L’ultimo volo della Chape

di Simone Borri

FIRENZE – E’ passato già un anno. Ripubblichiamo.

30 novembre 2016

Chapecoense171129-001Chissà se Osvaldo Soriano, il celebre giornalista e scrittore argentino che più di ogni altro ha saputo avvicinare il calcio alla letteratura, avrebbe inserito la favola tragica della Chapecoense nei suoi Cuentos de Futebol. Avrebbe avuto anche un titolo già pronto, rielaborando quello di una delle sue opere più celebri: Triste y final.

Ci sarebbe voluta la sua penna, o quella di qualche altro letterato prestato al calcio come i nostri compianti Gianni Brera e Giorgio Tosatti, per rendere appieno il senso – se un senso c’è – di questo dramma umano e sportivo. Che rinnova tra l’altro, soprattutto a noi italiani, vecchie ferite mai del tutto rimarginate.

Ti chiami Associação Chapecoense de Futebol, e sei il tipico piccolo club della provincia brasiliana – vicino al confine sud con Argentina e Uruguay, un crocevia mistico del calcio – che pare fatto apposta per essere protagonista di un racconto appunto di Soriano, o di una favola della Disney.

Fondato nel 1973, all’epoca in cui il sogno calcistico carioca non aveva limiti, dopo quarant’anni il tuo sogno personale si avvera, e ti qualifichi a partecipare in pianta stabile al mitico Campeonato Brasileiro di serie A. I tuoi avversari d’ora in poi si chiamano Palmeiras, Botafogo, Corinthians, Flamenco, Santos. Nomi che mettono i brividi soltanto a pronunciarli, figurarsi a trovarseli di fronte sul campo di gioco.

Non basta. Due anni dopo, pareggiando a San Lorenzo de Almagro, ti qualifichi per la finale della Copa Sudamericana 2016. Sei ad un passo dalla gloria, che ti aspetta il 28 novembre. E’ con questo pensiero che sali sul quadrimotore AVRO RJ 85 volo LaMia Airlines 2933 diretto all’aeroporto RionegroJosé Maria Cordoba in Colombia. Da lì poi a Medellin, dove ti aspetta l’Atletico Nacional per disputare la finale di andata della Coppa.

Non ci arriverai mai. Lo stesso destino che sembrava averti finalmente sorriso a 32 denti, portandoti sul tetto del Sudamerica e del mondo, ti aspetta al varco, beffardo. Sotto il suo sorriso splendente si nasconde un ghigno maledetto, osceno. Quello del Tristo Mietitore.

Le scatole nere del quadrimotore sono in fase di recupero. La disgrazia è avvenuta in una notte di forti piogge, che hanno ostacolato i già problematici soccorsi. Forse sapremo perché sei andato a schiantarti a Cerro Gordo, sulla montagna a 10 km. a sud di Medellin, o forse no. Quando si tratta di compagnie aeree, le versioni difficilmente convincono. Guasto elettrico, mancanza di benzina. Siamo nel 2016, si può morire ancora, nel fiore degli anni e ad un passo dal trionfo della propria giovinezza e dall’apoteosi sportiva, per una ragione come questa?

Pochi attimi prima, i ragazzi della Chape girano per l’aereo in preda al buon umore provocato in loro dalla consapevolezza di essere lassù in alto per un volo che sembra diretto verso l’infinito ed oltre. Pochi attimi dopo, non ci sono più. Dissolti, al pari del loro sogno. Restano soltanto dei video e delle foto a testimonianza imperitura. Sì, perché oggi la tecnologia e tale che non sei morto mai del tutto, nemmeno dopo morto.

Vengono in mente un’altra montagna ed un altro aereo. Allora era un trimotore, il FIAT G.212 delle Aviolinee Italiane. La collina era quella di Superga, il giorno – che nessuno in Italia dimenticherà mai, che fosse vivo allora o meno – è quello che spezzò il sogno, la leggenda più grande del calcio italiano di tutti i tempi. 4 maggio 1949, il giorno che scomparve il Grande Torino. Non è un caso che la società granata sia stata la più tempestiva nel rappresentare il proprio cordoglio per la disgrazia a quella catarinense.

«È un destino che da oggi ci lega indissolubilmente, vi siamo fraternamente vicini», ha fatto scrivere il presidente Urbano Cairo a quello del club brasiliano, Plinio David de Nes Filho. Il quale, in lacrime davanti ai microfoni di Bom Dia Brasil, stava dicendo: «Il sogno della Chapecoense è finito stanotte».

Non esiste più una finale della Copa Sudamericana nell’agenda sportiva della CONMEBOL, la Federcalcio sudamericana. Come a Superga, come a Monaco di Baviera nel 1958 – allorché una delle semifinaliste della Coppa dei Campioni, il Manchester United di ritorno da Belgrado dove aveva eliminato la Stella Rossa, si schiantò sugli edifici circostanti l’aeroporto subito dopo il decollo – una delle due contendenti è venuta meno. E’ stata chiamata a giocare altrove.

Chapecoense171129-002Ma a quanto pare, il sogno della Chapecoense non finirà. Verrà tramutato direttamente in leggenda. E’ stato lo stesso Atletico Nacional di Medellin che avrebbe dovuto contendergliela, a proporre l’assegnazione della Coppa agli sfortunati avversari. La CONMEBOL ha già fatto sapere che è proprio quanto succederà. I nomi dei ragazzi della Chape saranno scritti nell’Albo d’Oro sportivo. Su quello della speciale classifica degli eroi grati agli Dei e per questo da loro chiamati ancor giovani, troppo giovani, ci sono di già.

La formazione si allunga. Ai nomi dei ragazzi di Torino e di Manchester si sono aggiunti quelli di Chapecò. La vita a volte fa scherzi davvero strani, immortala per sempre il tuo sorriso un attimo prima di strappartelo dal volto. E lascia dietro di te chi sopravvive a straziarsi per l’eternità con davanti agli occhi quel sorriso, quella gioia di vivere ancora inconsapevole, che nessuno può più togliersi dalla mente.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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