La passeggiata che profuma di tempo

di Jacopo Nuti

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Nonno ma quando siamo in Paradiso dove andiamo a bere?”.

Quando sarai in Paradiso, Tom, non avrai la sensazione della sete, l’anima non possiederà i bisogni corporali, me lo stai chiedendo perché adesso stai morendo di arsura e non ti sembra possibile ciò, ma fidati, quella è un’altra dimensione….”.

Tom non osò controbattere, nonostante avesse ancora qualche perplessità. A poco più di otto anni spesso ti basta sentire una voce rassicurante per calmare tanti dubbi e archiviare insistenti quesiti. Questo stava pensando Tom mentre i suoi occhi lucidi se lo godevano un’ultima volta prima che gli addetti delle pompe funebri chiudessero la bara. Ormai Tom era diventato uomo e sfortunatamente aveva già vissuto diversi funerali. Davanti alla morte aveva sempre preferito partecipare al cerimoniale senza passare dalla devastante “ultima vista” del corpo.

Preferisco che l’ultima immagine che ho sia di una persona viva e sorridente anziché fredda e senz’anima”, sosteneva e si ripeteva sempre Tom. Stavolta però era diverso. Si trattava di suo nonno paterno Boris. Non un nonno qualunque, ma un secondo babbo, un compagno di giochi, un tutore dell’infanzia, un pezzo di vita, un mentore che influenzò profondamente i suoi modi di essere e di pensare come potrebbe fare un innesto su un albero da frutta.

Nell’occasione, Tom rimembrò anche le girate nel più bel parco della città dove da piccino andava spesso a passeggiare e a giocare a pallone con suo nonno. Grande fu il dolore per quella perdita, forse così intenso che quasi per difesa il cervello reagì anestetizzandosi. Sospendendo i processo di “digestione” cerebrale del lutto per qualche anno.

Il caso volle che dopo parecchio tempo dal fattaccio entrasse nel suo negozio un signore di una certa età: stesso cappello, stesso modo di vestire, stesso odore misto di lavanda e naftalina di suo nonno. Quell’immagine gli aprì un solco incredibile nella memoria. Riaprì in lui quel processo mentale di elaborazione della morte precedentemente sospeso. Soprattutto per il “profumo” di quell’uomo che lo catapultò diritto nell’infanzia.

A ciò si aggiunse la visita in bottega nei giorni seguenti di un conoscente molto stretto con il quale si intrattenne un po’ di più del solito spendendo del tempo a parlare di argomenti extra lavoro e molto personali. Quando questi uscì, Tom rimase con lo sguardo fisso sulla porta che si richiudeva lentamente.

Era giunto il momento di fare i conti con quell’esperienza. Pensava. Gli mancava anche suo babbo. Ma non tanto fisicamente, non proprio lui in pelle e ossa che da anni vedeva a sprazzi e con il quale troppe incomprensioni c’erano state, ma una figura maschile con la quale ogni tanto confrontarsi, una voce baritona che ti dicesse “hai fatto bene!”, oppure “ragazzo mio hai sbagliato e ti spiego perché!!!”.

Tante situazioni aveva dovuto affrontare Tom e nonostante fosse un giovane babbo a volte sentiva la necessità di un rifornimento spirituale e psicologico. Di qualcuno, oltre a sua mamma, che anche solo con uno sguardo silente ma vivo e virile, gli indicasse il sentiero. Questa mancanza fu sottolineata e ingigantita ancora di più con la perdita del nonno che, tuttavia, stava male da tempo e da mesi aveva perduto cognizione di causa.

Tutto questo fu l’occasione per prendersi del tempo. Per decidere di tornare nei luoghi d’infanzia. Sedersi, respirare, togliere il guinzaglio all’anima e dirle “Vai, corri e, possibilmente, torna”.

Fu l’occasione per rifletter anche sulla sua vita; nei momenti concisi e decisivi la scommessa l’ha sempre dovuta fare direttamente su se stesso. Anche quando divenne babbo da ragazzino e poco più. E tutto ciò ha avuto e aveva ancora un costo. Quello di guardarsi sempre fino in fondo, credere in se stessi a prescindere, anche se sembra di non crederci, mettersi con le spalle al muro, andare a cercare tutte le forze psicofisiche possibili, svuotarsi completamente con il rischio di rimanere molto deboli sotto ogni punto di vista oppure di diventare fortissimi. Perdere o vincere.

Tuttavia rischiare senza avere le spalle troppo coperte, senza troppe garanzie a volte non ti fa dormire la notte. Tom nonostante fosse introverso, pensieroso dalla pre-nascita e filosofo per hobby aveva una mente dalla pellaccia dura, complicata, ma tenace. Amava i momenti di solitudine durante i quali camminava tantissimo per le strade della sua città accompagnato unicamente dalla musica negli orecchi. La musica come surrogato dove cullare la mente. La passeggiata come strumento per un censimento cerebrale dei milioni di pensieri che come pendolari frequentavano quotidianamente il suo cervello.

