Calendario dell’Avvento – Giorno 16

di Simone Borri

Un'immagine d'archivio del 3 agosto 2005 che mostra l'allora ministro delle Comunicazioni Paolo Gentiloni. MARTINA CRISTOFANI/ANSA

Uno dei più celebri aforismi di Winston Churchill si riferisce all’arrivo ad una riunione del suo avversario politico di allora, leader del partito laburista. Sembra fatta apposta per l’attuale presidente del consiglio italiano: è arrivata una limousine vuota e da essa è sceso Paolo Gentiloni.

Paolo Gentiloni dei conti Gentiloni Silveri nobili di Filottramo, Cingoli e Macerata è discendente di quell’Ottorino che divenne famoso per aver stretto con Giovanni Giolitti il celebre patto che porta il suo nome e che segnò all’inizio del ventesimo secolo il ritorno sulla scena politica dei cattolici italiani malgrado la scomunica papale seguita a Porta Pia, ma anche un salto all’indietro del nostro codice civile di allora per accogliere le richieste retrive del Vaticano.

Il nipotino Paolo, grazie a Dio, non passerà alla storia per niente di simile. Anzi, non passerà alla storia affatto. Se vogliamo trovargli un archetipo fantasy in accordo con il clima natalizio, egli è il Grande Nulla che avanza, come nella Storia Infinita di Michael Ende. Anzi, più che avanzare, soggiorna, giace, bivacca. «Lascio un’Italia più stabile», ha detto nei giorni scorsi riferendosi alla fine della legislatura e del suo governo ormai prossimi. Come no. La stabilità del cimitero, alla cui tenuta lui ha ottemperato con solerzia.

Lenin definiva le figure come lui utili idioti. Nel suo caso, è lecito dubitare dell’utilità. Il conte che scappò di casa per unirsi a Mario Capanna e battere bandiera di Democrazia Proletaria stringendo alleanza con il Gruppo Maoista della Regione Lazio nonché amicizie importanti con intellettuali del dissenso come Chicco Testa e quell’altra testa di Ermete Realacci, quando il destino ha chiamato si è sempre fatto trovare pronto. Per la riforma dell’assetto televisivo in senso antiberlusconiano (in realtà primo tentativo di alienazione della RAI), per la riforma di internet in senso antidemocratico (precursore delle varie Boldrini), per raccogliere il testimone del governo Renzi dopo la dèbacle referendaria. Tutte cose che non voleva fare nessuno. Serviva uno come lui, anche senza rifarsi all’analisi di Lenin.

Numerose le sue iniziative. Ha fatto incazzare la Russia sulla vicenda della Crimea, l’Egitto sulla questione Regeni, mentre in Libia – destreggiandosi tra le varie fazioni – si è limitato a non cavare un ragno da un buco. Lo ringraziano in particolar modo della sua opera fattiva i commercianti d’armi, le cui licenze sono triplicate da tre miliardi di euro a nove nel giro di un solo anno. E la Francia, a cui ha venduto trecentoquaranta chilometri quadrati di mare italiano, tra Sardegna, Liguria e Arcipelago toscano senza autorizzazione del Parlamento e senza avvertire i pescherecci di casa nostra, che come l’8 settembre si son visti porre sotto sequestro dalla solerte Gendarmerie d’Oltralpe, con tanto di pagamento di riscatto.

Mettereste nel vostro presepio un soggetto così? Tempo perso. Basta fargli balenare l’eventualità che nella prossima edizione gli venga affidato un ruolo importante, tipo quello di un Re Magio. Anche dal 7 gennaio, a lui va bene.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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