Calendario dell’Avvento – Giorno 22

di Simone Borri

Bologna - 08/05/2011 - il ministro delle Riforme per il Federalismo e leader della Lega Nord Umberto Bossi sul palco di piazza Maggiore con il ministro dell'Economia e Finanze Giulio Tremonti a sostegno della campagna elettorale del leghista Manes Bernardini candidato a sindaco della città di Bologna alle prossime elezioni amministrative (Roberto Serra / Iguana Press)

Il personaggio di oggi è più che altro un Oscar alla carriera. A vederlo, a sentirlo parlare, viene in mente in maniera irresistibile lo sketch di Diane Keaton alle prese con il vecchio saggio in Amore e Guerra di Woody Allen: «Tutti dicono che lei è un vecchio coglione….».

Degli anziani, e soprattutto di chi ha avuto problemi di salute non si dovrebbe parlare che bene e con rispetto. Ma se pretendono di fare ancora danni allora è giusto che rientrino nell’ambito di applicazione quantomeno della satira.

Come per Berlusconi, anche per Umberto Bossi saranno i posteri a stabilire se le intuizioni ed il ruolo svolto in passato risulteranno storicamente più importanti della caparbietà con cui adesso non si rassegnano a cedere il passo a generazioni più giovani e a posizioni politiche meno dettate da interessi personali.

Umberto il senatur fu colui che a suo tempo trovò il grimaldello per far saltare il sistema. Che era quello della Prima Repubblica, apparentemente destinata a durare mille anni come un famoso Reich di qualche tempo prima. La Lega Nord dette la prima spallata all’Italia del pentapartito, il resto lo fecero quelli di Mani Pulite, con il popolo a guardare, ad applaudire e tirare monetine. A forza di gesti dell’ombrello e vaffa, antesignano di Grillo nelle prese di posizione come nel bon ton, l’Umberto guidò i leghisti della prim’ora a rompere gli schemi del Caf.

Insieme a Berlusconi, poi, impedì che la Seconda Repubblica diventasse una parodia di una democrazia popolare dell’est europeo, sbarrando la strada alla macchina da guerra di Occhetto che, come i fatti avrebbero poi dimostrato, aveva ben poco di gioioso e molto di dannoso.

Ce n’era di che ritirarsi trionfalmente a vita privata e pensare solo alla salute, che a partire dal 2004 si era fatta precaria, così come il quadro politico. Il senatur pretese invece di restare in sella malgrado dietro di lui scalpitassero i Giovani Leghisti come Maroni e Salvini. Mandò il Trota, pardon, il figlio a studiare in Albania e lo mise al Consiglio Regionale lumbard. Dove questi si dedicò alacremente assieme al padre, o a quello che ne rimaneva, a sputtanare il nome di famiglia a suon di scandali. E di buchi di bilancio che la Lega probabilmente dovrà pagare spalmandone le conseguenze nel tempo come la Lazio di Lotito.

Non contento, vorrebbe contestare la leadeship di Matteo Salvini e dettargli anche la linea politica (niente alleanze con i fascisti, dice quello che andò con il Movimento Sociale), malgrado la base leghista ringraziandolo gli abbia detto chiaramente (80 a 20 per Salvini) che è ora di trovarsi un bel cantiere stradale e dedicarsi a seguirlo quotidianamente. Magari assieme all’amico Silvio.

Lo mettereste nel presepio? E se poi ve lo ritrovate in piedi sulla mangiatoia a sbraitare come un ossesso che ce l’ha duro, a inveire contro Gerusalemme ladrona, a fare il gesto dell’ombrello a San Giuseppe intimandogli «non si accettano doni dai Re Magi»? E se si porta dietro il Trota, che poi si storna le pecore per le spese personali?

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Lavora nella pubblica amministrazione. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


Visualizza gli altri articoli di Simone Borri

Commenta l'articolo