Tom sosteneva che camminando le membra faticavano, ma la mente era più rilassata, perché ad “agitarsi” ci pensavano le gambe…..Raramente passeggiava in campagna o zone isolate, perché amava la sensazione di estraniarsi da un contesto pieno di gente. Avrebbe percepito maggiormente la tensione dell’anima di trasalire verso un vuoto dove farle fare ricognizione…… un piccione che cammina con il suo buffo modo di mandare avanti e indietro la testa, quasi avesse un tic e che infila il becco nella pozza di una fontana, l’odore delle foglie bagnate quando ha smesso da non molto di piovere, un cane che porta a spasso il proprio padrone, un anziano che fa la quotidiana giratina, il commerciante sulla porta, l’anziana signora che cerca di nascondersi dietro la persiana per guardare che succede in strada pensando di non essere vista, quello che corre con gli auricolari, i turisti, il turista, un gatto che sale sul muricciolo, un portone particolare di uno dei tanti vecchi edifici del centro, un particolare scorcio, le grondaie, i tetti e i sottotetti, le mansardine, le terrazzine, sprazzi di cortili, i lucernari, gli angoli delle strade, gli odori, i giochi delle ombre dei palazzi, le facciate, il procedere irrazionale della moltitudine, una siepe fiorita, oppure, di notte, il vento ghiaccio che ti gela le orecchie, il silenzio meccanico, la voce del fiume, il rumore dei tuoi passi, le luci spente, l’odore dell’inverno o il suono dei grilli d’estate, le lucine delle lucciole, i pietroni dei palazzi storici tiepidi, il buio che ti avvolge e ti prende a braccetto, un topo che scappa impaurito, quella sorta di “zzzzzzzz” che fanno alcuni lampioni accesi…….sono una marea di piccoli aspetti che se non si camminasse non si potrebbero vedere e che Tom adorava.

In quei momenti si sentiva sceso dalla giostra del mondo per osservarlo mentre questi continuava a girare. Era come rallentare il tempo, capire che c’è un tempo, che non si fermerà mai, ma che se a volte lo rallentiamo possiamo apprezzarlo meglio. Durante queste girate gli succedeva spesso di seguire con lo sguardo un piccolo segmento del fiume scorrere orizzontalmente e ordinatamente finchè non incontrando un dislivello quel segmento diventava schizzo, piccola cascata, per poi riprendere il cammino regolare, ritmato e inesorabile fino alla prossima interruzione, fino al prossimo dislivello.

Ecco, passeggiare faceva sentire Tom come quello “schizzo” per un’oretta. E ora era nel parco dove spesso andava con Boris. Seduto su una panchina in pietra. Quanti temporali primaverili si sono beccati qui Tom e Boris. Cercavano rifugio sotto quegli enormi arbusti, per poi correre a casa sua, lì di fronte, tutti bagnati, a fare merenda mentre gli raccontava che il rumore dei tuoni era provocato da qualcuno, in cielo, che aveva finito i fiaschi di vino e li buttava giù dalle scale.

Osservando quel prato, per un attimo, Tom rivide il “fanciullino” di pascoliana memoria che correva felice dietro al suo pallone e gli scese una lacrima. Giù dall’occhio, umida, lenta, dritta come un treno, ma senza binari: e come un treno che scompare in galleria, così anche lei se ne andò assorbita dalla gota calda per il sole. Il leggero venticello primaverile gli fecero sentire fresca la scia lasciata bagnata sulla guancia e quel rigagnolo freddo provocò un leggiadro brivido sulla schiena di Tom. Il brivido per l’emozione del ricordo di quel bimbo felice, la nostalgia per momenti che non torneranno più.

In un momento di una latente realizzazione nel presente e con la mente che tendeva spesso a rifugiarsi nell’infanzia, decise di riportarla lì, proprio in quel luogo di venti anni fa, a contatto con il passato, per prenderlo di petto. Era rimasto tutto uguale, l’entrata, gli alberi, le siepi, le statue, il prato, la fontana, la vasca, tutto come allora, mancava solo quel bambino. C’era tornato già altre volte, ma mai come questa volta ebbe la consapevolezza di un qualcosa che se n’è andato per sempre e allora, essendo emotivamente sensibile, Tom si sciolse e si commosse definitivamente.

Quando aprì gli occhi vide un bellissimo arcobaleno; in fondo, pensò, anche la Terra piange, si bagna e se immediatamente dopo arriva il Sole, ecco formarsi un arcobaleno, arcuato, come labbra che sorridono subito dopo aver sofferto. Il suo arcobaleno interiore in quel momento era assaporare la freschezza dell’odore dell’erba primaverile umida e concepirsi lì, in quel momento.

Era Tom che abbracciava Tom, con la consapevolezza di avere ancora suo nonno accanto.

Prese un sasso bianco leggermente appuntito e lo usò come matita per disegnare una griglia. Già, proprio come quando giocava a filetto con Boris. Mise una “x” e disse: “adesso sta a te nonno….”. Nessuno rispose ma un soffio di vento più forte gli accarezzò i capelli. Ripensò alle loro girate, ai bar della città in cui andavano per fare merenda, a veder giocare a biliardo e alle tante storie che gli raccontava.

