Nasiriyya

di Simone Borri

Nasiriyya171112-001FIRENZE – Come si fa a dimenticare Nasiriyya? Da ogni parte si legge: per non dimenticare. Come se fosse possibile scordarsi di quella tragedia, di quell’attentato sanguinoso che sconvolse un paese e lo proiettò di colpo nel mondo moderno, in quel ventunesimo secolo in cui non è più possibile ripudiare la guerra, per nessun motivo. Perché la guerra ci ha raggiunti in casa nostra.

Come se fosse possibile dimenticare le mani del Presidente Ciampi, appoggiate su ognuna delle diciannove bare sbarcate a Ciampino avvolte nella bandiera tricolore. Quelle mani appoggiate per lunghi, interminabili istanti, a rappresentare come poche altre volte un sentimento condiviso da tutti gli italiani. In quel caso lo strazio, il dolore per quei ragazzi partiti con lo scudo verso l’Antica Babilonia e tornati sullo scudo, come guerrieri antichi in un mondo moderno che stentava ancora a capirli. A capire il perché c’era e c’è bisogno ancora che dei ragazzi nel fiore degli anni imbraccino le armi, anziché le fidanzate, e vadano da qualche parte a difenderci. A difendere chi resta a casa a continuare la vita di tutti i giorni, che tuttavia può continuare solo grazie a quei ragazzi lì, lontani, sotto il fuoco.

Sono passati quattordici anni. Quattordici fa soldati italiani erano in Iraq inquadrati sotto comando Alleato per far rispettare una risoluzione dell’ONU, la 1843, che con il linguaggio tipico della politica internazionale moderna parlava di riportare la democrazia nel paese in cui era stato appena deposto il dittatore Saddam Hussein. Il nuovo Hitler, si diceva allora, quello contro cui erano state combattute le due guerre del Golfo: la prima, quella del 1990, per liberare il Kuwait invaso dal più grande  e prepotente vicino, che finì per lasciare le cose come stavano e rinviare i problemi; la seconda, quella del 2003, sull’onda dell’illusione più o meno consapevole, più o meno fondata o ben diretta, della caccia a Bin Laden, ad Al Qaeda e a tutti i suoi alleati, prima nell’Afghanistan dei Talebani e poi nell’Iraq. L’antica Mesopotamia, la terra tra il Tigri e l’Eufrate che avevamo studiato a scuola e poi opportunamente dimenticato, come tutto ciò che riguarda quel Medio oriente che pure ha condizionato anche da lontano la vita di più generazioni di europei.

L’Italia era un paese che, con la Costituzione del 1948, aveva ripudiato la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali. L’esercito italiano esisteva soltanto per difesa dei confini nazionali e dell’Alleanza Atlantica, in cui era inquadrato dal 1949. La scelta era sembrata doverosa e conseguente dopo la débacle – catastrofe della guerra mondiale combattuta per di più dalla parte sbagliata. Poi, a metà degli anni 80, durante una delle crisi ricorrenti nel paese dei cedri, il Libano – quella successiva alla famigerata strage di Sabra ed El Shatila, per capirsi – la situazione in Medio Oriente era parsa talmente compromessa, sull’orlo di una catastrofe suscettibile di tirarsi dietro il mondo intero, che l’Onu aveva deliberato l’invio di un contingente internazionale: americano, inglese, francese e – per la prima volta dopo la seconda guerra mondiale – italiano.

L’invio del contingente agli ordini del generale Franco Angioni non era avvenuto senza polemiche laceranti. Per la prima volta da tempo immemorabile il paese era tornato a spaccarsi tra interventisti e pacifisti. Stavolta a dividere era il diverso approccio alla cosiddetta sporca guerra del petrolio. Il Medio Oriente era ed è il benzinaio del mondo, nessuno se lo nascondeva allora e se lo nasconde adesso. Diverso semmai è il sentimento di chi ha sempre preferito liquidare il coinvolgimento italiano nella politica internazionale come un sostegno indebito all’imperialismo americano, rispetto a chi invece – magari lentamente e faticosamente – ha finito per tornare a convincersi che quel coinvolgimento, magari a sostegno soltanto del nostro modello di vita a cui nessuno, nemmeno gli antiimperialisti, sa rinunciare volontariamente, richiede di tornare anche noi italiani ad imbracciare le armi e fare la nostra parte.

