Errante-mente

di Jacopo Nuti

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Fa freddo. C’é qualcosa di strano. Senti troppo freddo. Forse hai sudato. Scosti le coperte e il respiro si ferma per un attimo. Dai Liliana, fatti forza, anche oggi hanno bisogno di te.

«Ce la devo fare», mormori dentro di te sospirando. Spesso ti accade di svegliarti già stanca, come se a riposarsi fosse stato solo il corpo e invece la mente fosse rimasta lì, vigile e seduta accanto a te tutta la notte. Quasi come una veglia, per poi richiamarti nel mondo all’alba. Stamani però é diverso e non trovi quel coraggio di affrontare la tua mente lucida e razionale.

Sei in anticipo, come sempre, sulla tabella di marcia e per questo pensi che altri dieci minuti possano bastarti per carburare. Riaccendi la radio, luce leggerissima come ami te, il tepore della coperta, il suono del vento, il ritmo dell’acqua, qualche lontano acuto di traffico; situazione ideale per abbandonarsi nell’anima con la mente. Già, proprio quella mente severa e matrigna che s’indigna e ti scruta quando si sente trascurata ma che sa anche stendersi accanto a te e concederti questi momenti di intimità intellettuale.

La gatta ti guarda con quel ghigno aristocratico e orgoglioso, beatamente cullata in una dimensione temporale tutta sua che sembra farle godere il presente senza quegli eccessivi rimorsi degli umani. Occhi assopiti, respiro profondo, vagano come coriandoli i pensieri.

Ruoti leggermente la testa e l’occhio ti casca sul cappello che tuo babbo ti lasciò prima di morire prematuramente. Ben custodito, dentro una piccola teca, chiuso in modo da trattenere il più possibile quell’odore che ogni tanto ami respirare, ad occhi chiusi, tornando con la mente indietro nel tempo. Come adesso. Frangenti di bambina. Ricordi di fragranze che stimolano la mente a errare nel museo dell’anima dove ogni quadro raffigura le scene più preziose e toccanti del nostro passato.

Già, babbo.

Liliana: fiorentina doc, cresciuta all’ombra del Cupolone nel quartiere di Santo Spirito da dove non ti sei mai voluta allontanare. Responsabile della coordinazione dei pullman alla stazione centrale di Santa Maria Novella. Ti é sempre piaciuto organizzare, gestire, prendere in mano situazioni e il primo toro da tenere per le corna é stata proprio la tua vita. Orfana di babbo piuttosto presto, ortolana per necessità fin dalla giovane età, poi l’opportunità nell’autostazione Cap, qualche travagliata storia d’amore alle spalle, un ex matrimonio non felice, un figlio grande all’estero, una mamma schietta e premurosa. Ascoltatrice appassionata di musica, assidua lettrice, stimatrice della buona cucina e soprattutto una mente strana, parecchio strana. L’hai sempre considerata una sorta di seconda madre/sorella, un limite e una qualità allo stesso tempo. Ti ha dato tanta forza e audacia la tua mente così duttile, ma molto spesso ti ha anche tormentata. Odio/amore, prendere o lasciare, litigate fra di voi nel Parlamento dell’anima di Liliana.

Come una ripetizione dell’eterna e classica lotta freudiana e titanica fra l’Io e il Super-io, fra i frangenti più emozionali, passionali e fanciulleschi e quelli frutto di una severa, greve, imponente e ingessante razionalità. Tu, donna vissuta, un po’ stanca ma sempre attiva, scaltra e di grande prospettiva intellettuale. Ferma di convinzioni e tradizioni, ma sempre pronta a una dialettica, intesa nella maniera più maieutica possibile, ovvero come un’opportunità non di scontro ma di arricchimento.

Ami la socialità ma niente può rilassarti e sollevarti dalle stanchezze come i tuoi quattro passi metafisici che non scegli ma li decide la mente rapendoti da ogni circostanza per portarti in un angolo a riflettere e pensare come fosse un cagnolino che tira il suo padrone fuori per il giretto quotidiano. Il lieve malessere di questa mattina sembra proprio uno di quei momenti e vedo che ti lasci andare, quasi indifesa, sorpresa ma non troppo, arresa ma curiosa.

Non é mai stato facile per te accettare ed abituarsi a questa mala mens, ma con gli anni é diventata un’entità quasi imprescindibile e ormai hai imparato a farti trascinare; la consideri un’avventura nel folle. Perché in fondo, Liliana, lo sai che dietro la tua forza e razionalità c’é un certo non so che di folle sparso sulla tua forma mentis come zucchero a velo su un dolce.