Ritornò vivida nella memoria l’immagine di lui fanciullo a giro con suo nonno. Boris rimase vedovo poco prima che nascesse Tom e questo fece in modo che ai suoi occhi apparisse come una sorta di “superuomo”, in grado di badare a se stesso, solitario ma sempre felice, paterno e duro quando serviva ma burlone dentro e paziente all’inverosimile. Un uomo d’altri tempi.

Un uomo che aveva tempo e dava dei tempi alla sua vita. “L’uomo col cappello” come lo appellò Tom dal momento che amava indossare un berretto che gli coprisse il capo calvo. Da piccoli tendiamo a dare per scontati alcuni aspetti, non abbiamo ancora gli strumenti necessari per tenere vivida quella coscienza che ti fa apprezzare appieno le circostanze e i momenti. Adesso che era cresciuto Tom si rese conto non solo di tutto ciò ma rivisse e ripercorse tanti aspetti della sua parte d’infanzia trascorsa con nonno Boris. Amava quel dolce aroma di latte bollito che lo svegliava nelle mattine che rimaneva a dormire da lui, era sempre estasiato dalle storie che gli raccontava nel momento in cui si coricavano: talvolta inventate ma sempre con estrema originalità ed eleganza. Altre, invece, gli narrava di quello che faceva quando anche lui era ragazzino.

Erano tempi di guerra, Tom, una giornata a fare tuffi nel fiume era oro colato, rubare la frutta sugli alberi, cacciare qualche animale nel bosco con attrezzature inventate e ingegnate, crearsi giochi con poco e poi essere abili a farsi trovare vispi e pronti quando quella sirena assordante ci invitava a scappare. Sarebbero arrivati i bombardamenti di lì a poco”.

Il suo modo di eloquiare era pazzesco. Un tono talmente morbido che sembrava ti stesse davvero raccontando una favola anziché fatti pesanti di vita trascorsa. E poi….. e poi detti con quella sua peculiare, intrinseca, avvolgente e tenera lentezza che ti faceva gustare e pregustare ogni singola parola. Un modo di narrare che dava tempo al tuo cervello di ambientarsi, di crearsi un proscenio dove collocare e far accomodare tutte le parole.

Abitava in una bella e grande casa del centro Boris, una volta entrati dal portone, per arrivare all’ingresso, c’era da fare una rampa di scale e tutte le sante volte che Tom andava da lui, Boris lo aspettava puntualmente in cima mentre esclamava “oh, chi c’è?”.

Rituali, ripetizioni. Scandire la vita. Riferimenti. D’estate, finita la scuola, mentre i genitori lavoravano, trascorrevano qualche giorno in campagna e qualche settimana al mare. A pensarci, percepiva tuttora la brezza del mare la mattina presto quando passeggiavano dopo il consueto cornetto al bar: più di un’ora di cammino parlando di qualsiasi cosa, scambiandosi opinioni, idee, dubbi con il mare come spettatore e che ogni tanto sembrava partecipare alla discussione accarezzandogli i piedi e le caviglie con le lievi e docili onde di fine corsa che dipingono fantasiosi effetti sulla battigia.

Per non parlare delle esplorazioni in campagna: riecheggiavano ancora nella mente di Tom le assordanti, affaticate e prostrate grida delle cicale, quel ricamato gorgoglio del fiume non lontano dove a volte facevano anche il bagno, l’odore secco dei rami preganti per la siccità e delle foglie debilitate dalla calura estiva. Il sottobosco e i mille sentieri che parevano inizi di strade verso l’ignoto, incipit di nuovi mondi. I carrarmati fatti con i tappi di sughero e gli stuzzicadenti, le barchette di carta e soprattutto….. Boris.

In ogni circostanza, in ogni situazione, in ogni passeggiata che facevano, aveva sempre qualcosa di nuovo da raccontare, da insegnare. Un aneddoto o una storia di vita vissuta da servire a Tom come una merenda per il suo cervello. Quando cucinava per lui non si peritava a mostrargli piccoli trucchi che aveva scoperto, quando visitavano l’orto gli mostrava con piacere tutte le attenzioni e precauzioni immaginabili. Per non parlare poi delle innumerevoli partite della loro squadra del cuore con i cui aneddoti un Tom infatuato si addormentava la sera.

L’estate era anche quel momento postprandiale delle corse in bicicletta alla tv durante le quali lui sonnecchiava russando mentre Tom rimaneva sveglio a disegnare o a giocare buttando, però, spesso, l’occhio sul nonno e rimanendo a guardarlo in maniera quasi contemplativa. Non era un semplice nonno, per quel bambino introverso e pensieroso quale era Tom, lui era il Nonno “Din don”, così ribattezzato perché davanti casa sua c’era una chiesa che spesso suonava le campane. Un appellativo quasi infantile, velatamente ironico e ingenuamente crudo che non rendeva certo onore a lui come uomo che dopo la morte della moglie aveva deciso di starsene da solo e lo fece con dignità, organizzazione, tranquillità e sempre con il sorriso.

