Caporetto viola

di Simone Borri

fiorentina180129-001FIRENZE – Se non andiamo errati, fu un Fiorentina-Verona del 28 novembre 1982 a terminare con la prima clamorosa contestazione casalinga della tifoseria viola nei confronti dei proprietari di allora, la famiglia Pontello. L’Hellas era andata in vantaggio presto e la squadra allenata da Picchio De Sisti riuscì ad agguantare il pareggio soltanto nei minuti finali, dopo una partita fatta soprattutto di sofferenza.

Lo stadio si chiamava ancora Comunale, Artemio Franchi era ancora in vita, anche se il suo destino l’attendeva di lì a poco. Eravamo abituati male, malissimo. La Fiorentina era quella che l’anno prima era arrivata ad un soffio dallo scudetto. Rinforzata da Daniel Alberto Passarella, gli aficionados le chiedevano una cosa soltanto: vendicare Cagliari e Catanzaro, mettere sotto finalmente l’odiata Juventus, ricucirsi sulle maglie quel benedetto triangolino tricolore come tredici anni prima. Il Verona d’altra parte era quello di Osvaldo Bagnoli, che si stava attrezzando per la grande impresa che avrebbe compiuto di lì a due anni: vincere quello scudetto che per i viola sarebbe rimasto un sogno. Di Gennaro, Fanna, Penzo, Spinosi, Sacchetti, Galderisi erano considerati scarti di squadre più forti, con quegli scarti l’Hellas scrisse la storia, cominciando proprio da Firenze dove gli ex Di Gennaro e Sacchetti riuscirono a togliersi la prima di una serie di soddisfazioni.

Il pubblico non gradì, soprattutto per le implicazioni. Il sogno d’improvviso sembrava più difficile del previsto ad avverarsi, e se lo agguantavano altri: la sempiterna Juventus, la Roma di Liedholm che quell’anno avrebbe trionfato, e quel Verona assemblato con colpi di magia veri, non come quelli millantati adesso da certi diesse ridotti a ragionare a base di humus e di altre parole provenienti da idiomi semisconosciuti.

Chiudiamo il revival ricordando come i Pontello caddero letteralmente dalle nuvole, e fu quella domenica che dentro di loro si insinuò forse il tarlo a proposito della gratitudine dei fiorentini, che non è mai stata la loro principale dote (almeno a sentire alcuni dei successivi proprietari).

E’ a questo precedente, più che alla notte della vergogna del marzo 2012 – il famigerato 0-5 casalingo contro la Juventus di Antonio Conte – che va il nostro pensiero mentre ascoltiamo le parole di Pantaleo Corvino dopo il match che il Verona ha stravinto, e mentre fuori dello stadio risuonano le urla di una nuova – e finalmente imponente – contestazione. Un migliaio di persone radunatesi all’uscita del Franchi, ecco risolto il mistero: dov’è finita la Curva Fiesole, che all’improvviso a metà ripresa – a disastro acquisito – ha abbandonato gli spalti di competenza lasciando lo stadio surrealmente semivuoto?

Nel mentre, il diesse venuto da lontano, e da lontano ritornato, sproloquia in sala stampa di «clima non idoneo per lavorare». Verrebbe alla mente la battuta più ovvia: caro Pantaleo, lavorare è una parola grossa, e non ti si addice, lasciala pronunciare a chi fa i sacrifici per racimolare i soldi necessari per venire la domenica a gustarsi gli spettacoli che tu gli stai allestendo. A questo giro, poi, hai fatto zero, veramente. Il primo mercato della storia in cui non si compra e non si vende, nemmeno uno Zagano, un Bruzzone, un qualche ragazzo dell’Africa Nera da aggregare alla Primavera o a dio solo sa chi. Magari anche soltanto al bilancio.

Ma vogliamo essere politicamente corretti, e costringerci ad una analisi seria, per quanto riferita ad una partita – e ad una situazione complessiva – che di serio non ha nulla. E’ stata una settimana trascorsa tra voli pindarici di addetti ai lavori che tirano fuori scoop vecchi di due anni (ma se i Della Valle hanno rifiutato offerte importanti, perché il bravo giornalista non l’ha detto subito, invece di tenerselo per sé e tirarlo fuori solo due anni dopo?) oppure, come disc jockey di altri tempi, si dilettano in frivolezze e comparsate in cui si parla di tutto meno che delle cose serie.

