Scompare Azeglio Vicini, addio alle notti magiche

di Simone Borri

Notti magiche, inseguendo un gol. Uno in più, che avrebbe fatto la differenza tra la storia e la leggenda.

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Azeglio Vicini resterà nell’Almanacco del Calcio italiano come uno dei commissari tecnici che hanno onorato la maglia azzurra, e dovremmo tenerci cara la sua figurina Panini, soprattutto in tempi in cui l’onore di quella maglia non si sa più dove sia finito.

Eppure, per lungo tempo, è stato considerato alla stregua del conterraneo Edmondo Fabbri, pace anche all’anima sua, lui sì reo di aver condotto la Nazionale alla più storica e infamante delle sue dèbacles contro la Corea del Nord nel 1966 a Middlesborough, mondiali inglesi. Come Edmondo, Azeglio aveva la squadra piena zeppa di campioni, e finì per riportare a casa meno di quanto la Patria, e la Federazione, si aspettassero.

Fu la maledizione di Italia 90, che aveva promesso tanto e poi mantenuto quasi tutto, fino al penultimo atto. Ma quel quasi rimase come un tarlo dell’anima. Azeglio Vicini aveva lavorato una vita per arrivare a quel momento. La sorte, che gli era stata benevola fino al 3 luglio di quel 1990, quella sera a Napoli pretese il conto. E l’Italia non glielo ha mai perdonato.

Ai suoi tempi, allenatori di club e commissari tecnici delle rappresentative nazionali seguivano due carriere diverse, come magistrati giudicanti e inquirenti. Le loro sorti si separavano subito, i primi si gettavano nella tonnara del campionato, i secondi infilavano dentro Coverciano e si facevano la trafila delle Nazionali su su fino a quella maggiore. Così aveva fatto Enzo Bearzot, il suo predecessore, che aveva ereditato da Fulvio Bernardini la Nazionale rinnovata dopo il disastro dei mondiali di Germania 1974 e subito diventata forte come quella. Così fece lui, dopo che Bearzot ebbe chiuso in Messico nel 1986 il ciclo aperto in Argentina nel 1978 e culminato nel trionfo spagnolo del 1982.

Gli azzurri avevano alzato la Coppa al Santiago Bernabeu, e da quell’apoteosi inattesa aveva tratto beneficio tutto il calcio italiano, destinato da allora a primeggiare nel mondo per quasi vent’anni. Ma Zoff & c. si erano scoperti improvvisamente appagati, invecchiati, in quell’estate del 1982. E nei quattro anni successivi avevano mancato la qualificazione europea e la difesa del titolo mondiale.

Serviva una nuova rivoluzione, che il vecio Bearzot non poteva più fare, legato sentimentalmente ai suoi campeones. Ma l’uomo nuovo c’era, e soprattutto c’era la squadra nuova. Pochi giorni prima di giocare la finale del campionato europeo Under 21 con la sua squadra di giovani promesse azzurre, il neo commissario tecnico Azeglio Vicini fece il suo esordio sulla panchina più scottante d’Italia, a Bologna in amichevole contro la Grecia (successo per 2-0). La Nazionale Under avrebbe poi perso ai rigori la finale europea contro la Spagna, scontrandosi per la prima volta con quella che sarebbe stata la sua nemesi nelle competizioni più importanti, la lotteria dei penalties, appunto. Poi, era stata travasata in Nazionale maggiore. E da lì erano cominciati quattro anni splendidi.

Dapprima le qualificazioni al campionato europeo, dove Vicini rese agli svedesi la pariglia dell’eliminazione nel girone di qualificazione subita da Bearzot quattro anni prima. Poi vittorie prestigiose come quella in amichevole a Zurigo organizzata dalla FIFA a titolo di presentazione di Italia 90, un secco 3-1 all’Argentina campione del mondo in carica. Poi un grande campionato d’Europa, concluso soltanto in semifinale al cospetto dell’URSS del colonnello Lobanov’skyj, che raggiunse nel 1988 l’apice della sua grandezza prima di sciogliersi insieme alla federazione del suo paese ed al suo paese stesso.

E poi, cominciò il conto alla rovescia verso le notti magiche. Verso quel Mondiale che giocavamo in casa, con la squadra a quel punto accreditata di essere la migliore. Il calcio italiano, il sistema paese Italia vivevano il loro momento di maggiore sviluppo ed euforia, ignari di qualsiasi avvisaglia di un declino che era allora inconcepibile. Mentre gli stadi venivano ammodernati tra mille stanziamenti e mille polemiche, mentre il presidente della FIGC Antonio Matarrese veniva applaudito a scroscio dal board dell’UEFA perché le squadre di club del nostro paese quell’anno, il mirabilis 1990 , avevano fatto l’en plein vincendo tutte e tre le Coppe con Milan, Napoli e Juventus, l’Italia chiedeva ad Azeglio Vicini una cosa sola, e niente di meno: vincere la Coppa per la quarta volta, diventare la nazione più titolata del mondo staccando il Brasile. Far diventare le notti ormai prossime di giugno leggendarie, indimenticabili.