E poi la città: molto doveva a lui per come gli aveva insegnato a viverla e scoprirla attraverso i piccoli vicoli, i bar anni ’80 con i banconi in alluminio, i prezzari con le letterine in plastica attaccati a quella sorta di quadretto in moquette, l’odore di sigaretta, i biliardi, le spallette lungo il fiume, gli innumerevoli scorci di una città più che bella, diciamo veracemente magica. Faceva il tipografo Boris, stampava libri e giornali e di storie e leggende ne sapeva eccome. Quando andò in pensione, la lettura quotidiana del giornale divenne quasi una religione, un momento di meditazione per lui, la mattina presto.

Che belli questi momenti” pensò. “La vita spesso viene soffocata dall’agire, dalle azioni e dal pragmatico che si prendono lo spazio e ti asfissiano senza spesso neanche farti ragionare e ti conducono a un capolinea senza neppure averlo scelto.

Fu allora che tornò con la mente all’attualità, alla coerenza e alla maledetta verità dei versi del poeta tedesco Dehmel, “abbiamo un letto, abbiamo un figlio, o moglie mia! Abbiamo anche un lavoro, per tutti e due, e abbiamo il sole e pioggia e vento. Ci manca soltanto una cosa per essere liberi come lo sono gli uccelli: soltanto il tempo”.

Tom si guardò intorno con gli occhi ancora annebbiati dalle lacrime e fu assalito dalla sua solita doccia catartico-spirituale tipica di questi momenti in solitaria di cui tuttavia ne aveva un tremendo bisogno. Ultimamente si era trascurato. Si fece coraggio, tornò a casa, aprì il cassetto e cercò il portafoglio che suo nonno gli lasciò in eredità. Non lo aveva mai fatto da quando era morto, ma in quella circostanza lì aveva un’ impellente necessità di sentire qualcosa di concretamente suo vicino a sé. Lo accarezzò, lo toccò, lo annusò. Quell’intenso, vissuto e adulto fragore della pelle. Per quanti Natali da lì erano uscite 50 mila lire che lo avevano fatto sentire ricco. Adesso spuntava un foglietto bianco; non ci aveva fatto mai caso. Lo aprì: “binario 10”.

Binario 10” sussurrò…..fissando la scritta con sguardo pensieroso.

Ma certo” disse fra sè e sè….”la nostra stazione centrale!!!!!!!!!”.

Nonno mi porti a vedere i treni?”: questo era forse il più bel desiderio di Tom adolescente, lui che era appassionato di rotaie e che nel salotto di Boris aveva un plastico enorme con tanto di gallerie, rotaie e innumerevoli vagoncini. L’autobus per arrivare nei pressi della stazione, il tunnel pedonale prima di scorgere i binari, la gente, tanta, l’odore “underground” e infine i treni.

All’epoca c’erano delle panchine di legno lungo i binari, loro andavano sempre al binario 10. E fu così anche quel giorno. Ormai la modernizzazione aveva cambiato il volto alla stazione, ma il luogo era sempre quello. Tom si appartò, fissando la colonna marmorea, rimasta identica, provò a immaginare quei treni di una volta, quando il locomotore veniva staccato, essendo una stazione di testa, per riattaccarne un altro dalla parte opposta, la gente si affacciava ancora dai finestrini, le porte si chiudevano a mano, sbattendo. Il capotreno fischiava e aveva una bandierina che sventolava sporgendosi dall’ultima entrata rimasta aperta, il venditore di bibite e vivande urlava muovendo il suo carretto.

Tutto questo era il contesto di gente che partiva, arrivava, salutava e sulla quale Tom faceva sempre mille riflessioni influenzate e stimolate dall’ammirare la lentezza del convoglio che si muoveva dritto fino a scomparire all’orizzonte. Aveva sempre associato i treni alle circostanze della vita che vanno e vengono, alcune te le aspetti, altre ritardano, altre magari vengono soppresse, ma tutte ti entrano nella centralità del tuo io con i loro sconosciuti passeggeri.

Tom adesso si sentiva davvero spaesato, questo viaggio tra presente e passato lo stava coinvolgendo troppo, divenne un qualcosa di più forte di lui.

Lo faccio”, si disse nella mente.

Prese un altro autobus, lo stesso che prendevano la domenica quando tornavano dallo stadio, scese davanti alla casa di Boris, cercò di scorgere gli interni dalla strada. Quanto avrebbe voluto toccare quei muri, risentirne gli odori, rituffarcisi dentro. Purtroppo, però, suo nonno decise di trascorrere gli ultimi anni di vita in campagna, quindi a Tom non restò altro che cercare di intravedere dalle tende qualche stralcio di soffitto o di parete che lo facessero sentire “a casa”.

Si percepiva però un po’ stupido, osservato, leggermente ridicolo e allora pensò di concludere questa infinita passeggiata andando al Piazzale che da piccolo visitava spesso con Boris mangiando le noccioline e dando da mangiare ai piccioni. Ci andavano con un bussino piccolo.

