Una donna sul trono imperiale

di Simone Borri

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L’imperatrice Teodora e la sorella Zoe

L’11 gennaio 1055 fu un giorno mirabile. Il Senato di Costantinopoli offrì la corona di Imperatrice a Teodora Porfirogenita, ultima discendente della dinastia di imperatori macedoni che aveva ridato vigore all’Impero Romano d’Oriente, salvandolo probabilmente dall’essere reinglobato in quello d’Occidente nel frattempo diventato Sacro Romano Impero.

L’Impero Romano, fin da quando era un soggetto unico che governava tutto il mondo conosciuto e aveva per capitale Roma, non aveva mai concepito che l’Imperator fosse una donna. Secondo il diritto romano, alla femmina era riservato il governo della casa, al maschio – il pater familias era riservata la cittadinanza, cioé la titolarità di rapporti giuridici con l’esterno, sia a titolo privato che nei riguardi della res publica, lo Stato.

Il diritto romano delle origini costituiva indubbiamente un passo indietro per le donne, che avevano goduto e godevano di una sostanziale parità di diritti nella civiltà greca, in quella etrusca e per certi versi anche in quelle dell’Asia Minore e dell’Antico Egitto. Presso i Romani, figure femminili avevano avuto posti di rilievo nella storia repubblicana ed imperiale, come Cornelia la madre dei Gracchi, o le imperatrici consorti Agrippina, Messalina e via dicendo. Ma mai come figure assolute. Come imperatrici o condottiere. I celti della Britannia avevano avuto Boadicea, gli egiziani Cleopatra, i Romani avevano sempre risposto con figure leggendarie, ma inesorabilmente maschili.

Con la suddivisione dell’Impero in Oriente e Occidente, lo spostamento del baricentro culturale dal mondo latino a quello greco-ellenistico ebbe come conseguenza tra l’altro una trasformazione che riportò in auge la donna. L’Antica Grecia aveva ereditato al pari delle religioni pagane del nord Europa un pantheon in cui le figure femminili erano quante se non più e più importanti di quelle maschili. Era stata Gea, la Terra, la madre di tutti gli Dei. Hera, la moglie di Zeus, era stata assai più temibile e determinante del marito. Una civiltà che non aveva perso ancora il suo legame con il mondo naturale non aveva mascherato a se stessa il fatto che il principio divino per eccellenza, la creazione della vita, traeva origine principalmente dalla biologia e dallo spirito femminili, e ne aveva tratto le opportune somme religiose.

Costantinopoli, la seconda Roma, ebbe infine ciò che la prima non aveva avuto, non appena le circostanze lo richiesero. Non appena la sopravvivenza dell’Impero fu messa in discussione – il Papa di Roma tentò in almeno due circostanze di riunificare il vecchio Impero sotto il suo potere, una volta al tempo dell’Incoronazione di Carlo Magno nell’800 d.C. ed un altra due secoli dopo circa all’epoca degli Ottoni -, il Senato di Costantinopoli si ricordò che di donne capaci di governare, o almeno di influire sul governo, era piena la storia degli antenati, da Aspasia a Lisistrata. Donne che al pari di Boadicea avevano piegato eserciti.

Teodora successe alla sorella Zoe ed agli inetti mariti di costei, e fu quindi la terza Imperatrice di Bisanzio. La prima era stata Irene, proclamata Basileus dei Romei (secondo la commistione linguistico-giuridica greco-latina) nel 780 d.C. e rimasta in carica quanto bastava per scongiurare le pretese di Carlo Magno sull’Impero d’Oriente. L’ultima sarebbe stata la leggendaria Eudocia, una figura di donna dal carisma e dall’intelletto tali che gli storici contemporanei l’avrebbero definita una seconda Ipazia.

Anche il mondo romano ebbe dunque le sue donne guerriere, o comunque condottiere. Mentre l’Europa si dibatteva nelle tenebre dei secoli bui e il mondo islamico vedeva il regresso della donna a condizioni tribali, quel cuscinetto politico e culturale che fu fino al XV° secolo l’Impero Romano d’Oriente le ridette dignità in largo anticipo su figure come Elisabetta I di Inghilterra (anche lei renitente al matrimonio come Teodora), Maria Teresa d’Austra o Caterina la Grande di Russia.

E tuttavia, da quei secoli in cui la forza bruta dei muscoli maschili fece premio quasi sempre sugli intelletti più raffinati di donne e anche uomini di lettere, non è quello di Teodora l’esempio più eclatante che ci giunge sovvertendo le nostre credenze ed i nostri pregiudizi. La storia più sorprendente ci arriva dalla Scandinavia, da cui a cavallo dell’Anno Mille partiva sistematicamente la più incredibile, brutale e con il senno di poi incivile ciurma di razziatori che la storia ricordi: i Vichinghi.

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La Valchiria, particolare di un quadro di Peter Nicolai Arbo (1869)

In una tomba scoperta a Birka in Svezia circa 130 anni fa, gli archeologi si erano imbattuti in qualcosa che aveva rimesso in discussione tutte le loro – e nostre – certezze. Quella che avevano trovato era indubbiamente la tomba di un capo, un Jarl, corredata di tutti i simboli del potere: una spada, un’ascia, una lancia, delle frecce, un coltello e, soprattutto, una tavola e le relative pedine, utilizzate per pianificare tattiche e strategie.

Quello che trovarono in quella tomba, immerso nel sonno eterno, era quasi indubbiamente lo scheletro di una donna, come è stato recentemente confermato dal test del DNA. Ben prima che Teodora fosse proclamata Basileus dei Romei dal Senato di Costantinopoli, i pirati vichinghi erano andati in battaglia agli ordini di un Jarl che era stata una donna. A quanto pare, il mito wagneriano delle Valchirie un qualche fondamento reale lo doveva avere avuto, e così, con il senno di poi, anche la condizione di emancipazione delle donne scandinave moderne.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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