Gli uomini di Angioni partirono nel 1983. La missione fu un successo, magari retoricamente ammantato del mito degli italiani brava gente contrapposti ai cattivi anglosassoni e francesi.  Da allora, sempre più spesso uomini in divisa dell’esercito italiano presero ad essere inviati fuori dai confini nazionali in missioni internazionali. Una volta infranto il tabù, dalla Somalia, all’Iraq, alla Jugoslavia, all’Afghanistan e di nuovo all’Iraq, l’esercito italiano ebbe il suo carico di lavoro in misura sempre crescente, il suo battesimo del fuoco e presto purtroppo anche il suo tributo di sangue.

Si chiamava peacekeeping, missione di pace, secondo l’ipocrisia del politicamente corretto tanto in voga nel mondo post Guerra Fredda. Anche la missione deliberata dal Parlamento italiano nel maggio 2003 e denominata in codice Antica Babilonia in attuazione della risoluzione ONU 1843 venne rubricata come missione di pace. I nostri soldati furono inviati a Nasiriyya sotto comando inglese, a controllare una zona chiave nel distretto petrolifero iracheno. Giravano in assetto di guerra, subivano il fuoco nemico (a volte con le cosiddette regole di ingaggio, altra invenzione della moderna ipocrisia politica, che neanche permettevano loro di difendersi), venivano feriti e a volte morivano, ma guai a dire che non erano lì altro che a mantenere la pace.

Nasiriyya171112-002L’ipocrisia finì esattamente dieci anni fa, la sera del 12 novembre 2003, quando la notizia di apertura di tutti i telegiornali fu che la base italiana nel capoluogo iracheno aveva subito un gravissimo attentato, ad opera di un carro-bomba, che aveva fatto una strage tra gli italiani. 19 vittime, il tributo di sangue più alto dalla fine della seconda guerra mondiale. Quella sera, mentre a tutti si chiudeva la gola per il dolore, a tutti o quasi fu anche chiaro che la tregua morale imposta dalla Costituzione del 1948 era finita, che eravamo piombati nel mondo moderno, nel ventunesimo secolo, quello aperto e segnato per sempre dall’attentato alle Torri Gemelle.

Eravamo in guerra, e i nostri soldati erano al fronte a difenderci. E venivano uccisi, come quelli degli altri paesi. Gli italiani non erano più brava gente, ma obbiettivi dei terroristi al pari di americani, inglesi, tedeschi e quant’altri. La missione di pace era finita, cominciava quella di guerra, e intanto c’erano da riportare a casa quelle diciannove bare. I nostri primi morti in guerra dal 25 aprile 1945.

Le mani del Presidente Ciampi che accarezzavano quelle bandiere insanguinate su quelle casse da morto schierate a Ciampino erano le mani di tutti noi, quella notte. O quasi tutti, perché qualcuno continua ancora adesso a scrivere su qualche muro 10, 100, 1000 Nasiriyya. Si sa, un paese libero è libero anche se dà pari cittadinanza ai suoi figli più sciocchi. Dei sessanta milioni o quasi di italiani che dieci anni fa invece compresero finalmente in che mondo si stavano ritrovando a vivere crediamo che siano veramente pochi quelli che a distanza di tutto questo tempo non ricordano con lo stesso dolore e la stessa angoscia quella notte, quelle mani, quello strazio. Quell’art. 11 della nostra amata Costituzione che non ci difende e non ci giustifica più. E questi nomi:

Carabinieri

Massimiliano Bruno, maresciallo aiutante, Medaglia d’Oro di Benemerito della cultura e dell’arte

Giovanni Cavallaro, sottotenente

Giuseppe Coletta, brigadiere

Andrea Filippa, appuntato

Enzo Fregosi, maresciallo luogotenente

Daniele Ghione, maresciallo capo

Horacio[1] Majorana, appuntato

Ivan Ghitti, brigadiere

Domenico Intravaia, vice brigadiere

Filippo Merlino, sottotenente

Alfio Ragazzi, maresciallo aiutante, Medaglia d’Oro di Benemerito della cultura e dell’arte

Alfonso Trincone, Maresciallo aiutante

Militari dell’esercito

Massimo Ficuciello, capitano

Silvio Olla, maresciallo capo

Alessandro Carrisi, primo caporal maggiore

Emanuele Ferraro, caporal maggiore capo scelto

Pietro Petrucci, caporal maggiore

Civili

Marco Beci, cooperatore internazionale

Stefano Rolla, regista

oltre a nove cittadini iracheni presenti in servizio nella base italiana di Nasiriyya alle ore 10,40 (ora locale) della mattina dell’attentato, per un totale di 28 vittime

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche ad indirizzo storico, e lavora come dipendente nella pubblica amministrazione. Tra le sue passioni ha un posto importante la Fiorentina, è tifoso viola da sempre.


Visualizza gli altri articoli di Simone Borri

Commenta l'articolo