Alla fine arriva questo benedetto Verona, con il quale la Firenze sportiva è gemellata, e dal quale – in riva all’Arno ed all’Adige – abbiamo sempre avuto grandi soddisfazioni (epoca di Bagnoli a parte). Compresa l’andata, allorché uno 0-5 maramaldesco ci aveva illusi di avere anche quest’anno una squadra, diciamo, normale. L’Hellas annaspava e annaspa nei bassifondi della classifica e non dispera ancora di agganciare il quartultimo posto che le garantirebbe il prosieguo della sua gloriosa storia in serie A. Errore gravissimo pensare di farne un sol boccone, magari ripetendo la goleada di settembre.

Sono una banda di raccattati, pensa il pubblico fiorentino (a proposito dei suoi portacolori, sia chiaro). Ma sono i nostri raccattati. Risultato, molti tornano allo stadio, e mettendosi opportunamente larghi come le parole sul rigo dei nostri temi quando andavamo a scuola, ottengono quasi di far sembrare il Franchi pieno.

Mal gliene incoglie. Pioli mette in campo quello che ha, i raccattati titolari. Ma in campo ci vanno solo le magliette. Gambe, polmoni, cuori e soprattutto teste restano negli spogliatoi.

Al 10’ il Verona è già in vantaggio con l’ex Romulo che crossa – con il difensore più vicino a trenta metri – e Vukovic che salta in mezzo all’area più libero di un esponente del partito di Grasso e Boldrini.

Al 20’ il Verona raddoppia, e se il primo gol è stato imbarazzante, il secondo è ridicolo. Un altro ex, Ryder Matos (ma quanti corsi e ricorsi…..) arriva a mettere la palla in area dopo un contropiede travolgente dell’incontenibile Romulo. Su quella palla si avventa solo Kean, e nessuno dei viola. Il tocco al volo sarebbe anche pregevole, se non venisse voglia di ammazzare (metaforicamente parlando) i nostri difensori ad uno ad uno, e dopo atroci sofferenze.

Ad inizio ripresa, dopo che Thereau e Benassi – disastrosi – vengono rilevati da Gil Dias e Saponara – che si limiteranno ad essere inutili –, Federico Chiesa colpisce un palo che, per dirla con Francesco I, salverebbe almeno l’onore quando tutto è perduto. Macché, sul contropiede micidiale degli scatenati gialloblu è ancora Kean ad uccellare Sportiello. La Fiesole può cominciare a sgolarsi di insulti, mentre ripiega i suoi striscioni.

Una sforbiciata di Gil Dias fa ritornarcene in mente un’altra di Luigi Sacchetti, uno degli ex di quel 1982 che due anni prima, in viola, aveva steso la Juventus in una memorabile partita nel giorno dell’Epifania. L’onore è salvo? Sì, per tre minuti circa. Quanti ne passano prima che Ferrari si inserisca nell’ennesima voragine viola da destra, e ridicolizzi prima Laurini e poi l’altrimenti incolpevole Sportiello.

Finisce con l’uomo del monte che parla di humus e di cambiamenti climatici, mentre sotto le sue finestre la Fiesole ed altri esasperati tifosi viola finiscono quel poco che resta delle loro tonsille e della propria fantasia in vernacolo. Ma soprattutto finisce con una città che a questo punto si chiede: che senso ha continuare così?

Una città che aveva contestato i Pontello dopo un quasi scudetto, adesso una proprietà assenteista si permette di sbeffeggiare la stessa città, che le aveva concesso un credito mai elargito a nessun altro, lasciando qui a concionare personaggi in cerca d’autore e meno convincenti di una delle ultime Giunte Comunali.

Più della cena di Nardella per l’ultimazione della Tramvia, a questo punto crediamo che alla città starebbe a cuore quella per festeggiare la cessione della società viola. Chi sa qualcosa lo dica. Magari non fra due anni.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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