Il ragazzo che studiava guardando le stelle

di Simone Borri

SandroMencucci171201-001FIRENZE – «Grazie Firenze, grazie Fiorentina». Si può essere essenziali anche nell’esprimere le proprie emozioni. Grandi emozioni. Il giorno dopo essere entrato nella Hall of Fame della Fiorentina Sandro Mencucci commenta così. E chi lo conosce bene, capisce che secondo il suo stile ha detto tutto, e anche qualcosa di più.

La Fiorentina è stata la prima società sportiva del nostro calcio ad avere una propria Hall of Fame, in collaborazione con la fondazione Museo Associazione Calcio Fiorentina. In questo corridoio vasariano di volti che hanno fatto la storia della squadra viola sono stati appesi i ritratti di giocatori, presidenti, allenatori, giornalisti, esponenti del tifo organizzato. Era un bel po’ di tempo che mancava un’aggiunta nella sezione dirigenti. Lo scudetto della Fiorentina Women’s nello scorso campionato ha imposto a furor di popolo il nome di Sandro, che da ieri sera segue quelli leggendari di Befani, Baglini e Ugolini. Tre capitani d’industria che hanno conquistato il cuore di Firenze, essendone vanto e gloria, come recita l’inno di Narciso Parigi che in queste stesse ore raggiunge l’invidiabile traguardo di novant’anni di vita e di tifo viola.

Da ieri sera, dicevo, c’è anche Sandro. Robotti, Rosetta, Ferrante, Chiesa Enrico ed il cucciolo Dunga eccitano la nostra fantasia di ex ragazzi invecchiati assiepati in quella curva dove li abbiamo visti passare tutti, e se non li abbiamo visti noi li hanno visti i nostri babbi. Ma Sandro è un altro discorso. Sandro, almeno a chi scrive, apre la porta ai ricordi più personali, e rievoca una vecchia profezia.

Eravamo ragazzini quando ci si conobbe sui banchi di scuola. L’altro giorno volava in Vietnam per conto del gruppo, e prima di partire mi ha messaggiato: «ma la ricerca sul Vietnam alle Medie chi la fece?».

Già, chi la fece? Il Guerra? Il Pilo? Giangi? Il Pisa? Fede? Il Jackets? Giannino o Corso, che non ci sono più? Cose che può capire solo chi è nato insieme, ed è invecchiato abbastanza per sorprendersi un giorno a veder succedere quello che già si immaginava che sarebbe successo.

Firenze, 6 maggio 2017

Firenze, 6 maggio 2017

Eravamo ragazzi quando un giorno, stanchi di veder infamare il nome della nostra città e di ciò che aveva più caro, demmo fuoco nel cortile della scuola ad una copia di un noto giornale del nord. Fine anni settanta, gli anni in cui Firenze si aggrappava all’unica luce che aveva, Giancarlo Antognoni e quella maglia che addosso a lui sembrava ancora più viola. Non potendo portarcelo via, i nordisti lo sminuivano. Non fosse stato per Bearzot, ai mondiali di Argentina e di Spagna ci sarebbero andati Beccalossi, Zaccarelli. Con tutto il rispetto, non era la stessa roba. Quel giorno, mentre il giornale bruciava, forse il mio amico Sandro lo guardava immaginando altri titoli di qualche tempo a venire.

Quella maturità del 1980 passò tra tante angosce, come passa per tutti i ragazzi da che mondo è mondo. La prof. che ci portò ad affrontare quella prova più o meno preparati ci fece una profezia, a me e a lui: «A te piace scrivere la storia, a Sandro piace farla».

Cose che gli adulti ti dicono, e che tu archivi nel retrobottega della tua mente, del tuo cuore, della tua coscienza. Eravamo troppo impegnati a conquistare il mondo, il nostro piccolo grande mondo, per far caso a questi vaticini. Conoscevamo e padroneggiavamo ogni angolo di Firenze, anche e soprattutto quelli che non ci sono più, e che stringe il cuore a ricordare. La città di allora non si riconosce in quella di adesso, noi non ci possiamo riconoscere di certo in chi è venuto dopo. Ma per una breve stagione, durante una specie di movida nostrana, fummo i padroni di un destino che le nuove generazioni non hanno voluto seguire. Peggio per loro.

Foto di gruppo con scudetto

Foto di gruppo con scudetto

Poi, ci si perde di vista. E forse è bene così, se serve a ritrovarsi dopo tanto tempo come ci siamo ritrovati noi. Quando è il momento di tirare le somme, ed incassare i premi che la vita ti tributa. E così, scopro che quello che era il mio migliore amico ai tempi di scuola adesso è l’amministratore delegato della Fiorentina. Uno dei più affermati e apprezzati manager sportivi d’Italia, e anche d’Europa. Unico fiorentino in una signoria straniera, come ai tempi delle signorie che fecero grande questa città, già prima dei Medici.

Lo vedo salire su questo palco, a fianco a giocatori che hanno fatto venir giù questo nostro vecchio, glorioso stadio con le loro prodezze. Ma alla fine, a parte i vecchi campioni degli anni 50 e 60, di tutti quanti lui è l’unico che sale lì sopra perché ha vinto qualcosa. Ha portato un gruppo di ragazze alla seconda stagione nel calcio che conta a concludere una marcia trionfale, scudetto e coppa Italia, doblete. E sedicesimo posto in Europa, a voler essere modesti, nella stagione successiva. Che…… se non ci dà quel gol contro in fuorigioco con il Wolfsburg, mannaggia, non lo so se…..

Ha ricucito lo scudetto sulla maglia viola 48 anni dopo l’ultima volta, ha dimostrato che il calcio è anche donna. Ha fatto una quantità di cose che non sa nemmeno lui bene quante. A Firenze si può vincere, eccome. Basta volerlo, il resto son discorsi.

Su quel palco dove stanno scrivendo il suo nome in un albo d’oro di quelli che rimangono, non smentisce la sua lealtà e la sua professionalità. «Dovevano esserci i Della Valle qui stasera». Vero, verissimo. Un amministratore delegato non va molto lontano se non ha risorse credibili da amministrare. Ma è altrettanto vero che quelle risorse non vanno lontano se non trovano l’amministratore giusto per spenderle.

Alla consegna del Fiorino d'Oro

Alla consegna del Fiorino d’Oro

Io so che Sandro era quello giusto. Lo sapevo quarant’anni fa, mentre bruciavamo quel giornale. Mentre una prof. che ci voleva bene e che ci leggeva dentro come pochi tracciava il nostro destino come quei greci e quei latini che ci aveva insegnato a leggere ed apprezzare. Lo sapevo pochi anni fa, mentre ad un raduno di classe davamo sfogo alla nostra contentezza di esserci ancora e di essersi ritrovati, e lui nel frattempo trattava l’acquisto di Vargas con nonchalance, come se fosse la cosa più semplice del mondo.

Lo sapevo quando lessi che era passato a fare il presidente delle Women’s. Chiunque altro si sarebbe visto declassato, in un momento in cui la carne al fuoco era nel campionato maschile. Lui, tenendo fede al suo buon carattere, ci vide soltanto il buono. Si gettò nella sfida, radunò un gruppo di ragazze in gamba, un paio di allenatori altrettanto in gamba, e partì. Marcia trionfale, si chiamava uno di quei film che andavamo a vedere all’Universale, allo Stensen, nei luoghi santi e divertenti di quando eravamo ragazzi.

A Sandro piace fare la storia. Cara prof., quanto vorrei che tu fossi qui adesso….. Lo abbraccio io per te, non ti preoccupare.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Lavora nella pubblica amministrazione. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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