E’ cosi anche questa mattina, lo senti e ti lasci andare con gli occhi chiusi. Sì, avventura, dal latino ad-venit, andare incontro a una meta, preposizione greca che indica un cambiamento, un andare oltre, in questo caso un oltre il comune pensare, verso un microcosmo ontico, dell’essere in sé e per sé valido solo e soltanto in quella circostanza, per quella avventura. L’avventura é l’affrontare l’insolito, il mondo della s-ragione; sono in cerca di avventure, ho avuto un’avventura. Una weltanschauung (prospettiva) diversa delle circostanze del mondo, un lasciarsi andare a un quid senza se, senza il se-cosciente e senza ma. Un chiudere gli occhi della razionalità per tuffarsi nell’abisso del non lo so, del saputo messo in discussione, senza progettualità a priori.

L’avventura ci prende, ci conduce con le sue regole e finisce. Se non finisse e se volessimo cambiare tali regole, non ci sarebbe più avventura. Qui decide lei, noi siamo l’io spettatore e basta, non possiamo decidere come facciamo con l’azione volontaria. Accettiamo questa estasi, questo annebbiamento sensistico e ci lasciamo trasportare in questa avventura nel regno del pensare.

Ed é con questi presupposti che ti stai lasciando trasportare dalla mente in quest’oasi metafisica quando a un certo punto la gatta che scende dalla seggiola ti fa girare lo sguardo e ti accorgi di una cosa insolita; al posto dell’armadio c’é il cassettone, che a sua volta é al posto della poltrona, finita stranamente in fondo al letto. Spaventata e disorientata ti alzi e ti avvii verso la cucina, ma non puoi entrarci a prendere il caffè perché é totalmente riempita con i mobili dell’ingresso. Piena zeppa. Sempre più incuriosita e un po’ preoccupata ti dirigi verso il salotto per accenderti una sigaretta e noti che qui c’è uno spazio enorme perché molti dei mobili sono in cucina. Decidi di fumare in terrazza, per prendere un po’ d’aria e magari schiarirti le idee.

Mentre sei lì sul tuo ampio balcone ha smesso di piovere e quell’odore misto di umido e pietra bagnata tipico di Firenze ti invade le narici. Non ti capaciti di cosa stia succedendo in casa e ti senti come vivessi in uno di quei momenti di irrealtà tipico degli attacchi d’ansia.

Due respironi, chiudi gli occhi, ti avvicini alla ringhiera, ti affacci e vedi un uomo spoglio camminare sulle mani. Quasi imbarazzata per lui con un impeto spontaneo e agitato gli gridi in fiorentino: «Oh bischero, icché tu fai!?!?».

Seguono attimi di silenzio, ma il tizio non fa altro che guardarti senza proferire niente. Decidi di farlo salire in casa con un cenno inequivocabile della mano, preoccupata che sia una persona in preda a perdita di memoria o che comunque abbia bisogno d’aiuto.

Oh Liliana ma icché tu fai!? Si fa salire così senza remore in casa uno sconosciuto ignudo!?!? Quando finirai di mettere il naso in ogni situazione!?

Lo fai entrare in casa non prima di esserti assicurata che nessuno del condominio si sia affacciato, sbatti la porta, ti giri verso di lui: «Icchè tu fai a giro conciato così!?!?!?»

…niente, lui non riesce a capire nè a dire nulla. Gli dai una camicia da notte per coprirsi, lui la guarda, la tocca, la stende, quasi ci si inginocchia e osservandola inizia a pronunciare: «bilbo, algart, marfut».

Ok, Liliana, siamo davanti all’insolito. Inutile continuare nella via della comunicazione verbale. Il tuo vocabolario non ha più potere, siamo davanti a una destabilizzazione lessicale, proprio come in casa c’è appena stata una destabilizzazione spaziale dei mobili. Nessuna lingua può metterti in contatto con lui perché non esiste alcuna grammatica internazionale che possa sbloccare questa situazione selvaggia.

Non esiste un vocabolario che traduca il suo idioma. Qui non si é solo davanti a chi non parla la propria lingua, ma a chi ha dei parametri concettuali del mondo totalmente estranei. Ti appigli al materiale e provi a dargli dei biscotti che hai nella credenza di salotto e quel soggetto, che chiameremo Signor Tizio, li prende con i piedi e se li mette sugli occhi. Resti basita. Dopo un po’ Tizio emette un suono dalla bocca «loloblago».

«Che vorrà dire?….»

Tizio si alza, e con i piedi prende ancora biscotti. Allora loloblago vorrà dire biscotti? Oppure vorrà dire mi passi i biscotti?, oppure è commestibile? Magari è un’affermazione per dire io ne prendo ancora. E’ davanti a questa diversa galassia di circostanziati riferimenti che senti crollarti il mondo addosso: sei davanti a un essere così diverso che tutte le tue certezze, i tuoi riferimenti, le tue parole, le tue idee di politica, estetica, arte e quant’altro vengono messi in discussione. Sempre più disorientata ma allo stesso tempo incuriosita gli mostri delle immagini sacre. Tizio le osserva, poi le ripone sul tavolo, come se in lui non si fosse minimamente mosso niente.

