La seduta di Filo & Sofia

di Jacopo Nuti

filosofiaEstate abbastanza inoltrata, tardo pomeriggio di un caldo venerdì, è appena uscito l’ultimo paziente e, come di consueto, stendo le gambe sulla scrivania accendendomi la pipa.

Una folata improvvisa di vento scosta le tende mostrandomi i tetti fitti, rossi e roventi di una Firenze bollente. Mi volano le carte degli appunti e riesco a fermarle gettandoci un libro sopra: «oh Zefiro ma che furia hai? Sembra tu stia scappando da qualcosa e tu sia venuto a rifugiarti qui, hai qualcosa anche tu che non ti torna?». Questo studio ne ha sentite talmente tante che non si meraviglierebbe se il vento si mettesse a parlare. Mi sdraio sulla poltrona fissando quelle bellissime travi di legno sul soffitto.

Imponenti, portano il peso della struttura con eleganza, profumano di storia e osservarle mi ha sempre dato, non so perché, un’insolita carica psichica. Le cicale hanno già intonato il loro canto, un odore di gelsomino misto a qualche cena che qualcuno si appresta a preparare si unisce al mio tabacco.

Socchiudo gli occhi e ripenso a quando da adolescente, a quest’ora, sentivo più o meno gli stessi profumi e rumori, con i compiti appena fatti, la mamma ai fornelli e il babbo che di lì a poco sarebbe tornato. Un tuffo nei ricordi adolescenziali, in quella sorta di età dell’oro in cui spesso si vive al massimo ogni emozione, in cui la ragione si lascia meglio abbindolare dall’incoscienza, dove spesso i sogni riescono a sorreggere più ardentemente la tua mente con quella spensieratezza e genuinità che poi tenderai sempre a rimpiangere.

Ho il flash di quell’aula scolastica lievemente decadente, la figura del maestro visto all’epoca più come un educatore che un professore, tutte le lettere dell’alfabeto attaccate al muro, ognuna in una scheda, con un disegno di riferimento che le rappresentava. Fin da piccoli impostati in canoni, in binari: indispensabili per una crescita, ma limitativi se poi non riusciamo a gestirli e se ci affoghiamo dentro da grandi.

Quanto vorrei rivivere una di quelle domeniche di quando ero piccolo, in cui il mio zio mi portava a mangiare fuori, a vedere la Fiorentina, poi una lauta merenda, per riportarmi, la sera, a casa, felice, dove giocavo in camera mia con una pallina di spugna facendo finta di rivivere la partita della giornata. Oppure le passeggiate per Boboli o al Piazzale mangiando noccioline e parlando a lungo col mio nonno paterno. Per non parlare di quelle lungo mare d’estate. Giocare con i trenini a casa sua dove aveva un plastico enorme. E quanto mi piaceva rimanere a dormire da lui, con la calda coperta elettrica, il din don delle campane di Porta Romana (per questo motivo l’ho sempre chiamato nonno din don), lo sbofonchìo dei vecchi tram e il dolce odore del latte bollito la mattina; l’odore dei bar misto di carte da gioco, legno vecchio, sigarette e un non so che di stantio, il toc delle palle da biliardo del Gambrinus dove amava potarmi. Le girate lungo l’Arno, i carri armati fatti con i tappi di sughero, le barche di carta. Le infinite partite di calcio al giardino con gli amici, la partita, la rivincita, la bella, la bella della bella, il maschi contro femmine, gli odori estivi, le rondini delle mattine di maggio, il Supertele che si bucava di continuo, le interminabili estati al mare tra sabbia e salsedine…..sbam, sbam, sbam!!!!!

Mi bussano violentemente, di colpo torno indietro da questo sogno a occhi semi aperti, attendo, forse mi sono sbagliato e invece…sbam, sbam di nuovo. Mi alzo, corro alla porta: «Ma chi è?»,

«Apra dottor Filo, sono Sofia ed è urgente».

Sofia, bella e complessa donna di mezza età in terapia da mesi, ci diamo del lei per mantenere quel giusto cuscinetto fra terapeuta e paziente ma data la confidenza creatasi preferisce non chiamarmi Filippo ma Filo perché dice che le ricorda la radice greca della parola legata all’area semantica dell’amicizia o comunque, nella sua mente, a un certo non so che di familiare, di appoggio, di riferimento.

Apro e le dico: «Sofia ma è tardi e sto per andare a casa….di solito ci vediamo il Lunedì alle 18.00…».

«Non ce la faccio ad aspettare, non sto bene e sento che sono tornati….».

La faccio entrare; sa già la strada, getta la borsa sul divano, spalanca la finestra e, agitata, inizia a fare dei respiri lunghi ma affannati e assetati di aria. Mi avvicino riconoscendo il suo inconfondibile profumo di agrumi e le dico: «Ha un attacco di panico, giusto?».

Lei si gira verso di me, mi fissa con quei suoi grandi e malinconici occhi tra il ghiaccio e il celeste che sembrano giocare a nascondino con i lunghi e mori capelli scompigliati dal vento. Nella sua espressione noto sconfitta, fatica e quasi rabbia, una lacrima le scende lenta come una locomotiva dell’800 che invece del fumo lascia come scia un rigagnolo sulle sue gote rosa.

«Sì», mi risponde in modo sommesso.

