Svegliati Occidente

di Simone Borri

La pista ciclabile della morte

            La pista ciclabile della morte

NEW YORK –  Ventinovenne, di origini uzbeke, arrivato negli Stati Uniti nel 2010, autista di Uber. Un piccolo sogno americano da inseguire (e realizzare) come per migliaia, milioni di persone di ogni estrazione sociale ed etnica?

Macché. In questa gente l’inconscio coltiva soltanto incubi. Resi ancora più allucinati da un background culturale e, aggiungiamo, religioso che non ci si può più ostinare a considerare avente pari dignità con gli altri, in quel melting pot che ormai non si limita più alla sola nazione americana ma che ormai è caratteristico di tutto il mondo, e che imporrebbe più che mai una civile e consapevole convivenza.

Se un pomeriggio, alla vigilia della notte delle streghe dai vita alle tue streghe personali, prendi il tuo pick-up e lo lanci contro un gruppo di ciclisti e di pedoni inermi che passeggiano a New York lungo l’Hudson – in quel lungofiume e poi lungomare meravigliosi che hanno rappresentato la cornice poetica di tanti nostri film ma che dal 11 settembre 2001 sono diventati soprattutto lo spunto per un tuffo al cuore, lì, a pochi passi da Ground Zero, da quel posto dove ebbe luogo la madre di tutte le tragedie sedici anni fa, ad opera di gente come te, e definirvi gente a questo punto è una forzatura – se fai questo, riempiendo l’aria con l’ormai odioso bercio, come l’avrebbe definito giustamente Oriana Fallaci, «Allahu akbar!», allora mi dispiace ma sei una bestia, e come una bestia ti meriti di essere trattato.

Otto morti, non si sa quanti feriti, e come sempre in questi casi si tratta di cifre che non resteranno ferme. Gli ospedali di zona sono al lavoro, il solito lavoro disperato da quando i figli di Allah attaccano la popolazione inerme, all over the world. E c’è ancora chi, a cominciare dalle stesse autorità americane, si ostina a considerare questi soggetti semplicemente come malati, fuorviati, folli. Gente da capire, in qualche modo, da curare. Da averci insomma a che fare.

Ottanta anni fa qualcuno, animato dallo stesso spirito pacifista a senso unico, pretendeva di andare a ragionare con gli uomini che Hitler stava vestendo della divisa delle SS e imbottendo di metanfetamina. Ci vollero sei anni di catastrofe e di massacri come mai più prima o dopo, avanti di rendersi conto che con le belve feroci non si può ragionare. Si può solo sperare di avere in mano un fucile, quando ce le ritroviamo davanti, ed il vantaggio di avere il tempo per il primo colpo.

Con l’Islam radicale, chiamiamolo così per non scontentare la correttezza politica, le probabilità di dialogo sono le stesse. Abbiamo ancora un vantaggio, tecnologico, se non vogliamo considerare – autolesionisti come siamo – quello di civiltà, di cultura, di progresso. Usiamolo. Con quella gente la pace non esiste. Non esisteva nel 1938, non esiste adesso.

O questo Islam impara a venire a patti con il mondo moderno, come è toccato fare o prima o dopo a tutte le religioni, oppure è tempo che esca una buona volta dalla nostra storia.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche ad indirizzo storico, e lavora come dipendente nella pubblica amministrazione. Tra le sue passioni ha un posto importante la Fiorentina, è tifoso viola da sempre.


Visualizza gli altri articoli di Simone Borri

Potrebbe interessarti anche ...

Commenta l'articolo