30 febbraio

di Jacopo Nuti

sogni

«Nella maggior parte dei casi, le specie hanno subito una degenerazione e si sono estinte; oppure – e forse questo è anche peggio-hanno gradualmente perso gran parte delle loro funzioni. Gli antenati delle ostriche e di altri crostacei avevano la testa. I serpenti hanno perduto gli arti, gli struzzi e i pinguini la capacità di volare; analogamente, l’uomo può facilmente perdere l’intelligenza……»

Queste le ultime righe del libro che Kendra riesce a leggere prima di essere interrotta dall’annuncio: «Signore e signori tra qualche minuto atterreremo, vi invitiamo a controllare la chiusura del tavolino, a porre lo schienale in posizione verticale, ad abbassare i braccioli e a tenere le cinture allacciate fino a quando il segnale non verrà spento; da questo momento è vietato l’uso di qualsiasi dispositivo elettronico. Ladies and Gentlemen….»

Ennesimo viaggio di lavoro, ennesimo atterraggio, fase di volo da lei più detestata. Questo lento calare, le luci che si avvicinano, gli oggetti e i palazzi che si fanno via via più grandi, un ritorno sulla terraferma, un rituffarsi in un mondo che sembra ormai soffocarla. Ed è in questi frangenti che si sente assalire dalla malinconia. Un sentimento complicato, morbido, una crema della nostra mente assai delicata, a un passo dalla tristezza e a due da quella leggiadra sensazione di piacere che si crogiola nel ricordo e nella nostalgia di un qualcosa. Quando l’indomani fa paura all’oggi, lo ieri non vuole abbandonare l’oggi e l’oggi non sa che fare; qui alberga la malinconia.

Kendra, discreta donna nel mezzo del cammino della vita, dallo sguardo affascinante, il tono piacente, intellettualmente vivida, senza dubbio duttile e di estrema profondità: qualità che fanno la differenza nel suo sex appeal tanto quanto i suoi verdi occhi e i bei capelli scuri. Una passione viscerale per la pallanuoto, sport che ha avuto un ruolo importante nella formazione del suo fisico tonico e armonioso e che l’ha portata a viaggiare e a condividere con amiche e amici momenti di gioia e dolore, momenti che sono parte integrante della sua vita.

Insieme al pianoforte, che non è un semplice strumento per lei, bensì un modo di fare arte, un modo di esprimersi, parlare, gridare senza usare parole ma note che emanano toni. Note che spalancano in lei le porte dell’abisso, uno spazio metafisico dove metterci tutto ciò che non le torna. Sedersi sul suo panchetto e iniziare a suonare e creare melodie la fanno stare bene, la fanno sentire realizzata.

Una candela accesa che oscillando fa muovere le ombre sulle pareti della sua piccola casa in affitto come se seguissero la melodia in sottofondo. E si sente libera, appagata e soddisfatta di se stessa in questi frangenti. Adesso sta tornando da Parigi dove ha venduto alcune statue per conto dell’azienda di antiquariato e oggetti preziosi per cui lavora da anni e della quale è sicuramente un’esperta e bravissima collaboratrice essendoci entrata a lavorare fin da giovanissima.

Troppo forte l’esigenza di autonomia, netta la decisione di non far sì che ciò che era passione, la musica, diventasse routine lavorativa obbligandola a studiare troppo a lungo e ad essere a carico della famiglia. Lavorare per avere gli strumenti per vivere, vivere inteso come coltivazione di ambizioni, di sogni, di arte, di cultura e di passioni. Guai a vivere per lavorare. Solo l’idea le fa venire un tremendo e soffocante nodo alla gola.

Tuttavia è dura, durissima. Troppo. La sua anima è l’emblema perfetto dell’origine del termine stesso: anemos, vento. Lei sta bene in aria, nel vento a osservare dall’alto e distaccata il mondo e i mondanti come dice lei, ovvero i numerosi e spesso fastidiosi abitanti del globo.