«Si accomodi e si lasci oltrepassare. L’attacco di panico è dolce e un po’ salato: dolce perché le sta dicendo che qualcosa dentro di lei non va bene, quindi la aiuta affinché possa migliorare prendendo provvedimenti per stare meglio. Salato perché è terribile, devastante, improvviso; nodo alla gola tanto che non può parlare, tremore, senso di debolezza alle gambe, senso di irrealtà, sensazione di svenimento, paura della morte. Quasi sempre prende all’aperto, in spazi molto aperti o in situazioni in cui ci si sente intrappolati, impossibilitati a muoversi con agilità. Come ben sa la assale quando è più stanca, vulnerabile. Arriva come un ciclone, ci attraversa, ci sconvolge, passa e ci lascia disorientati. Lo so che è dura conviverci: è come vivere in un posto in cui la mattina esci sapendo che c’è il sole ma all’improvviso potrebbe arrivare un temporale devastante, di quelli che ti mezzano totalmente, che durano venti minuti e ti rilasciano di nuovo con il sole ma totalmente fradicio e infreddolito. E quando credi di esserti asciugato, ecco che ritorna. Fino a quando lei ha provato a ripararsi in qualche modo da queste perturbazioni, si è bagnata sempre più di quanto credesse, mentre da quando ha accettato che la bagnassero senza opporre resistenza, piano piano sono smessi anche i temporali. Piano piano però, quante volte ha pensato di essere a buon punto per poi venire travolta di nuovo. È in questi momenti che deve andare avanti, vietato voltarsi, pena l’irrecuperabilità della situazione. Avevamo ormai dato per assodato che al suo corpo e alla sua mente non andava più bene il modo di approcciarsi alla vita, che doveva imparare a volersi più bene, a rispettare di più se stessa, le sue esigenze, le sue passioni, le sue pulsioni…… il suo “Io”. Ebbene sì, gli attacchi di panico sono stati una rivoluzione del suo popolo di emozioni e pulsioni imprigionate da quella razionalità matrigna che da tempo le stava opprimendo. Gli attacchi non vengono mai a caso, hanno sempre un incipit, le è successo qualcosa in questa settimana?».

«Nulla di che, però…. l’altra sera, quando ho chiuso la libreria, sono andata a fare un aperitivo. Solito locale, due battute con le amiche di una vita, quando tra una chiacchiera e un’altra abbiamo conosciuto un altro gruppo di persone, tra cui c’era un uomo con il quale ho avuto modo di approfondire la conoscenza; bello…… ha un buon lavoro…… quindi mia mamma sarebbe contenta……», fa una pausa sospirando e riprende, “mi piace però…. tanto, però…. sono fuggita. Sì, sono scappata come una vigliacca per rifugiarmi nella mia camera dove ho sognato che stavo camminando sulla riva del mare quando un aereo che atterra lì sulla spiaggia mi rapisce e una volta in volo sento una sorta di angoscia opprimente dovuta al fatto che gli mancano le ali. Mi sveglio agitatissima e sudata. I due giorni dopo sono stata molto male, in preda all’ansia e a qualche attacco, finché non ho deciso di venire da lei».

Qualche secondo di silenzio e prendo parola: «E’ arrivata all’età matura sola, un po’ per scelta, un po’ vittima di se stessa e dell’immagine che si vuole dare per rispettare e piacere agli occhi di sua mamma da sempre molto severa con lei. Di quell’uomo ha subito pensato al lavoro, al fatto che possa essere accettato dalla famiglia. “E’ bello ma…”, questo “ma” è la parte del Super-Io della sua mente che sempre ha tenuto sotto controllo le sue emozioni fin da piccina e che non appena sente in discussione il suo ordine ecco che si fa vivo, spaventandola, colpendola con l’ansia. Il sogno le dice proprio questo: da una parte c’è la terra ferma, le certezze, la razionalità, dall’altra l’inebriante imprevisto dell’acqua, dell’imponderabile, dell’incontrollabile. L’aereo come un “deus ex machina” che la trascina fuori da questa sua disputa interna, l’aereo come un “quid” di adrenalina che le permette di volare, di liberarsi dalla terra, dai legami, dalla zavorra. Però non ha le ali, non ha la forza di sostenerla. E’ il punto in cui siamo arrivati con la terapia: abbiamo capito il problema delle emozioni represse, abbiamo messo le basi per costruire loro una casa dove stare libere e serene, ma ancora mancano le ali. Abbiamo buttato giù una dittatura del suo Super-io arrogante, pretenzioso e severo per far spazio all’Io emozionale, ma come in tutti i mutamenti occorre tempo. La cosa più utile, ciò che può davvero aiutarla è buttare fuori tutto quello che sta provando perché solo prendendone atto riuscirà ad avere consapevolezza di se stessa. Anche se per professionalità mi apro poco, tuttavia sa bene che amo il calcio, giusto?»,

«Sì, ma cosa c’entra adesso, Filo sono già abbastanza confusa, non ci si metta anche lei».

«Bene, quell’attacco di panico di prima è per lei un importante calcio di rigore, di quelli decisivi, di quelli al ‘90».

«Ecco adesso dottore sono nell’ansia più totale».

«Si calmi, mi segua e calci quel pallone con tutta la forza repressa che ha. Mai seduta è stata così fondamentale. Adesso deve mettere a nudo i suoi pensieri, liberare la mente e mettere davvero quelle ali mancanti. Ripartiamo da quel sospiro che ha fatto quando ha nominato sua madre: cosa le viene in mente pensando a lei?».

«Mi sento opprimere il petto e percepisco una notevole angoscia che sale piano piano…. in questi giorni, da quando ho conosciuto quell’uomo, anche di più: passo le giornate in libreria a leggere vari trattati sulle emozioni e sull’amore e mi tornano a galla tutti i dogmi bigotti con i quali mi ha cresciuta».

«Come spesso le accade, quando parla della sua infanzia, ne discute sempre in maniera singolare, come se suo padre non fosse esistito…».

«E’ come se fosse così, padre della vecchia scuola, una presenza latente condita da qualche virile apparizione».

«Piacerebbe anche a mia mamma” ha detto prima, il suo giudizio per lei è evidentemente un fattore vincolante, quasi un giudice dentro se stessa».

«Sì è così, mi ha cresciuta con dogmi molto severi e con una morale soffocante che non solo mi hanno sovente portata a pentirmi delle mie felicità fisiche e materiali ma hanno anche minato il mio rapporto con l’altro sesso come già abbiamo discusso in altri incontri».