Il 15!!!. Da tempo lo avevano soppresso.

E’ lunga ma ci andrò a piedi!!” Disse dentro di sé Tom.

La mia anima ha bisogno di essere portata ancora a giro!! Adesso mi faccio questa infinita salita a piedi, ripercorrerò i giardini, gli alberi e i luoghi dove, da piccolo, un bastone, un pallone e un nonno bastavano per saziarmi la voglia di felicità sovente messa sotto assedio da pensieri e riflessioni. Forse, questa volta , sarà più prolifica delle altre perché in questo momento nutro un profondo dissenso verso parecchi componenti del genere umano, mi sento stanco e privo di quella necessaria, incalcolabile quanto preziosa pazienza quotidianamente indispensabile per tollerare menti ottuse, arroganze e cervelli non illuminati che tanto rallentano il procedere di questo globo malsano. Ci voglio arrivare con calma al Piazzale, proprio come faceva Boris; due, trecento metri e poi si fermava a parlare o a mostrarmi qualcosa. Sì, al di là della nostalgia, dei tempi passati, dell’infanzia e del ricordo del mio caro nonno, adesso che sono un uomo ho capito quello che mi ha davvero trasmesso oltre al fatto di dimostrarmi come cavarsela anche da soli nella vita: essere in grado di non naufragare nel proprio stesso fare. Ormai la tecnicizzazione, la modernizzazione, la tecnologizzazione, i ritmi e le molteplici attività, l’aver a che fare assiduamente con situazioni multitasking, ovvero fronti contemporaneamente aperti da gestire, ci porta a non vivere l’esperienza dell’evento e ad essere trascinati da un giorno all’altro avendo perso di mira il “dove”, trascurando il “come” e ignorando il “perchè”. E’ giustissima e utilissima la modernizzazione, è affascinante che si siano abbattute le distanze ma lo strumento che permette tutto ciò, messo in mano a chi non sa gestirlo e gestir-si ha prodotto una generazione umana del “tutto-possibilmente subito – con minor disagio possibile – con la miglior pretesa e il minor impegno economico”. Non mi sento più circondato da uomini ma da mondanti: enti che abitano e riempiono il globo rendendolo sempre più affaticato, sprezzante, privo di qualità e stressantemente in circolo. A tal punto che non abbiamo più il tempo di vivere davvero, di capire che stiamo vivendo. La morte come uno stop a un errare frenetico, quasi come volesse salvarci da una trottola impazzita su se stessa. Una morte che spesso libera molti dalla schiavitù. Schiavitù dovuta al delegare il pensare ad altri. Tanti, troppi, ragionano ed esprimono opinioni più perché gli hanno detto che devono pensarla così piuttosto che per elucubrazioni personali. “E’ così perché deve essere così”. E allora davanti all’esprimere un’idea, davanti all’esporsi è molto più facile, sicuro e comodo affidarsi a una categoria, una classe, un partito, una setta, una corrente per la quale portiamo simpatia e siccome ce ne sentiamo partecipi quello che tale categoria o chi per lei ritenga giusto pensare per una determinata circostanza, molti ne prendono comodamente il pacchetto da sciorinare in caso di necessità o di scelte. La penso così perché appartengo a quel partito, ti dico “cosà” perchè professo questo credo, ti pronuncio “percome” perché le mie origini sono “x” e “y”. Quasi mai ci sentiamo dire “dico questo perchè lo credo IO”. Finita la dose di parole imparate a memoria, finisce anche la discussione. Finisce la dialettica. La dialettica è il reparto maternità dei cervelli pensanti, se chiude lei, il mondo rischia di collassare, di inserire il pilota automatico e di incanalare tutti in dei binari uguali. Il risultato? Alberi di natale finti, addobbati da altri, resi superficialmente belli per apparire luccicanti a un pubblico erroneamente esteta. La morte ci troverà vincitori quando saremo selvaggi abeti di una foresta. Magari soli e nudi, ma liberi di determinarci. Liberi di pensare da una parte e preparati, dall’altra, ad accogliere e rispondere al quesito più difficile: che profumo ha la vita? Il diniego a pensare, la frenesia, il fatto che la modernità ci abbia messo in grado o fatto finta di farci credere che tutto sia a portata di mano, creandoci il falso mito di più obbiettivi a portata di mano, ci ha reso attori di una vita dove si passa da un’azione a un’altra senza contemplare troppo la scena in cui siamo e non pensando a quella dove andiamo. Affogati nel fare. L’istantaneità come personal trainer delle nostre anime accasciate. Come scriveva Nietzsche “se credeste di più alla vita, vi abbandonereste meno all’istante. Ma non avete abbastanza contenuto in voi stessi per aspettare – e nemmeno per la pigrizia!”. Senza respiro. E se non respiriamo come facciamo a sentire l’odore della vita? Dobbiamo dare lo spazio al profumo della vita per espandersi, per assaporarlo e per capire quindi il senso di tante cose. Spazio. Spazio per pensare. Tempo: dettare dei tempi e dilatarli fra un’azione e un’altra in modo da poter affermare: sono io adesso qui davanti a questa strada, a questa salita, a questi alberi. Creare aspettativa per l’azione, togliersi dal turbinio del fare, impadronirsi del destino. Scegliere pensando”.

