Speciale Marco Pantani: I giorni della fine (per ora)

di Simone Borri

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Cesenatico, monumento a Marco Pantani

E invece, come ogni tragedia che si rispetti secondo il modello classico codificato dagli antichi Greci, anche questa non poteva avere un lieto fine, ma piuttosto un finale drammatico. Tale da indurre inoltre un sentimento di sconforto e sfiducia circa la Giustizia che è sottesa – ma più spesso sovrapposta – alle cose umane.

Nel marzo del 2016 la Procura della Repubblica di Forlì aveva stabilito una serie di cose che ristabilivano il buon nome dell’atleta, e gettavano un’ombra inquietante sul suo ultimo giorno di vita. Il giorno di San Valentino del 2004.

Marco Pantani non si era dopato. A fermarlo a Madonna di Campiglio nella penultima tappa di un Giro d’Italia già vinto (e che a questo punto dovrebbe quantomeno essergli restituito, alla memoria) quel 5 giugno 1999 fu nientemeno che la Camorra. Il sangue del Pirata fu alterato tramite la deplasmazione, una tecnica con cui l’ematocrito in esso presente fu fatto risultare superiore al consentito, determinando così la sua esclusione dalla corsa rosa. Troppi interessi per le scommesse clandestine, troppi miliardi di puntate su Marco, con il rischio di bancarotta per certi clan partenopei che avrebbero dovuto pagare troppe vincite. Massacrato dalla stampa e da chi lo accusava di essere un dopato, per Pantani era stato l’inizio di un lungo calvario tra depressione umana e declino sportivo che l’avrebbe portato fino a quella morte ancora avvolta nel mistero.

Ma i suoi amici e tifosi non l’avevano né tradito ne’ abbandonato, e avevano indagato e sollecitato indagini: troppo strano quel controllo anomalo del sangue, un valore che non poteva essere scientificamente plausibile con quello dei controlli svolti poche ore prima e poche ore dopo, tutti in regola. C’erano voluti 17 anni, ma alla fine anche la Giustizia era arrivata alle conclusioni che chi conosceva bene Marco sosteneva dal giorno stesso dell’esclusione dal Giro. Era troppo strano anche solo pensare che uno come lui, sempre onesto e leale, avesse pensato di doparsi e che l’avesse fatto proprio quel giorno, quando sarebbe stato anche inutile nel senso che quella corsa lui l’aveva già vinta. Lui che era il più forte di tutti senza alcuna discussione.

Probabilmente lo stesso Pantani aveva imboccato la strada per arrivare ale prove che inchiodassero chi gli aveva infangato la carriera e la vita, per affermare la propria innocenza, per farsi giustizia da se’ visto che nessuno la faceva per lui. E non era da escludere che ci fosse proprio questo dietro la sua morte prematura, e misteriosa, avvenuta il 14 febbraio 2004, neanche cinque anni dopo Madonna di Campiglio. Anche su quell’episodio ci sono ancora tanti, troppi punti di domanda a cui non è ancora stata data una risposta.

La rivelazione ufficiale della Procura della Repubblica di Forlì, basata addirittura su intercettazioni telefoniche che coinvolgevano perfino il famigerato bandito Renato Vallanzasca, parlava di «un clan camorristico che minacciò un medico per costringerlo ad alterare il test e far risultare Pantani fuori norma». Un controllo antidoping effettuato a Madonna di Campiglio trovò il pirata con un ematocrito al 51,9% contro il 50% consentito dalle norme dell’Uci, la Federazione ciclistica mondiale. Da quel momento cominciò la caduta del Pirata conclusa con la sua morte ancora avvolta nel mistero. Quel giorno, a Madonna di Campiglio, fu distrutto uno dei più grandi ciclisti di sempre e uno dei campioni più amati.

La Procura di Forlì dispose tuttavia l’archiviazione circa la vicenda del doping, in quanto i reati connessi erano a quel punto prescritti. Diversa invece la faccenda della morte del Pirata, sulla quale era stata disposta la riapertura delle indagini dalla Procura di Rimini. La doccia fredda era però arrivata nel marzo 2016, quando il Gip di Rimini aveva richiuso le indagini archiviandole. Babbo e mamma Pantani avevano fatto ricorso alla Cassazione, la cui sentenza – come un fulmine divino inesorabile – si era abbattuta su di loro e sulle loro speranze di giustizia il 15 novembre 2017.

Nella sentenza 52028 della Corte di Cassazione si legge che il Gip di Rimini aveva archiviato «legittimamente» le indagini sulla morte del ciclista Marco Pantani in quanto le prove disponibili «rendevano improponibile e congetturale la tesi dell’omicidio volontario compiuto da ignoti» sostenuta dai familiari del Pirata. Il ricorso presentato da Ferdinando Pantani e Tonina Belletti, genitori del ciclista nato a Cesena nel 1970 e morto a Rimini nel 2004, fu giudicato impietosamente «inammissibile» e «infondato». Secondo la Corte, gli indizi a disposizione «unitariamente considerati» portavano alla conclusione che Pantani «si trovava da solo nella stanza» del residence Le Rose di Rimini quando morì, il 14 febbraio di quattordici anni fa, e che «era impossibile per terzi accedervi». Confermata la conclusione originaria delle indagini, che avevano ritenuto che la sua morte fosse stata causata «da una accidentale, eccessiva, ingestione volontaria di cocaina precedentemente acquistata». Cassata la tesi che «ignoti» abbiano costretto «l’atleta ad ingerire una dose mortale di cocaina».

Non è la parola fine sulla tragica vicenda di Pantani, perché le indagini potrebbero riaprirsi in caso di specifiche notizie di reato. «Nel procedimento contro ignoti – spiega la Cassazione nel rigetto del ricorso – l’archiviazione ha la semplice funzione di legittimare il congelamento delle indagini, senza alcuna preclusione allo svolgimento di ulteriori, successive attività investigative, ricollegabili direttamente al principio della obbligatorietà dell’azione penale, sicché nessuna preclusione è configurabile per lo svolgimento di ulteriori, diverse, indagini anche da parte dei difensori».

Parole involute, che significano una cosa sola: la parola fine sulla voglia di procedere a quelle ulteriori indagini, né ora né mai. La Corte è chiara su poche cose, ma su questo sì. La verità sul perché il cuore del campione romagnolo smise di battere in quel giorno di San Valentino risiede «nello stato tossico-depressivo in cui versava, condizione questa che lo aveva condotto negli ultimi mesi all’uso smodato di cocaina, a cui si era associato l’effetto dei medicinali assunti che avevano determinato una grave insufficienza cardiaca acuta». L’ipotesi della mano omicida tramonta, come «una mera, fantasiosa, congettura».

Una volta di più, la Giustizia italiana ha rinunciato a fare giustizia. E il ricordo incancellabile e fulgido del Pirata resta soltanto agli atti dei nostri cuori.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Lavora nella pubblica amministrazione. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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