«Esatto, repressione emozionale che ha soffocato quella bambina emotiva dentro di lei che a un certo punto ha iniziato a gridarle attraverso gli attacchi. Vede, le due nature umane, quella animale e quella spirituale, non debbono essere in lotta tra loro, ma attraverso una loro unione faranno fiorire l’anima. Ecco, esattamente questi sono i cardini del nuovo progetto di ristrutturazione del suo “Io”: oggi è la brava bibliotecaria che lavora e assiste i genitori anziani, domani quella che si dedica alla cultura, domani l’altro la Sofia che si diverte con le amiche e che magari trova felicità in un uomo, poi ancora la donna che passeggia per stare con se stessa e basta. Poliedricità. Predisposta al cambiamento, mantenendo tuttavia intatta un’identità di base che altro non è che la somma delle sue sfaccettature. Nessuna di queste sfaccettature, però, deve farla sentire in colpa. Ognuna è fondamentale, in quanto rappresenta un tassello del mosaico della sua personalità peculiare. Sofia, è giunto il momento di ascoltare quella bambina gioiosa, spensierata, ribelle, pazzerella, istintiva che l’ha dominata fino ai primi anni delle elementari e che poi ha rifiutato, negato, nascosto, represso… Quando ha capito che la stava cercando, le stava urlando, che voleva tornare a casa, quando ha capito che le mancava da morire, che doveva ritrovarla scavando nel cestone della sua mente, ha smosso mari e monti e l’ha riabbracciata. Adesso non deve farsela più sfuggire e per fare ciò deve smetterla di coniugare la vita a un paradigma che le sta stretto, che non sente suo, deve smetterla di inquadrarsi in una perfezione non voluta e non richiesta da nessuno. Il mondo è là fuori, nudo, con tutte le sue bellezze, contraddizioni, aspetti e il ruolo genitoriale è importante affinché si gettino in noi le basi per avere una propria opinione ma successivamente la nostra identità deve passare da un processo cognitivo coscienzioso voluto da noi e frutto della nostra essenza che si è mostrata nelle nostre circostanze di vita».

Faccio una pausa, noto che Sofia mi sta guardando con gli occhi fissi, guardo l’orologio e riprendo: «Ormai è tardi, a casa non mi aspetta nessuno e la partita è troppo importante. Dibattiamo un po’…. mi parlava della morale di sua mamma, per lei cosa vuol dire morale?».

«Mmmmm, così mi stuzzica dottore, lo sa che sono un’amante di queste cose e passo le giornate in libreria a leggere, studiare, riflettere…!!!!».

«Forza allora» le dico con un sorriso di incoraggiamento, «è il momento di tirarle fuori queste nozioni, queste idee, deve dirmi tutto ciò che le passa dalla mente».

Sofia si guarda un attimo attorno pensierosa ma molto più sollevata rispetto a poco prima e dopo aver emesso un sospiro di carica, inizia: «Dunque, partendo da un campo etimologico diciamo che è un termine greco (èthos) ed ha una traduzione piuttosto vasta: comportamento, costume, carattere, consuetudine. A mio parere ha avuto un’evoluzione storica inversamente proporzionale al concetto di “filosofia”. Infatti se quest’ultima ai tempi di Platone era diffusa a tutti i campi del sapere, includendo in sé scienze e varie altre discipline, piano piano, nei secoli, si è sempre più ritirata in un piano metafisico. L’etica, al contrario, partita come detentrice delle norme del giusto e sbagliato, oggi si ritrova piuttosto frammentata in vari contesti che l’hanno resa forse più elastica, ma sicuramente più complicata: e così sentiamo parlare di etica del comportamento, etica sportiva, etica del lavoro….purtroppo entrambe sono state un po’ violentate e inflazionate, infatti spesso sento usare il termine filosofia a mo’ di toppa per nascondere ciò che è strano o che non si riesce a spiegare, e spesso con un banalissimo “prendiamola con filosofia” si finiscono tante questioni con un po’ di superficialità».

«Diciamo che negli anni hanno perso entrambe un po’ della loro eleganza e per rendersi forse più appetibili si sono dovute “volgarizzare”, cedendo un pochino il passo al loro mistero e alla loro esclusività» chioso io.

«L’etica è un po’ la sorella commercialista della filosofia: questa spende, spande, si divaga, poi arriva lei per ristabilire un po’ di ordine».

«Interessante, me lo spieghi meglio…» la incalzo.

«Che si prenda un popolo, un gruppo, un movimento, un singolo, l’etica rappresenta quei minimi comun denominatori per cui siamo tutti d’accordo su cosa sia lecito o no. La questione, per me, sta nel fatto che ciò che è eticamente corretto per una determinata circostanza, non è detto che valga per un’altra, dove per circostanza intendo nazione, spazio, luogo. Cerco di chiarirmi: ha indubbiamente molte peculiarità intrinseche al suo essere e poiché deve rimanere il più possibile al passo con i tempi, l’etica resta comunque sempre un “quid in fieri”. Rappresenta quel tendere verso il giusto che fa sì che un determinato individuo sappia cogliere la decisione appropriata in modo da interagire armoniosamente con gli altri. Non si può e non sarebbe neanche prolifico dare una definizione apriori e generalmente valida della morale o dell’etica che dir si voglia. È troppo legata al contesto cui si riferisce. Se proprio vogliamo cercarne l’essenza dobbiamo vederla come una sorta di media matematica di tutte le etiche, le norme, i costumi e i comportamenti che esistono in questo mondo. Chiaro, ci possono essere concetti di base che valgono a prescindere per tutti, in ogni tempo, ma alla fine il contesto influisce molto».

Piccola pausa, si sistema i capelli, se li lega, si distende lievemente, beve un sorso di acqua, accarezza un cuscino del divano dove è seduta quasi come a imbrogliare un leggero imbarazzo che le intravedo e riprende… «Per me la morale è come un libro di scuola guida; stabilisce le corrette norme per una civile convivenza stradale, ma ciò non toglie che gli incidenti succedano lo stesso e che i modi di guidare siano tuttavia diversi a seconda della macchina, della strada, del luogo…….. E poi alla fine…..».