Attimi di denso silenzio. Poi Tizio si avvicina a quel quadro di Giotto appeso alla parete: non sa chi é Giotto, non sa chi e cosa viene rappresentato, é a digiuno di nozioni ma resta quasi stordito. Allora la bellezza é un qualcosa di trascendentale che esula da tutti i riferimenti materiali? L’immagine sacra così netta, non opera d’arte, ma solo raffigurazione, non ha fatto effetto in lui perché non corrisposta in una categoria emozionale nella sua mente attraverso la percezione?

Ecco che Tizio va verso la finestra, guarda il sole ed esclama «Libamai», per poi sparire calandosi giù dalla terrazza. Ti scopri straniera a te stessa, con la mente nuda, perché un conto é rapportarsi con altri diversi da te ma pur sempre con un minimo comun denominatore, un conto é questa sorta di nichilismo che hai di fronte.

Un suono acuto e ossessionante ti pervade il cervello: provi un senso di svenimento e di colpo ti ritrovi con gli occhi spalancati nel letto. La veglia: ecco chi ti sta massacrando il cervello, ecco spiegato tutto. La tua mente ha colpito ancora trascinandoti in uno dei suoi soliti viaggi, attraverso questo sogno metafisico. Ti senti così scossa e turbata tanto da soprassedere al malessere e alla stanchezza mattutini che ti hanno fatta riappisolare.

Ti alzi di corsa e in poco tempo ti ritrovi già vestita per andare a lavoro. Cara Liliana, mentre sei sul tuo autobus soffocata dai turisti non ti viene in mente quel disordine della casa sognato poco fa!?

In salotto lo spazio c’era eccome ed era stato messo a disposizione di Tizio. «E cosa c’entra Tizio?», mi dirai. Tizio è il  selvaggio che in ogni momento possiamo trovare davanti a noi o in noi. Lo spazio è il vuoto, é ciò che permette che ci sia il pieno. Vivere in cucina, là dove tutto era pieno, riempito improvvisamente e magari casualmente da cose, vuol dire dare per assodata l’immobilità, tanto da paralizzare la nostra mente, mentre avere la consapevolezza dello spazio, di un vuoto, vuol dire vivere in salotto, cioé in un ambiente a noi noto e familiare, a noi piacente, ma ancora aperto, ovvero vivere nell’ordine della nostra identità, ma con la possibilità di darsi e concedersi a una diversità, a ciò che c’é ma non si vede, si ode ma non si tocca, un vento mentale che soffia, che fa sì che ci possiamo confrontare senza mortificare il nostro conosciuto e assodato: accettare il super-extra, la follia. La follia come quel vuoto che permette a quella sedia di stare lì, che sta lì perché c’era spazio, se non ci fosse più spazio non potrebbe più accadere altro, non potrebbero esserci altre sedie, fine delle avventure. Invece la mente che si abbandona al vuoto, al vento della follia, accetta non solo un cambiamento, ma un cambiamento se vogliamo folle, magari come quello della camera; quell’immagine della camera ordinata ma con la disposizione strana vuol dire possedere quella predisposizione mentale a osare oltre il già saputo. E per osare oltre il saputo ci vuole quel pizzico di follia che altro non é che il coraggio della mente di superare se stessa. Quell’ad-venire dell’avventura che fa sì che possiamo incontrare Tizio. E nell’avventura é immanente un senso di magia abissale, di assurdo, per cui tutto é possibile, niente ci spaventa, siamo aperti a tutto. La nostra natura ontica si sente tutta lì in una volta e solo quella volta, siamo cioé nella condizione del prendere o lasciare. Un dubitare e un mettere a contrasto il nostro essente di vissuto, di tradizioni e di convinzioni che fanno sì che possiamo come staccarlo da noi, vederlo dall’alto per capirne le forme e i confini, per essere a tu per tu con il proprio se stesso, per metterlo alla prova. L’avventura va vissuta e goduta lì per lì e quando ci porterà nel terreno della follia potremo mirare dai finestrini dell’oltre fisico le infinite possibilità del vento dello spazio, ci gusteremo la pazzia di Tizio; a destra c’è Liliana, a sinistra c’é Tizio: due modi di riempire uno spazio. Il come noi riempiamo questo spazio non è nient’altro che il nostro senso dell’essere nel mondo, la natura del nostro essente. Ogni volta che ci si approccia a una diversità, per poter capirla appieno, dovremmo essere una Liliana che incontra un Tizio: lasciarsi andare all’avventura del folle, all’ad-venire della follia, a lasciar spazio al vuoto: a prendere noi stessi, toglierci dal contesto mondo e collocarci in un mondo terzo con la forza, però, di non svilire e svuotare il nostro se stesso.

