelle camere da letto.

Come ogni favola classica, è lecito immaginare un fondo di verità. Qualcosa del genere successe, probabilmente, ed è risaputo che le donne dell’Antica Grecia erano molto più libere ed emancipate di molte loro contemporanee, a cominciare dalle Romane, e che pertanto fossero assolutamente capaci di una simile iniziativa.

Sicuramente, Lisistrata (letteralmente colei che scioglie gli eserciti) ed il suo sciopero sono rimasti nella nostra cultura e nella nostra civiltà come un archetipo, un principio evolutivo capace di influenzare gli sviluppi storici e sociali di quella civiltà medesima. Come tutti gli archetipi, rappresenta un termine di paragone che può esaltare o frustrare, dipende da che prospettiva lo si guarda. La civiltà occidentale ha avuto in sé, grazie anche a Lisistrata ed alle sue compagne, i semi da cui far germogliare l’emancipazione femminile registrata nel ventesimo secolo dopo un processo storico lungo, faticoso e non privo di battute d’arresto. D’altra parte, proprio guardando al punto di partenza rappresentato da colei che scioglieva gli eserciti ed al gran tempo trascorso, ci possiamo render conto che la strada da fare è ancora molta.

Non intendiamo rovinare la giornata che molte donne intendono di festa, ed altre di protesta, affermando che in tema di emancipazione femminile si registra in sostanza il paradosso di tutte le rivoluzioni. Una volta scatenate, per quanto sacrosante, corrono il rischio di perdere – e far perdere di vista – i veri obbiettivi insieme al senso della realtà.

Stamattina l’Italia è tappezzata di volantini intestati a LOTTOMARZOSCIOPERO. Insieme all’apostrofo, espediente grafico, si è perso forse un po’ il senso di questa giornata, e di tutte le altre 364 presenti insieme ad essa nel calendario. Il linguaggio dei volantini, prima ancora del contenuto, ricorda molto i voli pindarici – per non usare aggettivi che potrebbero suonare offensivi e valerci una accusa di sessismo a buon mercato – degli anni settanta. Le donne che hanno promosso lo sciopero generale che dovrebbe paralizzare qualsiasi attività produttiva remunerata e non, parlano come i trotzskisti-leninisti degli anni di piombo, e forse la loro ricostruzione analitica della società in cui vivono è altrettanto poco accurata.

Le parole d’ordine di un certo sinistrismo ci sono tutte, e portano la causa dell’emancipazione femminile molto, troppo lontano, inesorabilmente fuori pista. E così, dopo aver lamentato per anni l’esistenza di una festa che aveva poco da festeggiare, eccoci quest’anno a fare i conti con uno sciopero che, al contrario di quello delle donne ateniesi di tanto tempo fa, non ha ben chiaro contro chi sciopera.

Vale per tutti l’affermazione di quel politico di cui non si fa il nome, che ha brillantemente sintetizzato la giornata: e le donne che stamattina non possono fare a meno di andare a lavorare e non hanno mezzi di trasporto? A loro chi ci pensa?

Non ci pensa nessuno. Come sempre, da quarant’anni a questa parte – che si tratti di donne, di lavoratori o di quant’altro –  si fa sciopero per rituale, per contarsi, perché il contratto di lavoro comunque ce lo permette. Chi lavora nel settore pubblico non rischia il posto. Nel privato, magari sottopagato grazie anche a contratti di forniture e servizi vergognosi resi proprio al pubblico, la storia è diversa. Contro questa forma di violenza non c’è la solidarietà di nessuno, a cominciare dalle donne che oggi affolleranno le piazze con i megafoni.

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Si fa sciopero nel mondo occidentale, grazie a Lisistrata che ce l’ha insegnato e lasciato in eredità. In altre parti del mondo, dove la cultura e la religione hanno beneficiato – si fa per dire – di archetipi meno favorevoli, le donne oggi non sanno nemmeno che giorno è, a prescindere dal calendario che usano. E guai a dirlo: se ci si batte contro la violenza sulle donne a casa nostra si è progressisti, se lo si fa a proposito di quella in casa d’altri siamo razzisti che non rispettano le culture altrui. Anche se queste culture prevedono e legalizzano ogni tipo di violenza sul genere femminile.

Uscendo dall’attualità e dallo specifico, la questione è un’altra. La solita. E’, appunto, un fatto di cultura. Il resto, tutto il resto, discende da essa. I maschi violentatori o comunque violenti in ambito domestico, sono figli di qualcuno – padri, ma anche e soprattutto madri –, che non si è peritato di insegnare loro la differenza tra la civiltà ed il diritto da un lato e la brutalità e la prevaricazione dall’altro. Il maschio che picchia o stupra ha avuto una mamma che non gli ha trasmesso alcun sentimento di rispetto per la femminilità, ed un padre che è stato a  guardare, o peggio.

Alle femmine, qualcuno ha in compenso passato il messaggio che l’emancipazione significava, una volta arrivate in posizione di potere – perché adesso ci arrivano, non ci raccontiamo storie – fare come se non peggio dei maschi. Prevaricando a loro volta, per quanto la natura glielo consente.

Il resto deriva da lì. Leggi che son, come diceva Dante, ma nessuno pon mano ad elle. Come quel giudice che giorni fa ha mandato liberi due esimii signori – lasciamo perdere di che etnia o provenienza, non è questo oggi il punto – che stavano strangolando praticamente una ragazza in una strada periferica di Firenze, a notte fonda. Sulla base dell’assunto che non era ben chiaro quale intenzione avessero, se di stuprare, uccidere, o che altro, e quindi non possono essere condannati.

Di quale giustizia stiamo parlando? O forse stiamo parlando di politica? Di quella politica che ci sta riempiendo di leggi contro il delitto di genere, il sessismo e tutta l’aria fritta che non sposterà una virgola nelle case e per le strade, per colei che viene picchiata, stuprata, prevaricata, e continuerà ad esserlo? Di quella amministrazione della cosa pubblica gestita ormai in buona parte anche da donne che si ingegnano di comportarsi peggio degli uomini?

A settant’anni dall’acquisizione dei diritti civili e politici, a cinquanta dalla rivoluzione sessuale e dalla emancipazione del diritto di famiglia, le donne dovrebbero interrogarsi se hanno fatto buon uso dell’eredità di Lisistrata. E gli uomini con loro, ma non necessariamente insieme a loro. Serviva una giornata di riflessione, non di festa né di sciopero. Ma riflettere, quando si avviano le grandi rivoluzioni, è sempre un lusso che i popoli, così come i generi, non si possono o non si vogliono permettere.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Lavora nella pubblica amministrazione. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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