Guarda fuori dal finestrino, i tetti sono così vicini che sembra di toccarli, i girasoli piegati, evocando quasi una sensazione di sete, guardano come stanchi il Sole. Inizia a delinearsi la linea gialla della pista di atterraggio, lo scossone dell’attrito ruote-asfalto, la mente di Kendra si sente già incanalata in quel binario di categorie che ha sempre detestato. Ecco l’immancabile applauso post atterraggio come bentornata su questa terra assetata di sensazionalità e apparenze.

Che buffo l’aereo, pensa fra sé, come le assomiglia, quando è in volo esprime tutta la sua potenza e dà il meglio delle sue prestazioni, a terra si muove lemme, impacciato, con le ali che ciondolano leggermente e sobbalza tipo pullman non proprio di ultima generazione. Intorno a lei gente e viaggiatori che parlano, parlano di continuo e manifestano in maniera piuttosto evidente un ingiustificato ed eccessivo entusiasmo, non si sa bene per cosa. La ressa per scendere dal portellone.

Il tunnel prima dell’uscita che rimbomba di gente già al telefono, suonerie a più non posso, acuti di messaggi, persone che non parlano ma vociano.

Arriva finalmente alle porte scorrevoli del terminal, al di là un agglomerato di fauna eccitata, chi per l’amore rimasto lontano tanto tempo, chi per il parente tornato dalle vacanze, chi per l’appuntamento tanto importante di lavoro. Fatto sta che da un certo periodo a questa parte le crea un discreto malessere e un irritante disagio assistere a una smodata esternazione delle emozioni da parte dei mondanti. Lo sta provando pure adesso, è anche un po’ preoccupata per questo, ma lo sa, ne ha già preso atto e rassegnata si appresta ad andare al bar.

Ha voglia di bere qualcosa per alleviare la sensazione di secco che ha in gola. Coda per fare lo scontrino. Una coda disordinata, dove ognuno cerca di farsi strada come meglio crede e riesce.

Botte, gomitate, spinte; un viaggiatore in ritardo le schiaccia un piede con la valigia, Kendra si ritrae d’istinto e urta una signora davanti a lei chiedendole subito scusa.

«Potrebbe stare più attenta signorina, mi ha fatto male sa?!!».

No, proprio no, sente che sta per cedere, rinuncia alla bevuta e si appresta ad avvicinarsi alla fermata sotterranea della metro. Una sosta veloce dal giornalaio. La solita rivista sulla pallanuoto: «Tanto con i tempi che corrono, non si aspetti che cambino le cose, resteremo sempre nella mediocrità.», le parole di congedo del commerciante di giornali.

Non gli risponde e gli accenna un mezzo sorriso di traverso, più di compassione che altro. Non ha né la forza né più la voglia di controbattere. E’ caldo e vuole tornare a casa il prima possibile per riposare e suonare il pianoforte. Si ferma alle macchinette dei biglietti, quelle con operatore sono già chiuse, tra una chiazza di vomito e un odore acre di piscio nota che una è guasta e l’altra non dà resto.

«Pace», dice fra sé, «lo farò con l’sms».

Prende le scale mobili, davanti a lei un uomo di mezza età che fischietta spensierato, dietro una coppia del Meridione che sbraita in video chiamata in diretta su skype.

Arriva al binario, in attesa del solito convoglio delle 19.33. Manca ancora qualche minuto, si siede e osserva intorno a lei. Fin da bambina Kendra è stata molto esploratrice, osservatrice critica ed enormemente sensibile agli odori e ai suoni. Le è sempre bastato sentire un particolare profumo che le ricordasse qualcosa o sentire una musica legata a un certo periodo della sua vita per iniziare a viaggiare con la mente tra mille pensieri ed elucubrazioni.