Troppe correnti, troppi influssi di segno opposto o contrastante si incrociavano tuttavia sotto il cielo di quell’estate italiana. Gli azzurri giocavano bene, ma faticavano a vincere. Gianluca Vialli, che era arrivato alla vigilia del mondiale accreditato di essere in grado di ripetere le gesta nientemeno che di Rombo di Tuono Gigi Riva, il più grande centravanti del dopoguerra, andò in crisi fisica proprio durante il torneo. Lo sostituì efficacemente almeno fino ai quarti Totò Schillaci, bomber esploso in età avanzata, una storia la sua che ripeteva in apparenza quella di Paolo Rossi e anticipava quella di Luca Toni. Ma gli azzurri tesorizzavano poco il gran gioco espresso, mentre altre Nazionali avanzavano con temibile sicurezza: la Germania, Ovest per l’ultima volta; l’Argentina, catenacciara e brutta a vedersi, ma tosta e con un Maradona che proprio non si arrendeva all’idea di abdicare.

Ma soprattutto, gli azzurri faticavano a metabolizzare l’immenso talento di Roberto Baggio. Il fantasista, che quell’estate era al centro del clamoroso trasferimento tra Fiorentina e Juventus, dimostrò nelle sue apparizioni in campo di poter essere il nuovo Maradona. Ma Vicini, come già Bearzot e Valcareggi prima di lui, era leale agli uomini con i quali era arrivato fin lì. Per mettere Baggio doveva togliere uno di loro. E non se la sentì se non quando era troppo tardi.

A Napoli, il 3 luglio 1990, la semifinale mise di fronte al pubblico di casa due piezz ‘e core. La Nazionale del proprio paese e quella dove giocava il proprio beniamino, il napoletano d’adozione Diego Armando Maradona. Il pubblico, alla fin fine, il suo dovere lo fece. Azeglio tutto sommato anche, presentando in campo la solita squadra, che chiuse il primo tempo in vantaggio grazie al solito Schillaci. Ma Baggio era in panchina, in campo c’era un Vialli spento. Quando Caniggia sorprese Zenga con un pareggio di rapina, gli azzurri – che erano convinti di battere nuovamente un’Argentina con cui non perdevamo dal 1956 e che avevamo regolato tre anni prima in Svizzera –  si scoprirono improvvisamente a corto di energie fisiche e mentali per ripetere l’impresa ed andare in finale. Baggio entrò troppo tardi, ai calci di rigore i calciatori selezionati da Vicini non lo ripagarono della fiducia, come non lo avevano fatto a Valladolid quattro anni prima. La notte magica di Napoli piombò nel silenzio, diventò un incubo. In finale ci andò l’Argentina, poi fischiata a Roma contro la Germania che si aggiudicò la finale più brutta della storia dei Mondiali. Da quadricampeones in solitaria, ci ritrovammo agganciati dai tedeschi, a pari merito – tre titoli vinti – con il peggior Brasile di sempre.

La finalina di Bari vinta contro gli inglesi non bastò. Né ad un paese che aveva sognato in grande e che – come la Germania nel 2006 – si risvegliava con un risultato buono ma decisamente prosaico. Né ad una Federazione che, nella persona di Antonio Matarrese, aveva fatto sogni se possibile ancora più grandi, ambiziosi. Anche se, nella foto ricordo, l’unico che non ride guarda caso è proprio Azeglio Vicini.

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Matarrese non perdonò ad Azeglio Vicini quel terzo posto di cui non sapeva che farsene. E non appena il tecnico di Cesena mancò la qualificazione al successivo Europeo perdendo in Norvegia (sempre la Scandinavia nei nostri momenti peggiori…..), non gli parve vero di fare un favore all’astro politico nascente Silvio Berlusconi liberando il suo Milan dell’ormai scomodo, ingombrante Arrigo Sacchi.

Ad Azeglio Vicini nessuno disse bravo, grazie, mancò la fortuna non il valore. Si ritrovò nella sua Cesena, a fare un mestiere – quello dell’allenatore di club – per cui non era tagliato, per cui non aveva studiato. E invecchiò con ricordi fulgidi e terribilmente malinconici, come tutti noi. Mentre la Nazionale azzurra cadeva sugli stessi calci di rigore che avevano maledetto lui: nel 1994 con Sacchi e una Nazionale troppo Baggio-dipendente quanto poco lo era stata la sua, nel 1998 con un Cesare Maldini che veniva dalla sua stessa gavetta e che alla fine aveva trovato le sue stesse difficoltà a gestire il grande talento di un numero 10 con cui il nostro calcio riuscì alla fine nella clamorosa impresa di non vincere niente.

Con Azeglio Vicini scompare, o quantomeno si allontana, il ricordo di quelle notti che ci sembravano magiche, che poi abbiamo soltanto voluto dimenticare. E che adesso non possiamo che rimpiangere, carichi di nostalgia e tristezza.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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