L’orrore ha duecento anni

di Simone Borri

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Mary Wollstonecraft Godwin Shelley

Immaginate giornate piovose e notti tempestose in un castello sulle montagne svizzere, dalle parti di Ginevra. La compagnia che vi soggiorna è composta da cinque giovani, di quella gioventù dorata inglese che al termine delle guerre napoleoniche, in un mondo che sta ritrovando faticosamente pace ed equilibrio, ha di nuovo a disposizione l’intero continente europeo per ambientarvi le proprie giornate dove si alternano suggestioni e noia spesso senza soluzione di continuità.

Due di questi, i ragazzi, sono già famosi come i più grandi poeti inglesi del tempo, George Gordon Byron e Percy Bysshe Shelley. Le loro compagne sono Claire Clairmont e Mary Wollstonecraft Godwin, sorellastre e figlie di quel William Godwin ritenuto uno dei fondatori del romanticismo inglese e nello stesso tempo il primo pensatore apertamente anarchico libertario della storia britannica. Completa il gruppo John William Polidori, segretario di Lord Byron. Saranno gli ultimi due, contro ogni pronostico, quelli destinati a raggiungere la fama maggiore presso la posterità.

Succede che le giornate siano più lunghe del previsto a trascorrere, costretti in casa dalla pioggia incessante di quell’Anno Senza Estate. E’ il 1816, forse qualcuno in cielo vuole lavare via il sangue accumulatosi sul suolo del continente europeo dalla Rivoluzione Francese in poi, e lo fa rovesciandovi catinelle d’acqua senza sosta. I giovani si intrattengono in lunghe conversazioni a proposito delle mode intellettuali del momento.

Sono gli anni in cui la scienza si avventura in aree finora sconosciute e proibite, abbandonando le costrizioni della fede. Luigi Galvani ha da poco scoperto l’elettricità biologica attraverso l’osservazione e gli esperimenti su rane apparentemente senza più vita. Erasmus Darwin, nonno di quel Charles che un giorno metterà a punto la più celebre teoria dell’evoluzionismo, predica la possibilità di ridare vita alla materia morta. Il mito di Prometeo sembra avvicinarsi finalmente ad avere un fondamento, l’uomo sembra davvero in procinto di sostituirsi a Dio in tutto, perfino nella creazione della vita.

Il gioco di società diventa quello di cimentarsi ognuno nella scrittura di un romanzo gotico, oggi si direbbe horror, che abbia per tema il controverso rapporto tra vita, scienza, trascendenza. Soltanto due lo porteranno fino alle conseguenze, la stesura di un’opera da offrire al pubblico dei lettori. John William Polidori scrive Il vampiro, capostipite della letteratura dedicata ai non-morti e immortali succhiatori di sangue altrui che avrà poi a fine secolo la consacrazione definitiva con il Dracula di Bram Stoker.

Ma é Mary Wollstonecfart Godwin (il primo cognome é quello della madre, Mary anch’essa, la prima femminista inglese della storia) coniugata Shelley (si sono sposati due anni prima a seguito di una fuga romantica) a consegnare alle stampe, due anni dopo, l’opera destinata ad avere il più immortale dei destini.

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Frankenstein! Un nome indovinato, evocativo, capace di risuonare in un incubo come un fulmine che squarcia una notte di tempesta. Frankenstein, il moderno Prometeo, che sarebbe stato pubblicato anonimo il 1° gennaio 1818 e che compie dunque oggi 200 anni, nacque nelle stanze di quel castello nei pressi di Ginevra. Dove la sua autrice, lasciandosi andare alla suggestione delle conversazioni diurne, ebbe in un sogno notturno la visione di uno studente di medicina (il barone Viktor von Frankenstein, appunto) chino su una creatura da lui assemblata con parti di cadaveri ed in procinto di ridarle – o per meglio dire darle – vita attraverso la conduzione elettrica.

La storia di Frankenstein è nota a tutti, soprattutto nel secolo delle trasposizioni cinematografiche. Nel 1931, l’industria della celluloide ormai trionfante affidò al regista britannico James Whale ed all’attore suo connazionale Boris Karloff, nome d’arte di William Henry Pratt, la riduzione sul grande schermo del romanzo di Mary Shelley, creando per il tempo a venire un termine di paragone imprescindibile, forse ineguagliabile. La maschera di Karloff ebbe successo quanto ne aveva avuto la prosa di Mary Shelley e da allora visita gli incubi degli spettatori di tutto il mondo, grandi e piccini.

Come Prometeo, il barone Viktor si era sostituito a Dio nel produrre qualcosa che era di Sua esclusiva spettanza. Nel caso dell’eroe mitologico greco, il segreto del fuoco. Nel caso del barone tedesco, la vita donata ad un essere inanimato. Come Prometeo, Frankenstein era stato punito per la sua superbia assoluta e blasfema. Il mostro gli si era rivoltato contro, inseguendolo, perseguitandolo e cospargendo il suo cammino di vittime, in preda ad una rabbia scatenata dal fatto di essere stato abbandonato dal suo genitore e detestato, odiato da tutti per il suo aspetto. In realtà, desideroso soltanto di avere risposta a quell’unica domanda che l’uomo rivolge al suo Creatore dall’alba dei tempi e che John Milton aveva espresso così bene nel suo Paradiso Perduto: «Ti chiesi io, Creatore, dall’argilla di crearmi uomo, ti chiesi io dall’oscurità di promuovermi…?»

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Marty Feldman e Gene Wilder in Frankenstein Jr. di Mel brooks (1974)

Il finale della storia, allegorica come ogni romanzo ottocentesco che si rispetti (non è l’aspetto del mostro in realtà ad inquietare, ma le implicazioni della sua esistenza) è tragico, come il destino di colei che la ideò e di coloro che l’ascoltarono per primi dalla sua voce. Byron e Shelley morirono entrambi giovanissimi, il primo in Grecia dove si era recato per prendere parte alla lotta di quel paese per l’indipendenza dall’Impero Ottomano, il secondo affogato nel golfo di La Spezia mentre nuotava durante uno dei suoi interminabili soggiorni vacanzieri. Polidori morì suicida, in preda a depressione. La Shelley sopravvisse vedova fino al 1851, quando se la portò via un tumore al cervello e quando ormai la sua opera principale aveva avuto il riconoscimento anche di autori di fama come Sir Walter Scott.

Nella fiction, la creatura insegue il suo creatore fino al circolo polare artico, dove un giovane esploratore assiste al loro ultimo atto, ed è al suo io narrante – secondo una convenzione tipica del romanzo ottocentesco – che Mary Shelley fa raccontare la loro tragica storia.

Al cinema, con il modello creato magistralmente da Whale e Karloff soltanto Kenneth Branagh (regista) e Robert De Niro (interprete) hanno avuto il coraggio e sono stati all’altezza di cimentarsi, nel 1994. Più facile è stato cimentarsi con la parodia, che ha prodotto capolavori come il Frankenstein Junior di Mel Brooks nel 1974 ed il Rocky Horror Picture Show di Jim Sharman e Tim Curry l’anno successivo.

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«Fai attenzione, io sono senza paura, e per questo sono potente»

(Mary Wollstonecraft Godwin Shelley)

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Lavora nella pubblica amministrazione. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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