Questo sussurrava la mente a Tom ripensando a come Boris, pur avendo le sue credenze e le sue idee, pur essendo un uomo cresciuto in tempi difficili, con principi basilari ma saldi, non gli abbia mai imposto niente, ma lo abbia semplicemente stimolato nel ragionare dandogli qualche dritta.

Quel suo aplomb, quel suo certo non so che di distaccato, i sui silenzi, le sue pause durante i pasti e le conversazioni, il saper ascoltare i boschi e la natura, l’arte di camminare osservando. Questo restava di suo nonno. Dettagli che connotano un andamento del tempo, dettagli che ti fanno concepire un tempo che scorre e concependolo ti aiutano ad avere consapevolezza anziché correre da una fatto a un altro senza mai riflettere e prendendo in prestito qualche frase da politici o millantatori sociali quando ti chiedono qualcosa o qualche opinione. Essere prossimi nella distanza: osservare da lontano ma entrare nell’essenza di quello che vediamo lì vicino a noi. Entrare dentro con la mente, capire e percepire sono le vere qualità aggiunte in un mondo che non ha più tempo, ha sempre meno prospettiva e sempre più categorie dove sbattere le anime dei “mondanti”, che in nome di un pasto caldo, un comodo letto e un bieca visibilità hanno venduto la libertà di pensiero. E se hai tue idee, una tua identità ma non categorie già scritte, se non appartieni specificatamente a chissà quale casella…..spaventi. Ti isolano.

Fu tra questi ragionamenti che Tom arrivò finalmente al Piazzale. Ormai era sera, molte coppiette intorno a lui, tanti turisti. Si fermò a sedere sulla scalinata che conduce a una terrazzina a godersi lo spettacolo e un po’ di quiete. Muto con lo sguardo fisso rivolto verso lo splendore del panorama cittadino notturno.

Che bellezza!!!!!” diceva fra sé e sè…….. ”Ma che cos’è la bellezza Tom?!?!……certo che anche te mente tu mi fai delle domande a quest’ora…. Vediamo un po’……….. l’uomo davanti alla bellezza si paralizza, lei guarda dritta al cuore, lo fulmina e il cuore dal canto suo ordina a tutto il corpo lo stop! Sospesi da un “quid” che tramite una sorta di sussulto entra dentro di noi attraverso il cuore e per attimi mette d’accordo tutte le nostre percezioni, unite da un’armonia che ci zittisce in contemplazione. Un equilibrio esteriore perfetto che si riflette in noi. Dall’esterno all’interno, dal trascendentale all’impulso fisico: corpo e mente. Va da sé che questo equilibrio sia molto soggettivo, la cosa certa è che quando due equilibri, quello esterno e quello interno di un “noi spettatore” che percepisce con lo sguardo, si incontrano, tutto si ferma incantato: c’è idiosincrasia, fusione, abbraccio, estasi. Opere d’arte che entrano dentro di te attraverso l’ “aìsthesis”, cioè la sensazione, la direttrice dei tuoi sensi che vengono svegliati dal fascino di ciò che stai osservando. Fascino, dal latino “fascinum” che significa incantesimo. Eccola, la parola magica, ecco cos’è quel quid misterioso……come d’incanto…..un qualcosa che squarcia la normalità, rapisce la nostra attenzione e si impadronisce del nostro senso estetico. La bellezza. Gran cosa la bellezza. Difficile che ti conceda un caffè, potrebbe parlare, esporsi troppo, la sua natura sta più in un piano trascendentale, misterioso e allora come una bellissima donna, in questo lungo valzer della vita, ogni tanto arriva, ti prende, ti fa ballare qualche minuto e poi se ne va senza dirti né prometterti niente. Il fatto è che con lei la mente non ha chance di pensare come con le altre sensazioni; viene fatta girare come una bambola, sconvolta, inebriata di profumi e quando si riprenderà dalla sbornia non avrà troppe facoltà di scernimento. La bellezza è “gratuita”, fresca, istintiva, te la trovi davanti ma è irresistibilmente e irrimediabilmente autonoma, libera…….

