Calendario dell’Avvento – Giorno 9

di Simone Borri

GiorgioNapolitano171209-001Nono giorno. Nella smorfia napoletana il nove ha un significato particolare. Quella cosa di cui per Galateo non si parla a tavola. Bel problema, e allora oggi a chi tocca?

Noblesse oblige. Giorgio Napolitano è nato a Napoli, e scusate l’allitterazione. Dicette Pulecenella: pe’ mmare nun c’è taverna, dicono dalle sue parti. E allora, Napolitano sia. La nazione, dal 2011 sicuramente, approva.

A Napoli è nata la prima delle leggende – se nere, e se veritiere, giudichi ognuno – che circondano la sua persona. La rassomiglianza con l’ultimo Re d’Italia Umberto II ha dato fiato alla voce secondo cui i suoi natali sarebbero più che nobili.

Non era certo leggenda la sua iscrizione al GUF, la gioventù fascista. Come molti italiani, al passaggio del fronte fu folgorato sulla via non di Damasco ma di Salerno da Palmiro Togliatti, che riportava in patria il nuovo verbo. Le camicie nere diventarono rosse di botto, Napolitano montò su quello che sembrava il cavallo vincente: quello di Baffone.

«Non possiamo non dirci liberali», avrebbe dichiarato un giorno con un curioso e sintomatico ricorso al plurale majestatis il Napolitano che ancora nel 1956 si professava più stalinista di Stalin, applaudendo ai carri armati sovietici in Ungheria. Negli anni Settanta, Henry Kissinger lo definì «il mio comunista preferito», e le perplessità cambiarono di segno. I suoi compagni lo guardavano con sospetto, ma gli affidavano i compiti più delicati, innominabili: trattare con la controparte. Il compromesso storico incombeva, serviva qualcuno sul versante del compromesso più che della storia. ‘E ffodere cumbattono e ‘e sciabbule stanno appese, dicono sempre dalle sue parti. Era la seconda leggenda, l’uomo degli americani, o che perlomeno con gli americani si intendeva a meraviglia.

Lenin chiamava questi personaggi – citiamo – utili idioti, e i suoi successori, al pari della controparte, li usavano abbondantemente. Seguirono anni per la verità inutili per il futuro presidente. Il suo momento venne quando si trattò di prolungare la presidenza della repubblica di centro-sinistra, dopo Scalfaro e Ciampi. Sul principio, per non creare traumi, il primo Napolitano – che con la fortuna che aiuta a volte ben altro che gli audaci vinse subito, un mondiale di calcio, all’esordio – fece l’arte de Francalasso; magna, bbeve, e se sta a spasso (citiamo sempre Napoli).

Poi, quando l’Europa chiamò e chiese: Facimm’ammuina, lui era pronto. La terza leggenda preconizzata dai romanzi di J.K.Rowlings, Tu-Sai-Chi, l’Oscuro Signore riprese sembianze umane: le sue. Stavolta fu la sua somiglianza con Lord Voldemort a fare impressione, quanto il suo fare aummarìa detronizzando l’ultimo governo uscito da libere elezioni e incaricando al suo posto un uomo uscito da Serpeverde: quel Mario Monti che fece della sobrietà un veleno letale per il paese.

Il resto è storia nota. Si gode la scorta che un dì gli fu assegnata e la carica di senatore a vita (lunga vita, e – per carità – gliela auguriamo ancora più lunga) che sfrutta a genio suo aprendo bocca, come in occasione del referendum Boschi/Renzi, per bacchettare invariabilmente quel popolo che non l’ha mai votato, non l’ha mai amato, e non osa più nemmeno pronunciare il suo nome, se non al sicuro tra le mura di Hogwarts.

Lo mettereste nel presepio? Ma sì, tanto più ammuina di come siamo ridotti…… attenzione casomai a quando compare il serpente Nagini e si magna le pecorelle, e nessuna meraviglia se San Giuseppe incrocerà la bacchetta con lui in un duello di magia. E mi raccomando…. controllate la fronte del Bambin Gesù. Che non compaia quel segno, quella cicatrice a forma di saetta….

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Lavora nella pubblica amministrazione. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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