E’ con questo turbinio interiore che adesso ti vedo tornare a casa dopo un’intensa giornata di lavoro. Il consueto caffé, sulla via del ritorno.

«Oh Mario bonasera, i’solito in vetro!!»,

«Oh Liliana allora!? Icché si dice?!?! Tutto a posto?!?»

«,» rispondi concisa ma non convinta. Pochi istanti. «Ecco i’ tu’ caffè in vetro», incalza Mario.

Lo sorseggi con lo sguardo perso in quel bar ancora anni ‘80. I prezzi scritti con lettere in plastica attaccate su un listello di feltro verde, bancone in alluminio, le sedie di ferro e ghisa sfumate rosa, una tv datata all’angolo, il rumore delle palle del biliardo che si scontrano fra loro come fossero pensieri antagonisti di una mente operosa….. un misto di tabacco, caffeina e vaniglia delle paste che ti pervade, un’anziana signora che racconta al barista le sue disputazioni con il prete di quartiere riguardo alla famiglia, un bambino affamato che entra di corsa e dice «ho voglia di gelato, babbo», Mario che gli sorride e mentre si avvia al frigo, guardando Liliana, «Ti vedo strana».

«Aiuto,» dici fra te e te, «mi sento come circondata da tanti Tizio».

Eccoci, la mente sta tornando a errare. Quando ho chiesto un caffé in vetro, cosa avrà pensato Mario? Come intenderà la sua mente la parola caffé!? Quale colore, gusto, sensazione, ricordo gli assocerà? E il vetro? Per lui é un qualcosa di duro o di fragile, di trasparente o di quando é allo stato fuso; quale convinzione ha spinto il bambino a collegare la sensazione della fame alla voglia del gelato, qual é la vera dimensione, il concetto giusto e la categoria semantica che si applica alla parola famiglia dopo una disputa dialettica fra una signora vissuta generazioni addietro e un prete che in quanto prete mai ha vissuto in termini pratici una famiglia sua?

Stop. Aiuto. «Mario scappo, sono di fretta oggi…».

Senti il bisogno di uscire di lì e una volta fuori vieni inebriata dall’intenso profumo di glicine, tipico della Firenze pre-estiva che ti fa tornare malinconicamente bambina a quando andavi ai giardini di Piazza Tasso con il tuo caro babbo.

Arrivi a casa, ti stendi sul divano e riavvolgi il nastro; Tizio, i biscotti, le immagini sacre, il barista, il bambino, l’anziana, il quadro, i discorsi sulla famiglia, tutto sembra poter avere mille significati, sfumature infinite. E per te Liliana? Cosa significa per “famiglia”, cosa stimola nella tua anima un’immagine sacra, cos’é per te il vetro? Perché quella palla gialla per te é il Sole, per Tizio é Libamai? Avrà la stessa accezione semantico-concettuale di Sole?

Tranquilla Liliana, la follia dell’avventura nello spazio metafisico che ti porta al cogito non deve essere un annientamento di valori e referenze perché il nichilismo é l’annullamento dello spirito intellettuale: il pensare e l’osare metafisico sono uno specchio in cui la tua identità possa guardarsi e discutere sui propri confini e sulle proprie convinzioni per non essere mai passivi davanti al nostro divenire ontico, ma anzi esserne consapevolmente critici grazie alle nostre esperienze passate, ai nostri ricordi, alle circostanze ambientali e relazionali e alla nostra imprescindibile immanenza del mondo.

Adesso Liliana dorme davvero e sono io a portarvi i suoi saluti uscendo di scena. Chi sono? Sono la sua mente e vi ho narrato con piacere la cronaca di questa folle giornata. Adesso è davvero ora di riposare, stanca anche io di tanto errare, non prima di dedicarvi queste parole

Incenso che spirando porta la mente fuor di via

stendesi l’alma in un giaciglio temporale di melanconia,

spazio aperto, dialettica pronta alla follia

mores contra mores, terremoto di certezze

sembra vagar sconsolato il tuo io fuor dalle carrozze

ma dallo specchio ignoto delineansi proprie ricchezze

l’essenza dell’io Liliana va cercando in ad-ventura

oltre il selvaggio, l’andar verso il folle fa paura

l’immanenza mondana e il diverso, nostra essenza pura

circostanze che confinano il pensarmi razionalmente

vissuto che corrobora ciò che fa sì che sia il mio “ente”

l’essenza dell’ente come summa dell’errante-mente

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