Pausa di silenzio. «Cosa?», dico io.

«Come cosa!?», risponde lei.

«Sì, nel giochino della scuola guida e della morale, stava dicendo che alla fine….?».

«Lei dottore mica guida con le braccia alle dieci e dieci come le hanno insegnato?! Io no, non ci riesco e per questo mi resta anche difficile parlare di morale e di ciò che è bene e ciò che è male. Guardi Filo, specialmente in questo periodo ho una certa repulsione verso tutto ciò che è norma e dovere e temo sia colpa di una madre per cui la morale è una glassa di nozioni e divieti che vorrebbe applicare su chicchessia come fosse un bignè. E io spesso mi sono sentita soffocata dentro».

«Sua mamma ha una visione di morale come di norme innate in noi da ossequiare, mentre lei assume più le difese di un empirismo etico, cioè una ricerca dell’essenza stessa del bene/male all’interno delle circostanze della vita che caratterizzano ognuno di noi. Fa bene a credere nella sua strada ma deve esserne convinta. In questi mesi abbiamo dibattuto un po’ anche sull’aspetto religione. A questo punto immagino benissimo che tipo di approccio possano averle proposto, ma lei cosa sente davvero dentro? Qual è la dimensione di Sofia davanti alla fede?».

Di colpo si fa più ombrosa, gli occhi fissano il vuoto caricandosi di lacrime, vedo che sta quasi per commuoversi, inspira forte, si asciuga un accenno di sudore sulla fronte, quasi si fa coraggio stringendo il pollice con le altre dita e poi di colpo, come quando ti devi tuffare e ci pensi e ci ripensi e poi ti butti all’improvviso…..

«Da piccola l’avevo troppo dogmatizzata e affogata nel senso del peccato e del dovere. Oggi cerco di viverla in maniera più serena, libera e soggettiva, ho cercato di darle una mia interpretazione per eliminare quel profondo senso di colpa che ci vorrebbero inculcare preti e addetti».

«Quindi si è creata un suo culto dove si sente più o meno a suo agio...».

«Diciamo di sì, mi sentivo stretta nella dimensione eccessivamente punitiva, quasi come se dovessi io espiare le colpe di quel “sì” detto da Adamo».

«Interessante» le dico con tono serio, «quasi come se in lei ci fosse una sorta di associazione mentale e concettuale tra le colpe da espiare del genere umano a causa della colpevolezza di Adamo e quella rigida morale che lei si è dovuta vivere e sorbire a causa di una madre eccessivamente e ossessionantemente osservante».

«Già…Ho la sensazione che vogliano passare un concetto di religione troppo “doverosa”, dove l’uomo è spesso messo nella condizione inevitabile del peccato e in quanto peccatore deve sentirsi in colpa e cercare di migliorarsi per tendere a una perfezione che mai, in quanto uomo, potrà raggiungere. Giusto il concetto che se voglio ottenere ottanta, devo puntare a cento, ma questo ragionamento deve essere uno stimolo, non motivo di frustrazione».

«Scusi se la interrompo, ma a chi si riferisce?»

«A tutti coloro che girano intorno al vero culto essenziale nei cui sermoni religiosi mi sembra di intravedere una latente mancanza di accettazione di noi stessi così come siamo, nel bene e nel male, nei pregi e nei difetti. In molte odi di culto mi sentivo trasudare dentro un senso di inevitabile colpevolezza, come un dover per forza rendere conto. L’importante è stare in pace con noi stessi, non importa come, non importa quando, e soprattutto non si possono creare delle regole che possano andare bene per tutti. L’importante è esserlo, perché se non vogliamo bene a noi stessi non possiamo volerlo agli altri. E se per volersi bene vogliamo bene anche ai nostri difetti, va bene lo stesso. Il dover chiedere continuamente perdono è un qualcosa che, personalmente, trovo schiacciante».

«Dunque ritiene più opportuno una via di accesso a Dio più diretta?».

«Ultimamente ho voluto approfondire il mio campo di interesse verso questo aspetto del culto in me e devo dire che la base della mia nuova identità ha come germe la Candle of the Lord (il lume del Signore) ….».

Affascinato, sorpreso e stimolato in questa discussione, mi alzo, corro verso la libreria dello studio, prendo con orgoglio l’unico esemplare attualmente in Italia de ‘Gli scritti filosofici e religiosi’ di Locke e tramite il glossario arrivo velocemente al punto in questione sfogliando le pagine con una certa voracità intellettuale. Intanto fuori il crepuscolo è avanzato, un certo odore di zampirone ci ricorda che siamo in estate, qualche eco di movida inizia timido a farsi sentire.

Sofia è quasi spaventata da questo mio guizzo ma appena inizio a leggere sembra quasi consegnarsi indifesa allo spunto della nostra riflessione: «Dio ha infuso in tutti i figli degli uomini un’anima ragionevole, che serve, al pari di una lampada, a illuminarli e a dirigerli nella ricerca del loro creatore, nella scoperta degli altri esseri inferiori, e nella conoscenza di se stessi».

Interrompo la lettura di queste righe di Locke e Sofia continua così: «Bravo Filo, in questi mesi, grazie alle nostre sedute è come se avessi gettato un sasso nello stagno delle mie convinzioni stracciando quel velo che forse nascondeva e tappava delle sensazioni che rimanendo intrappolate mi creavano disagio. Da qui ho trovato ancora più stimolo per rivedere un aspetto della storia dell’umanità che mi ha sempre affascinato: il rapporto uomo-culto. Molti sono i dubbi che mi hanno sempre stimolata.»

«Tipo?».