Ma icchè ci faccio qui da solo adesso?”, si diceva Tom rispondendosi: Sto uscendo con la mia mente. Non si può? Mi immagino seduto in uno di quei belli ed eleganti bar in stile ottocentesco, con i tavoli tondi coperti da ridondanti tovaglie ricamate a mano, gli interni in legno di noce massiccio, l’apparecchiatura quasi regale, i camerieri in guanti bianchi, la luce diffusa da gotici lampadari in vetro e l’ambiente che odora borghesia. Al tavolo vicino a me una bella ed aristocratica donna, con tanto di cappello e ventaglio….. mi avvicino e le chiedo ” salve, come si chiama?”, e lei “Mente! Sono la tua mente”, “ah infatti, mi sembrava di conoscerla, e il ventaglio a icchè ti serve? ” ….”a spazzare via i pensieri e le seghe mentali..!!!”. “Posso darle del tu?”, e lei ” del tu del voi icchè ti pare….”, “……facciamo del tu! Vedi mente son convinto che l’importante sia agire, fare bene, male, sbagliare, ma agire, tendere a un obbiettivo, caratterizzarci e determinar-si. Non basta galleggiare. Non può bastare. Anche te mente, tu dici bene, ma se quando tu torni a casa la sera e ti chiedo “icchè t’hai fatto” e te tu mi rispondi “nulla ma ho agito tanto, ho partecipato”………. male, non ci siamo. Sei solo stata affogata dalla vorace e anonima umanità. Non è un mondo per pensanti. È un mondo di apparenti e te con il tuo turbinio spesso mi complichi il tutto ancora di più…..però……. però è grazie a questi viaggi metafisici, grazie a questi momenti che mi ritaglio nella vita che riesco a estrapolarti dalle macerie del “da fare” e ci possiamo abbracciare. E ci sto bene tra le tue braccia”.

Se fosse un film la scena ci mostrerebbe questa nobile donna che accoglie maternamente sul suo petto un Tom in piena contemplazione del sè. Se fossimo in una passeggiata con Boris sarebbe il momento in cui si fermerebbe per dirti qualcosa. Tom si trovava in uno di quelli stati che Tommaso D’Aquino così descriveva nella sua Summa Theologiae: “in vita contemplativa quaeritur contemplatio veritas inquantum est perfectio hominis”.

La prassi vorrebbe che mettessi la traduzione per chi, giustamente, non sapendo o avendo annebbiate le nozioni di latino non potrebbe afferrarne il significato. Invece no. Abbiate pazienza, non è piaggeria, lungi da me, nemmeno supponenza. Quindi?………. Se sapete il significato vi invito a sospendere un attimo la lettura, mettervi delle note del musicista Einaudi in sottofondo che serviranno comunque a tutti come perfetto e dolce accompagnamento a questo finale del racconto e riflettere sul ciò che quelle parole trasmettono. Gli altri li invito a una consultazione su internet, si trova piuttosto facilmente.

Il mio intento è semplicemente di farvi prendere tempo, il tempo, annusarlo, sentirne l’odore. In entrambi i casi avrete preso una pausa per voi e con-voi. Avrete rallentato il tempo, spezzato una veloce lettura che avrebbe portato repentinamente alla conclusione. Avrete, rallentandolo, incontrato il tempo, avrete dato una prospettiva diversa.

Abituarsi a rallentare il “panta rei”, lo scorrere repentino del vissuto, quindi prenderne coscienza. Pazienza: questa sconosciuta. Orma non c’è più pazienza in nessuno, a partire dalle più semplici cose, perché la pazienza richiede un rallentamento e questo mondo che ci vuole protagonisti, sempre, in più fronti, contemporaneamente e ci pone davanti assiduamente obbiettivi prossimi o presunti tali da raggiungere, non ha pane nè premi per i pazienti.

Non c’è tempo per fermarsi, qualsiasi rallentamento sembra un ostacolo che ci allontana dal prossimo obbiettivo, dal fatto successivo, che ci distoglie da questa corsa di fatticità. Ed è un’umanità stressata, svuotata, perennemente in corsa, che non annusa più, appiattita, omologhizzata, che non profuma e non sente più odori. Prendetevi adesso l’attimo che dà coscienza del tempo, che ne fa capire la sua fragranza, ognuno la percepirà a modo suo, mettetevi seduti accanto a Tom.