All’età di dieci anni, mentre il nonno la portava a giro per i boschi estivi, si chiedeva in quale modo, una volta che fosse andata nel Regno dei Morti, qui avrebbe potuto saziare la voglia di bere. Se e come, anche dopo aver abbandonato il corpo, l’anima avrebbe continuato ad avere delle esigenze. Fin da adolescente aveva iniziato a chiedersi tante domande sulla morte e ad avere diverse fobie in merito. Al mare, invece, quando andava con la nonna, tutte le sere, prima di andare a letto, aprivano la finestra del bagno che dava sui monti circostanti la costa. La chiamavano la finestrina e qui si intrattenevano diversi minuti a guardare quei monti, il paesino di cui si intravedevano le luci e a contemplare i rumori circostanti. Spesso a Kendra capitava di vedere una lucina che piano piano scendeva dal monte; era una macchina e a lei piaceva fantasticare sulla storia di vita che portavano con sé gli occupanti di quel veicolo.

Vicino a quella casa passava anche la ferrovia. Ogni qual volta sfrecciava un convoglio, la sua mente provava quel certo non so che di angoscia di un qualcosa che passa e non torna, di un mezzo pieno di vite da raccontare e di persone che scorgeva dai finestrini e che non avrebbe rivisto mai più.

Con questo suo indagare metafisico, si guarda attorno alla solita fermata. Odore di chiuso, misto a sudore, carbone e sbuffo di treno. Un monitor passa un telegiornale: le solite orrende, stancanti, colluse e inutili notizie di una politica ormai distante dalla società e totalmente affaristica. Due amici che ascoltano ad alto volume un video del classico blogger da social network, divenuto star solo perché ha stupito e colpito la zona più bisognosa e assetata del genere umano: la mediocrità, che come una sabbia mobile ti culla nella comodità del non dover scegliere, dell’accontentarsi del semplice, del ridere per il frivolo, del non sbagliare mai, dello stare con chi ci fa comodo e non con chi stimiamo.

Perchè? Perchè tutto questo si chiedeva Kendra cercando di rispondersi: gli uomini, in genere, se si interessano a qualcosa, in quella cosa devono trovare soddisfatto il loro sentimento di sé, allo stesso tempo se si interessano a un altro uomo e a quello che fa, questi deve rispettare il criterio accettato dalla mente dell’abitudine all’uguale. Non staccarsi mai dai riferimenti. L’uguale inteso come modello di pensare che la contemporaneità ha imposto ai mondanti, ormai restii nell’essere davvero attratti dall’altro inteso come diverso, particolare. Paura che l’altro sia troppo diverso da te, quindi meglio chi propone l’assurdo e il ridicolo che però catalogo e gestisco meglio piuttosto che chi mi propone una realtà che è troppo diversa dal consueto. Ecco come Kendra cerca di spiegarsi lo scarso successo della sua pagina on line di musica rispetto a tante altre di ben più spicciola e languida consistenza.

Un’ anziana con la spesa, la gobba arcuata, le rughe, uno sguardo nascosto dietro degli spessi occhiali che le fanno da filtro tra lei e un mondo probabilmente così distante da non sentire più suo. Non le resta che attendere la fine senza alcun ardore di aspettativa. Un uomo con la borsa, palesemente in divisa da lavoro, stanco, viso pallido e gli occhi vagamente tristi e spenti, di chi si sente sia soddisfatto sia dominato e soffocato magari da una famiglia a cui dà tanto e sicuramente da cui riceverà tanto ma che da una parte l’ha anche posto nella situazione di impostarsi in dei binari in cui a volte si sente insoddisfatto e non del tutto realizzato. Indirizzato e attanagliato un po’ come la metro che sta arrivando.

Dei ragazzi tradiscono l’attesa facendo il classico balletto con trenino, stile capodanno al circolo. Cercano di coinvolgere anche Kendra che, infastidita, rifiuta con un gesto secco. Non tollera l’euforia e le manifestazioni di felicità fuori luogo e sopratutto imposte. Le luci della metro le sembrano una salvezza, ma non appena arriva il convoglio, questa massa di mondanti diventa un fiume in piena che assale le porte a mo’ di Visigoti. Decide di aspettare quella dopo.