«Credo che quel lume di cui stiamo parlando sia servito all’uomo per illuminare le zone oscure, il “non so”; spesso il buio si associa a un qualcosa di misterioso, nebuloso, non chiaro e conseguentemente crea in noi la voglia di illuminare per capire, conoscere, rassicurarsi. I primi bagliori di religione sono stati l’associazionismo degli eventi naturali a degli dei visti come giustificazione a un qualcosa che l’intelletto umano non poteva capire e controllare. Da qui, nel tempo, si sono sviluppate varie religioni politeiste dove a prevalere, a seconda dei contesti, era più un certo senso di superstizione intrecciato a un interesse dei vari sacerdoti di tenere gli uomini in uno stato di colpevolezza per renderli più fragili e più docilmente malleabili con regole morali».

«Mi sto perdendo Sofia……».

«Mi spiego…. con il tempo sovente la religione si è fusa con l’interesse dell’ordine civile e talvolta ha assunto la funzione di calmiere di masse creando però complessi di norme e riferimenti che alla lunga hanno fatto quasi perdere l’essenza stessa dei valori che un culto vuole veicolare. Rimanendo nel cristianesimo nel quale sono cresciuta, la venuta del Messia è stato come un punto fermo, come se Dio avesse voluto in un dato momento della storia mettere in chiaro delle convinzioni e spazzare via quel politeismo in cui l’uomo rischiava di affogare. Io, Sofia, credo nella figura di Cristo come manifestazione di Dio in terra e come riferimento universale di “mores”: cioè quei minimi comun denominatori di quelle norme etiche di cui parlavamo prima, però….»

«Però..» la incoraggio io guardandola fissa negli occhi,

«Però…» ribatte lei con espressione lievemente preoccupata…. «mi sono sempre sentita stretta in questa morsa del peccato, di riscatto della mia condizione dannata a causa di Adamo, come se dovessi dimostrare di non essere colpevole piuttosto che partire da  uno  0-0, come direbbe lei. E di questo messaggio del Messia che ne sarà di quelli indigeni a cui non è arrivato, di quelli venuti prima, di quelli che credono in un altro Messia e di quelli che ancora lo aspettano? E gli agnostici? Quelli che magari abitano un altro pianeta?… Quindi io credo in quella candela, un sottobosco spirituale universale, via preferenziale per un rapporto tra noi e il trascendentale che ognuno può scovare dentro di sé sotto diverse spoglie e che fa sì che in ogni momento, in ogni tempo storico, in ogni circostanza ci possa aiutare a scegliere l’azione migliore e più giusta. Il non farlo ci pone in una situazione di ingiustizia ma siamo noi che pur avendo avuto le facoltà di scelta, abbiamo preso una decisione, in un senso o nell’altro, nel bene o nel male. Siamo noi i protagonisti e i responsabili delle nostre scelte in accordo o in disaccordo a una fede o a delle convinzioni evidentemente valide in quel momento. Anche l’agnostico ha deciso, ha deciso nella finitezza della temporalità. Davanti a tutto ciò non è facile un’etica universale, ma sono possibili dei minimi comun denominatori che fanno sì che la mia città interiore sia in pace e non vada in conflitto con le altre a me vicino dal momento che siamo esseri essenti nello stesso mondo. Quello che proprio non riesco a mandare giù, dottore, è l’aspetto troppo superstizioso/punitivo che viene venduto dalla religione per spaventare gli uomini e tenerli quasi manovrati. Mia mamma è una persona piuttosto “ignorante”, nella vera accezione del termine, semplice, se preferisce, e ho notato che quasi sempre in persone come lei, dove quella candela è spenta, il culto viene assorbito in toto come viene loro raccontato, nel senso più letterale e primitivo del termine, pieno di dogmi e norme da osservare, con pene per chi non le osserva, come se fosse un’assicurazione bonus/malus, come se da soli non fossero in grado di stabilire un limite o un senso alle proprie azioni, come se qualcuno scegliesse per loro il bene e il male, resi spesso repressi in morali imposte».

Sofia si ferma di colpo, beve un sorso d’acqua che sempre metto a disposizione dei pazienti, si perde un attimo a osservare le prime luci accese della tiepida sera fiorentina, semi sdraiata sul divano, il leggero venticello le fa svolazzare il vestito facendo intravedere le sue gambe setose e dorate, la mia candela profumata accesa sta per esalare gli ultimi vagiti, le si tira su di colpo e guardandomi mentre si assesta i capelli mi fa: «Filo, ha un cicchino!?!?»,

La guardo, mi massaggio velocemente il mento per tradire l’imbarazzo di avermi spiazzato così con quella richiesta: «Lo sa che non si può durante le sedute!!!» replico cercando, evidentemente invano, di far trasparire una certa fermezza.

«Penso che si sia nel pieno di una seduta d’eccezione, mi sembra che siano saltati diversi schemi, a partire dall’ora, solo per questa volta……».

Tradendo i dettami deontologici della professione glielo concedo pur sentendomi leggermente intrappolato. Provo un senso di ricatto per avermi fatto quella richiesta con una vena di fascino da femme fatale e con un sottinteso e tacito “Se vuoi che continui, devi soddisfarmi questa richiesta”.

Tosta lei, tosto io: «tenga, ho un cubano se vuole!!!».

Glielo allungo, se lo accende, aspira ad occhi chiusi e poi, nel mentre butta fuori quasi con rabbia il fumo, sentenzia: «Mi sento un treno senza binari..».

Attimo di denso silenzio, attendo che la nube di tabacco svanisca e con una lievissima smorfia di umorismo che si intravede sulle mie guance e senza perdermi d’animo: «Destinazione del treno?»

