Claretta

di Simone Borri

ClarettaPetacci180119-001FIRENZE – Su Claretta Petacci, destra e sinistra tornano a fronteggiarsi. Argomento – come ormai sembra essere il leit motiv di questa campagna elettorale – il nulla comisco, affrontato con un nulla culturale alle spalle, come bagaglio personale e collettivo. La battuta infelice di un comico che alle battute infelici non è nuovo scatena la reazione di una donna politica per molti versi meritevole di considerazione e stima, autrice di una denuncia (la foto del maiale che grufola tra la spazzatura romana) che provoca la suddetta battuta e che a sua volta si porta dietro tutta una serie di reazioni spropositate, da una parte e dall’altra. Minimo comune denominatore, il ricorso agli insulti ed alle offese e la totale assenza di prospettiva, ma forse è meglio dire di nozione storica.

Se è scusabile Giorgia Meloni, che reagisce alla battutaccia di Gene Gnocchi (il maiale è una maiala e si chiama Claretta Petacci) dando sfogo ad una indignazione tutto sommato garbata e comprensibile, che nasce dalle sue pulsioni giovanili di pasionaria dell’estrema destra, lo è molto meno chi cinge d’assedio da giorni il suo ed altri account di social network per dare sfogo all’inconsistente ed incontrollato turpiloquio di parte. Meno di tutti è scusabile una scuola italiana che vede certificato una volta di più il fallimento della sua mission, educare il popolo. Che altrimenti va su internet e scrive sanguinose sciocchezze.

Claretta Petacci aveva una sola colpa, si legge in questi giorni a firma di autorevoli giornalisti così come di impresentabili eroi da tastiera dei social network: amare l’uomo più amato e odiato del ventesimo secolo. Averla fucilata insieme a quell’uomo fu una decisione forse istintiva, di sicuro controversa. Lo sfogo di una rabbia antica per alcuni, motivo di vergogna futura per altri. Un esito inevitabile, per tutti.

Claretta Petacci aveva legato pubblicamente – lo sapevano tutti in Italia che era l’amante in carica del Duce – i suoi destini a quelli di un uomo che aveva giocato pesantemente con il destino proprio e quello della nazione di cui era diventato il governante. I partigiani che la giustiziarono non avevano una legge da applicare in quel momento, come succede in tutte le guerre civili e le rivoluzioni, ma soltanto da gestire una rabbia e una voglia di rivalsa che venivano da lontano. Da vent’anni di sopportazione di una dittatura, dei quali gli ultimi cinque cosparsi del sangue della gioventù italiana, inutilmente versato per stare a fianco ad una dittatura ancora più odiosa di quella nostrana.

I partigiani che giustiziarono Mussolini lo fecero per dare sfogo a tutto ciò, e per altre motivazioni forse più razionali su cui gli storici avranno da discutere e da confrontarsi ancora a lungo. Se la stessa sventagliata di mitra colpì oltre al Duce anche la sua amante, probabilmente si trattò di un episodio sfuggito di mano, sicuramente si trattò di un fatto per cui non provare orgoglio in seguito, così come per la successiva esposizione oscena a Piazzale Loreto. Ma al pari di Piazzale Loreto quello che successe davanti al cancello della villa a Giulino di Mezzegra ad opera dei partigiani del comandante Valerio e per ordine dei membri del CLNAI tra cui il futuro presidente Sandro Pertini poteva essere messo nel conto, ascritto ad un probabile ordine delle cose, all’esito di esistenze che avevano scelto in qualche modo di affrontare il turbine della storia offrendo il viso ai venti tempestosi. Esserne spazzati via alla fine era fatale.

PetacciMussolini180119-001Claretta Petacci non aveva colpe, se non quella di essere entrata in un gioco più grande di lei. Non meritava di essere paragonata ad un animale (come se gli animali invece meritassero quel destino), né a Piazzale Loreto dove fu appesa scannata né sui social network dove viene definita – sulla scia di Gene Gnocchi – la maiala compagna dell’assassino torturatore di partigiani. Non merita, per la verità e l’obbiettività storica, nemmeno di essere martirizzata, canonizzata. Né meritano quei partigiani che giustiziarono lei ed altri personaggi del regime di essere definiti assassini a loro volta. C’era una guerra civile le cui ragioni, ideali e materiali, risalivano a molto lontano, al 1919 addirittura. Claretta si trovò sulla traiettoria degli ultimi colpi sparati in quel dramma, e inconsapevolmente aveva fatto di tutto per esserci, volendo restare accanto al suo Ben fino all’ultimo.

Viviamo tempi molto più fortunati (forse) e sicuramente per ora più tranquilli. Abbiamo tutto il tempo di prendere un libro di storia in mano prima di parlare. I nostri account Facebook e Twitter possono attendere, e casomai ringraziarci per non averne tratto altro che beneficio.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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