Un anno fa, il ciaone

di Simone Borri

RenziMatteo161205-001FIRENZE – Un anno fa, a quest’ora, tiravamo tutti un sospiro di sollievo. La nostra Costituzione era salva, grazie ad un 60% di NO alla riforma Renzi/Boschi e a tutto ciò che di opportunistico, avventuristico e sprovveduto si agitava dietro e attorno ad essa.

Senza aggiungere altro per non sconfinare nella retorica, che allora come ora da tutte le parti in causa dimostrò la sua inadeguatezza lasciando infine provvidenzialmente il campo al sentimento dei cittadini – giovani e vecchi – che in silenzio e con semplicità andarono a fare il proprio dovere, crediamo di far cosa gradita ripubblicando quello che scrivemmo a botta calda.

A futura memoria, perché come dicevano i padri di questa benedetta repubblica, la libertà non è acquisita per sempre.

5 dicembre 2016

«Non credevo che la gente mi odiasse così». Non è neanche la mezzanotte, i seggi sono chiusi da poco, quando arriva il primo exit poll referendario. 66% di affluenza alle urne, non succedeva più dai tempi di un altro referendum, quello storico sul divorzio, che consegnò il popolo italiano all’età moderna, iscrivendolo nel novero delle nazioni civili. Prima ancora, forse, bisognava andare al referendum Monarchia – Repubblica, ed alle votazioni – ma guarda un po’ – per la Costituente del 1946.

E’ una giornata altrettanto storica. Quando si tratta della sua Carta e dei suoi diritti fondamentali, il popolo italiano si ricorda finalmente chi era, e risponde all’altezza della situazione. Quarant’anni dopo, si ripresenta alle urne in massa e fa sentire forte e chiara la sua voce a colui che come il Fanfani del 1974 aveva personalizzato quella che doveva essere soltanto una battaglia tra opposte visioni giuridiche. Ne ha fatto invece una di civiltà. Finendo per perdere se stesso e quella battaglia.

A mezzanotte e mezzo, lo sconcertato premier Matteo Renzi è già dimissionario. Il suo ministro per le riforme Maria Elena Boschi piange in disparte, anche lei sconvolta dal risultato che la travolge in prima persona. Il D.D.L. che porta il suo nome insieme a quello di Denis Verdini va in archivio per sempre. La costituzione democratica del 1947 è salva. Chi vorrà cambiarla dovrà ripartire da zero, e fare le cose stavolta coinvolgendo un popolo e non sdegnandolo.

Con una forbice clamorosa, 60 a 40, gli elettori italiani respingono la riforma di Renzi e le pressioni dell’unica vera Casta esistente nel paese, quella di un partito andato al potere per investitura regia (grazie ad uno stravolgimento de facto proprio della Costituzione) e non per mandato popolare, e che si era fatto nel frattempo portatore degli interessi più retrivi e francamente odiosi tra quanti ne circolano in Europa e nel mondo attualmente. Quelli delle Banche, delle Agenzie di Rating, delle consorterie d’affari diurne e notturne che vedono di buon occhio lo scardinamento di una Costituzione sorta dall’antifascismo, che concedeva e concede troppi diritti al popolo ed alle classi lavoratrici. Il filo nero che va dalla Loggia di Propaganda 2 a J.P.Morgan, dal Trattato di Maastricht alla trojika Obama – Merkel – Junker è spezzato. Dopo la Brexit e la vittoria dell’outsider Trump in America, con questo NO a completamento riannodarlo non sarà semplice.

L’Europa dei ricatti assiste impotente allo spettacolo di un popolo che si riprende i suoi diritti, mandando a casa tra l’altro alla prima occasione utile un premier tra i più impopolari dell’intera storia nazionale. Matteo Renzi ha ragione, l’odio suscitato nella popolazione che credeva di rappresentare malgrado non ne avesse avuto il mandato ed in nome della quale credeva di agire come l’ennesimo Unto del Signore, era imprevedibile ed incalcolabile almeno fino a queste dimensioni.

Sono passate da poco le 24 quando inizia il discorso con cui annuncia le dimissioni, tentando di recuperare in extremis un fair play che non ha mai avuto durante i suoi mille giorni di governo. Mille è un numero fatidico, il Kennedy di Rignano se ne va abbattuto da schede elettorali più letali delle fucilate di Dallas. In quantità tale da destituire di fondamento qualunque polemica o timore di brogli che si era diffusa nell’immediata vigilia del voto.

E’ la notte che introduce il giorno di San Nicola, nel nord-est che tanta parte ha avuto, insieme al sud, nella sconfitta di Renzi e del Fronte del SI è in pratica il giorno di Babbo Natale. E il regalo che gli elettori trovano sotto l’albero è quello in cui forse non speravano più ma che si sono ampiamente meritati.

E adesso? Il fronte del NO – l’accozzaglia, come l’aveva definita improvvidamente lo stesso premier dimissionario – ha creato un fronte di opposizione così ampio che per trovare uno schieramento di forze politiche equivalente bisogna anche in questo caso risalire indietro nel tempo fino alla Resistenza ed alla Costituente. E’ un capitale da non disperdere, in un momento che è e resta difficile. Sarebbe auspicabile che da esso partisse una vera riforma del sistema politico nella sostanza, prima ancora che nella Carta fondamentale. E’ da credere intanto come assai probabile che nel partito democratico abbia luogo quella resa dei conti da troppo tempo rimandata. Chissà se all’ex premier basterà il sostegno della sua Firenze (riconfermato con il 56% dei voti) per salvare almeno la leadership del partito.

Nel frattempo, a norma della Costituzione non riformata, la palla passa al Presidente della Repubblica, con l’auspicio che vorrà farsi interprete, senza spazio alcuno a fraintendimenti, della volontà popolare espressa a chiare note da uno dei pronunciamenti e degli esiti più netti e clamorosi della storia elettorale non solo italiana ma europea.

(simone borri)

 

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Lavora nella pubblica amministrazione. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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