Lei fa un altro tiro e tenendosi il sigaro in bocca si avvicina verso il tavolo con il busto, si allunga verso di me, prende il libro di Locke, lo sfoglia come fosse in cerca di qualcosa e poi inizia a leggere: «’Disse Gesù alla Samaritana: l’ora viene in cui né su questo monte, né a Gerusalemme adorerete il Padre. Ma i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità’. Ecco dottore, nell’individualità della propria condizione intima e individuale. Quello che mi sono chiesta tornando al discorso di una visione più soggettiva della religione è perché gli uomini ci abbiano creato sopra un castello di formalità nascondendoci dentro il vero messaggio che sta alla base, ovvero, come dico io, di “rispettosa convivenza dei nostri essenti nel mondo”. In fondo è qui che vogliono arrivare tutte le religioni. Questo è un principio che metterebbe d’accordo molti, che è applicabile a tutti i  credo, ma che certo non è facile, forse addirittura così semplice da diventare impossibile, ma è qui che si gioca la partita; il resto viene di conseguenza, senza troppe privazioni e remore di peccaminosità, senza troppe regole che stritolano e dissuadono e basta. Io mi sento meglio ad approcciarmi a Dio senza che nessuno mi dica e mi imponga dove e quando, senza che un prete mi glassi il cervello di norme, dettami e punizioni. Voglio amare liberamente, in tutti i sensi e con tutti i sensi, senza che l’anima viva per questo sotto minaccia di punizioni da scontare. Voglio viaggiare senza binari, come sosteneva un filosofo russo…. Kropotkin, se non erro, cioè se riuscissimo a metterci nei panni degli altri non avremmo bisogno di regole».

«Certo Sofia, comprendo. Conosce Krishnamurti?»

«No», risponde secca lei… al che io ribatto: «E’ stato un filosofo apolide indiano che sosteneva che la fede é un qualcosa di assolutamente individuale e non possiamo e non dobbiamo istituzionalizzarla. Se lo facciamo diventa morta, cristallizzata, diventa come una setta, una religione che viene imposta ad altri. Stare in pace con se stessi secondo un proprio modello, una propria legislazione, frutto della nostra libertà matura e di conseguenza stare in pace con gli altri penso che sia un assioma concettuale molto valido, che non cambierà, né ha la pretesa di cambiare un mondo marcio, ma è stimolante. “Chi vuole muovere il mondo prima muova se stesso” gridava Socrate».

«Io mi ritengo una credente “sui generis”», continua lei, «non condivido alcune questioni della religione come ho spiegato dianzi e non ho gran tolleranza verso il clero e l’apparato temporale della Chiesa, però credo. Faccio mie le parole del filosofo Plutarco: domandò uno spartano a un sacerdote che voleva confessarlo; “a chi devo confessare i miei peccati a Dio o agli uomini?”, “a Dio!”, rispose il prete, “Allora ritirati uomo!”. Sono un treno, dottore, perché ho una testa motrice che ha la forza di trascinare i vagoni dei miei dubbi e delle mie convinzioni , ma non voglio che il mio percorso sia delimitato da delle rotaie stabilite da altri».

«Prima ha usato spesso la parola giustizia, cosa è per lei la giustizia?».

«Voglio risponderle con uno splendido aneddoto di Schopenhauer che ho letto proprio ieri: diceva che i componenti di una famiglia di porcospino, in una fredda giornata invernale, si strinsero l’un l’altro per scaldarsi. Dopo poco tempo iniziarono a sentire le loro spine facendosi male. Questo li obbligò ad allontanarsi l’uno dall’altro. Il freddo, però, li costrinse a riavvicinarsi e di nuovo a riallontanarsi a causa del dolore. Si muovevano di continuo tra l’esigenza di stare vicini per il freddo e quella di allontanarsi per via dei pungiglioni, fino a che non riuscirono a trovare la giusta distanza fra loro che rappresentava la posizione migliore. Allo stesso modo io credo, dottore, che la necessità di appartenere a un contesto sociale, che nasce dal vuoto esistenziale di ognuno di noi da una parte e dalla necessità dell’autorealizzazione nel mondo dall’altra, spinga gli uomini a unirsi in contesti sociali. Le loro svariate caratteristiche negative e il loro latente egoismo, però, li allontanano. La media distanza che riescono fortunatamente a individuare fra loro è quell’accettazione di senso etico che dicevo prima. E’ per garantire l’equità e la regolarità di questa distanza che è nata la giustizia che permette loro di vivere insieme agli altri».

«Lei è pazzesca e detto qui, in questo luogo, potrebbe sembrarle offensivo, ma… si fidi, non è così. Nella storia del treno senza binari mi sembra di percepire una grossa sete di libertà, ma anche di grande forza interiore. Quindi mi conceda di interrogarla ancora, cosa intende lei per libertà?».

«Si ricorda quando sognai di affogare in quella vasca piena di tartine al salame e caviale? Si ricorda che lei lo interpretò come emblema del secolare dibattito della mia anima nel tentativo di un accordo fra la Sofia più scafata, passionale e vivace e quella più elegante, noir e razionale come il caviale?»

«Chiaro, lo ricordo eccome!!».

«Ecco, io mi sento di aver trovato pace quando sono riuscita a fare una “mousse” di caviale e salame, pasto preferito dell’essenza del mio essere nel mondo, del mio essere Sofia che vive in un contesto dopo aver dato un senso a se stessa. Fuori di noi c’ è quel castello di accordi utili per il bene e l’organizzazione della comunità in cui ognuno di noi vive: ma se vogliamo davvero trovare l’originalità del proprio me stesso, dobbiamo fare lo sforzo di distaccarsi dall’altro. Di ritrovare quello che noi siamo all’interno del mondo in cui viviamo, e dopo averlo trovato, renderlo libero in casa nostra, nella nostra anima».