Vecchio dentro”, diceva fra sè, “mio nonno mi ha trasmesso delle abitudini e un certo modo di affrontare alcuni frangenti della vita un pochino da pensionato. Tutto sommato ne vado anche fiero perché questa passione di vivere la mia città passeggiandola la amo con tutto me stesso. Di giorno, baciata dalla luce del sole é quasi troppo bella, soprattutto d’estate l’odore del verde e del giaggiolo ti inebria e ti paralizza; cammini pensando fra te e te, ogni tanto ti volti e davanti al bello in senso assoluto e te ne ritorni miseramente nel tuo io con il pieno, peró, di gioia che cotanta bellezza puó generarti. Quando piove e soprattutto d’inverno, é molto malinconica, severa, sembra quasi disturbata che una tale stagione possa scalfire la sua perfezione, quasi come una dama a una cena nobiliare a cui il brodo abbia sciupato un pochino il rossetto sulle labbra. Con la pioggia il colore dei suoi pietroni che la caratterizzano prendono una tonalitá scura e con l’umido un odore intenso, di medioevo. La mattina presto, quando ancora i suoi abitanti si devono alzare o si stanno alzando, baciata da quella luce né troppo scura né ancora chiara, sembra quasi in imbarazzo, come quella principessa che sta ultimando di sistemarsi le vesti e il trucco prima di cominciare la giornata. “Se proprio vuoi guardarmi fallo, ma saró molto piú bella tra un pó……..”, “Bugiarda…….il tuo fascino non conosce limiti…”. Quando il vento forte la spazza facendo ciondolare alberi e lampioni assomiglia a una bellissima ragazza con degli splendidi capelli che a causa del soffio di Zeffiro ora le coprono e ora le scoprono il volto. Quando c’é la nebbia a me fa paura: in questi momenti sembra una gotica e inquietante, seppur bella, cittá inglese e questo vedo non vedo risveglia in me l’inquietudine di numerosi delitti non risolti accaduti nella nostra urbe, nonché un certo non so che di sublime metafisico. Fermo restando che amo camminarla sempre, devo dire che il periodo forse piú bello é d’autunno inoltrato a notte fonda. Nel tragitto che mi riporta a casa raggiungo una bella felicitá e calma interiore: il sapore del Negroni ancora  tra le papille, un freddo pungente ma non eccessivo che rinvigorisce i monumenti e fa brillare le luci, stretto nel cappotto, le mani in tasca, la musica agli orecchi, i sampietrini lucidi di quando ha piovuto ma ormai ha smesso da due ore, i vicoli bui, il silenzio, sicuramente pericolosa ma mia. Via tutti i turisti, via tutti, solo io e lei, per una ventina di minuti é tutta e solo mia, gli altri son tutti a letto. I personaggi della notte sono i netturbini che spazzano attaccati al camion della nettezza, qualche americano briaco perso, qualche altro in bicicletta, qualche taxi a tutta randa e qualche grullo che bercia perché di negroni magari ne ha presi anche cinque o sei. Ovviamente evito zone molto pericolose dove forse non se ne uscirebbe vivi. Questa é la passeggiata che preferisco, l’aria frizzantina che ti entra nei polmoni, la luce bianchiccia dei lampioni che si riflettono nelle pozzanghere e si spalmano lungo la strada, la pista ciclabile deserta che assomiglia a un tappeto rosso tutto per me. Sentirsi considerati. É come dire Sean Connery: se tu lo vedi a una festa con migliaia di persone attorno, per lui potresti contare come il due di picche quando briscola é mattoni, ma se tu lo incontrassi per la strada, magari senza piú taxi, a quell’ora di notte, forse due chiacchere te le concederebbe……sì ok, un pó della serie ” un tu ci sei rimasto altro che te?”……..si forse sí ma non me ne frega nulla. Mi godo le sue infinite bellezze architettoniche come fossero tutte per me, in quel preciso momento e mi struggo nei suoi incantevoli e infiniti scorci. Nel mentre penso a quello che mi passa per la mente, ai sogni, a cose irrealizzabili, a cose belle o brutte, ricordi o prospettive future, immagini, sensazioni, quadri, scene, , pensieri, senza regole, senza giudizi, mi disegno quello che la vita non può darmi. E il silenzio che mi circonda non ho ancora capito se sia un silenzio di “chi tace acconsente” o di “chi tace sta zitto”. Comunque sí, camminare la notte é davvero terapeutico.

Elucubrando ciò, Tom ammirava la vastità del bello oltre il parapetto della terrazza del Piazzale: esperienza al limite del metafisico affacciarcisi e far sì che per qualche minuto la mente non abbia il tempo di pensare, assorta e inebriata dal quadro naturale che ha davanti.

Il Cupolone illuminato con la sua altezza, imponenza e fierezza sembra quasi rassicurare i vecchi tetti rinascimentali raggruppati intorno allo scuro notturno e affogati in una tiepida e soffusa luce dei lampioni da strada.

Una viscosa foschia spesso fa da cornice, l’Oltrarno nascosto nel suo verde mistero, Settignano che sembra uno dell’ultimo banco di scuola con la manina alzata per dire “ci sono anche io“, Fiesole, bello come un putto, che se la ride da lassù, la nobile Marignolle che tace indisturbata, Sir Ponte Vecchio quasi imbarazzato per cotanta illuminazione, pare stanco e specchiandosi nell’acqua dell’Arno sembra mostrare il suo fascino come un pavone, le Cascine che fanno da morbido cuscino, i flash dei turisti che somigliano a lucciole estive, la Sinagoga immersa nelle sue sfumature azzurre, simbolo di idealismo, Santa Croce di sbieco, come una bella donna timida che mostra il fianco parandosi, San Niccolò schiacciato e cullato, San Frediano che fa capolino, San Miniato severo fa da garante come un guardiano, la lucina rossa della Torre di Maratona che ti ricorda la Domenica, le periferie che sfumano e si perdono all’orizzonte ….…

E’ qui che guardando casa tua senti di aver incontrato la bellezza. Firenze, sì la mia città, adesso posso ammetterlo, così come posso anche confessare, a fine racconto, con meno imbarazzo, di aver nascosto, per pudore e commozione, la mia identità e i miei pensieri dietro lo pseudonimo Tom, che in realtà sono io……

Nonno ma quindi costassù ci s’ha sete o no?”.

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