«Lo sa Sofia che “anima” viene dal greco “psychè”, che tra le altre cose vuol dire anche farfalla? Un’ anima leggera, che vola dentro la nostra mente e volando la forgia, le dà forma, carattere, creando la nostra interiorità. È il “quid” della nostra mente. Più crediamo di essere liberi pensando di tagliare le dipendenze più che ci allontaneremo dall’essere liberi; solo accettando un noi fatto anche di dipendenze poniamo fine a quella rincorsa verso un qualcosa che non esiste. Non correndo più verso un qualcosa che non raggiungeremo mai, ci sentiremo più sereni, più concentrati con noi stessi, ci sentiremo un gruppo composto da “me” e “io”, da Caviale e Salame, tutti tranquillamente insieme. Delimitarsi, darsi dei confini, caratterizzarsi, lì sta la nostra libertà. Liberi di caratterizzarsi. Senza confini lo è lei, la libertà, ma non possiamo esserlo noi, perché non siamo soli, non viviamo nel trascendentale come lei, ma nel reale, quindi ci avvicineremo alla libertà solo se accetteremo tranquillamente dei limiti. Un “tranquillamente” che può dare equilibrio, quindi felicità, quindi libertà, interiore, creata da noi, dipendente da noi. Ovvero, noi comandiamo liberamente noi».

«Selvaggiamente coscienti di voler essere così», aggiunge lei.

«Esatto» affermo io, «coscienti che in quei limiti ci siamo noi e solo noi e che se non ci fossero, saremmo frammentati, senza sapore. Invece abbiamo una proprietà privata nostra, dove fare quello che vogliamo, la casa dell’anima, la città della mente».

«Proprio così Filo; non le nascondo che spesso io mi rifugio nella mia città interiore perché non sopporto più quella massa di norme che gli esseri umani hanno eretto, un qualcosa partorito da loro stessi per controllare se stessi, un qualcosa che è diventato imprescindibile per loro tessi e che loro stessi criticano ma che sempre loro stessi non sarebbero in grado di gestirne un’assenza».

«Perché?» la stuzzico io.

«Perché fondamentalmente la maggior parte degli uomini è mediocremente infantile, egoista, arrogante. Mi sembra che questo mondo si regga solo grazie a quell’ enorme carrozzone di formalità e retorica che fa scordare a ciascuno il senso di se stesso, facendogli credere che il suo rapporto con gli altri sia scritto chissà dove, senza sapere che è scritto dentro di sé».

«Mmmm diciamo che ha un’opinione della natura dell’uomo piuttosto negativa, però in parte ha ragione, spesso si va in cerca di tanti perché in posti astrusi facendo come quello che cerca gli occhiali senza essersi accorto di averceli sopra la testa. Hai voglia te di cercare, ma finché non ti poni in discussione, non proverai mai a metterti una mano sul capo. Cambiamo noi stessi prima di avere la pretesa di cambiare gli altri. Io non posso dirle come si vorrebbe cara Sofia, però mi sento di dirle di calciare quel famoso rigore. Senza paura. Non saremo mai servi di nessuno quando siamo liberi dentro e morire liberi dentro vuol dire morire da vincitori…»

«Lo sa Filo che ultimamente riesco a godermi di più le piccole cose e respirare tanta felicità quando mi dedico dei momenti per me stessa e basta, anche semplicemente distendendomi sul letto ad ascoltare musica o a pensare guardando gli alberi fuori della finestra!?!?!».

«Si sente felice?!?! Mi fa piacere…e per lei Sofia, cos’è la felicità?».

«Eh, bella domanda, a quest’ora poi ed essendomi già giocata la carta acqua e cicchino, ci vorrebbe un Gin Tonic….».

«Sofia?!?!?!!? La prego….»…

«Beh… diciamo che la felicità, alla fine, consiste in quella dolce tensione dell’attendere, ma la soddisfazione che porta al termine dell’attesa non è certo un qualcosa di spiacevole, lo è se pensiamo che dopo non ci sia più niente, se quell’equilibrio attendo-bramo-penso a- e quindi son contento lo pensiamo interrotto al momento della soddisfazione. La soddisfazione è un suggello, non una fine. Dopo questa ci sarà un qualcos’altro cui tendere, cui indirizzarsi; è nell’infinità del procedere verso mete soddisfacenti che si può trovare la felicità. Quello stato in cui la mente non ha tempo di pensare a ciò che potrebbe danneggiarla, perché è indaffarata in quel tendere verso qualcosa che le porterà gioia, contentezza e soddisfazione. Avere sempre un obbiettivo positivo. Obbiettivo che per raggiungerlo richiede, appunto, un’organizzazione, quindi un equilibrio; in questo equilibrio del tendere sta la felicità. Tendere appunto, perché stare continuamente seduti nella soddisfazione dei suggelli ci farebbe venire tutto a noia; suggello come continua conquista, non come meta definitiva. Attenzione: senza suggello arriveremmo alla frustrazione. Vorrei cercare di spiegarmi meglio paragonando la felicità al bacio.»

«Prego» la incoraggio io con un gesto della mano.

«Prendiamo quegli attimi che anticipano un bellissimo bacio fra due persone che si piacciono. Tremori, sudori, battiti impazziti, confusione mentale, effusioni di corpi e profumi, adrenalina, sensazione di estasi, occhi chiusi per lasciare spazio al dolce regno della fantasia, e poi …. leggero calore di un volto che si accosta, l’umido delle due labbra che si accarezzano, mani che ti si appoggiano dolcemente, l’abbraccio che si fa forte e tutto lentamente se ne va per le sperdute strade della passione. Ecco, dire che la felicità sta solo nell’attesa è come se interrompessimo la via al bacio ai tremori iniziali. Vi sembrerebbe appagante? Dire che risieda solo nella soddisfazione vorrebbe dire vivere continuamente il bacio senza quei tremori iniziali. Quanta poesia e importanza perderebbe? Sostenere che la felicità stia in una dolce inerzia vuol dire che è costituita dai tremori, poi dal bacio, poi dalla soddisfazione di tale bacio e, infine, ma fondamentale, dalla gioia che ci dà il pensare che ci possono essere altri mille baci, con calma, nei giorni, nel tempo, con la ritualistica e le sequenze che si devono».

«Sofia, ci siamo, si rilassi, chiuda gli occhi e mi ascolti. Lei lo deve fare più spesso di sedersi per un caffè con la sua mente, prendere il tempo che non si ferma mai, che è il regista della nostra vita, un padre putativo, sposato con mamma “verità”, abbracciarlo per avere la consapevolezza dell’essere qui, ora, con se stessa. A volte nel cammino della vita può succedere di sbagliare, ma ci sono delle cose che la faranno star bene proprio perché le sbaglia. “Io” sono anche errore, debolezza, sono umano, anzi, proprio quando accetto i miei errori, quando mi piaccio con i miei difetti, mi sento felice. Felice per questa sosta, felice perché ho raggiunto un equilibrio proprio calmandomi. L’equilibrio deve venire da se stessa. La verità, la verità, tutti corrono dietro alla verità, la corteggiano e guarda lei come le piace farsi desiderare. Lei fa solo capolino nelle nostre vite. Sofia, vada per la sua strada fatta di circostanze, ogni circostanza ha la sua verità che verrà fuori con la sua risoluzione e il suo “viverla”. Si affaccerà e vi presenterete: piacere sono Sofia, piacere sono la verità, qui, in questo momento, in questa circostanza. Piacere di esserci conosciute, alla prossima circostanza. Anche per la felicità… Guardala la felicità, femme fatale, guardala come si cambia sempre il look, come balla passando da una sala all’altra, da una circostanza a un’altra. Piacere sono Sofia, piacere sono la felicità. Bene vuole un caffè anche lei felicità? Le concederà giusto il tempo di due chiacchiere, poi dovrà scappare. Saranno minuti favolosi, non ci potrà passare la vita altrimenti si stuccherebbe come dice lei, ma solo il fatto di sapere che vi potrete rivedere, la deve fare star bene. Non so come e dove, ma vi rivedrete, magari su un prato, a letto, cantando nella doccia, a un concerto, al lavoro, tra le braccia di un uomo, mentre passeggia, insomma da qualche parte di sicuro vi rivedrete. Deve essere convinta nel difendere la sua libertà interna, una libertà frutto di una propria convinzione e di accettazione di norme sue, non imposte, non dritte e incastonate in binari come dice lei; un treno, una certezza, una consapevolezza forte che viaggia senza binari. Ci creda Sofia!! Se ci sono i binari

lei tende a deragliare. Si appoggi con coraggio al suo compromesso fra caviale e salame. E se ci sono dei momenti in cui si sentirà attraversata dall’odio, dalla rabbia, dal rancore, da sentimenti più negativi, dalla tristezza, si lasci attraversare e basta. Sono treni che arrivano, si fermano e ripartono, ma se non li fa nemmeno entrare in nome di una morale repressiva è quando la attaccheranno da un’altra parte destabilizzandola. Per anni ha vissuto con questa paura dei “diversi” che sono in lei, con frequenti sensi di colpa. Tenga presente questa massima di Seneca “al saggio non può capitare nulla di male: non si mescolano i contrari. Come tutti i fiumi, tutte le piogge e le sorgenti curative non alterano il sapore del mare, né l’attenuano, così l’impero delle avversità non fiacca l’animo dell’uomo forte; resta sul posto e qualsiasi cosa avvenga la piega a sé; é infatti più potente di tutto ciò che lo circonda”. Ci pensi Sofia, la sua forza consisterà non nell’intrappolare la Verità nella gabbia della sua anima, ma creare una sua libertà all’interno del suo teatro interiore. Un ritagliarsi un pezzo di libertà per noi. Ciò genera quell’equilibrio necessario per fermarsi e incontrare la felicità. Cioè: la mente è lì, seduta come spettatrice a godersi la scena di questa bellissima e bravissima attrice chiamata libertà, in questo splendido teatro dell’anima. Si tratta tutto di un generale compromesso, un essersi lasciati andare a quel “tendere verso” che in quel momento culla e isola la nostra mente, la toglie momentaneamente dal gioco del mondo e proprio lì, seduta su quella poltroncina, in quel teatro, assapora quei concetti astratti che tutti insieme ci fanno scorgere da lontano quella bella attrice: la verità. Nell’aria odore di felicità. Direttore d’orchestra: il tempo. La felicità fa sì che si stia bene e stiamo bene quando c’è un equilibrio; c’è un senso di fine e completezza quando ci sentiamo in equilibrio. La verità è l’equilibrio per eccellenza, la somma sintesi di tutti i contesti. Il senso del “progetto vita” nel mondo: un senso che raccoglie tutti i sensi. L’importante è accettare questo lasciarsi andare accettandone anche la fine, perché solo con un continuo cambiamento del “tendere a”, consentiremo di cambiare le scene di questo teatro. Solo attraverso un “tendere a” possiamo avere un contatto con queste dee, felicità e libertà; se vogliamo toccarle a tutti i costi, se vogliamo imprigionarle nella nostra anima a forza, non le avremo mai. Ognuno ha i suoi “luoghi” e modi per incontrarle e sono assolutamente personali e soggettivi. Ma quando sarà lì comoda a sedere nel teatro della sua mente a godersi lo spettacolo della tranquillità, non pensi di essere già a cavallo, e no, proprio lì viene il bello, o il brutto, perché tutto questo va difeso dal mondo esterno, dagli altri, i quali, se vogliono, fanno piovere dentro a quel teatro e allora si va tutti a casa. Lei adesso non ci deve andare a casa, ma deve correre da quell’uomo che ha conosciuto e tirare il rigore più bello della sua vita».

Sofia si alza, si avvicina, mi abbraccia inondandomi col suo profumo fruttato e distendendo le sue forme su di me; i suoi capelli mi sfiorano le guance facendomi partire un brivido lungo la schiena; mi guarda con occhi lucidi carichi di emozioni, si avvia alla porta, si rigira, con una mano e con un innocente e piccante imbarazzo tiene a bada il vestito sollevato dallo spiffero della porta e con altrettanta femminea dolcezza scappa via lasciando elegantemente la scia del suono dei tacchi che scendono le scale……

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