Quando arriva nota che è nella direzione opposta rispetto al solito. Non ci dà molta attenzione; quello è il capolinea e in qualche modo pensa che riprenderà la giusta via. È totalmente vuota, sale e si siede. Mentre tira fuori il tablet per continuare a scrivere le sue riflessioni sull’uomo fatte prima alla fermata e che da tempo sta annotando, pensa all’indomani e al resoconto della vendita e della trasferta che dovrà dare ai suoi colleghi. E qui il suo apice di malessere raggiunge un punto di non ritorno.

Le piace lavorare in una prestigiosa bottega d’arte dove di grande importanza è l’aspetto psicologico della gestione del cliente. Apprezza il sottobosco culturale dell’ambiente. Tanti anni di gavetta e una fiducia guadagnata sul campo da parte dei suoi due colleghi. Però…… per quello che ha sempre fatto e dato, per la sua dedizione giornaliera e tenace, per quello che vale, sente fiducia ma non stima totale. Probabilmente perché è più giovane, probabilmente perché vedono il mondo in maniera totalmente opposta, fatto sta che se c’è da prendere una decisione un po’ più importante, a volte anche inerente a qualche aspetto più prettamente culturale, che è il suo campo, si sente scavalcata.

E questo le dà una noia. Una noia a tratti insopportabile. Soprattutto quando pensa alle loro vite private: uno sulla via di smettere, vedovo da anni, di grande educazione e lealtà, ma estremamente ottuso, affogato in una vita abitudinaria, talmente affettata e prestabilita che spesso anche una visita improvvisa di un amico può provocargli un fastidio per la routine interrotta. Pochissimi svaghi, una religione presa quasi come un culto pagano per riempire il vuoto dell’esistenza. L’altro ammogliato, più predisposto a quelli che possono essere gli imprevisti familiari, ma piatto, di una razionalità abnorme, ai limiti del disturbo compulsivo. Entrambi senza una passione, uno sport, un’attività che non solo distogliesse loro la mente dal lavoro, ma li predisponesse alla possibilità di emozionarsi, di sognare, di ambire a qualcosa di diverso rispetto al crudo denaro. Totalmente distanti dalla modernità, con pochissimi e rari momenti di spensierata socialità e convivialità.

La vita di Kendra è sballottata come in una giostra dentro questo enorme ossimoro dove da una parte ci sono i mondanti con i loro eccessi del ridicolo, del social, del frivolo, del culto dell’uguale, dall’altra quelli che, mettendosi nel polo opposto, si sono rinchiusi dentro il castello grigio e greve senza tempo della razionalità e di uno stantio conservatorismo. In entrambe le situazioni Kendra prova difficoltà a comprendere un’umanità vestita di egoismo da una mamma appiattita e sgridata da un babbo ottuso.

Dove si è persa la prospettiva? Questo sta studiando e scrivendo per poi tradurlo in musica. Mentre pensa a tutto ciò ha ormai già aperto il file sul tablet e inizia a leggere il lavoro svolto finora per riprenderne le redini. Ripensa a tutte le scene osservate poco prima soffermandosi a pensare sulla delicata questione del perché gli uomini debbano vivere in contesti e tuttavia non riescano più a farlo. L’uomo è passato da vagare per le caverne in cerca di riparo e cibo, dall’aver formato piccole comunità organizzate in maniera semplice, logica e naturale, a essere matricole di complessi Stati civili spesso e volentieri in guerra fra loro. Dove sta il punto di rottura, dove e quando gli uomini hanno perso il senso e lo scopo finale dell’essersi coesi in gruppo o in una comunità? Forse da quando non è più possibile un andamento consequenziale in cui si procede tutti uniti, passo dopo passo, attraverso l’interazione delle varie menti verso uno scopo nitido e chiaro a tutti?

Probabilmente da quando occorre una deontologia, cioè un qualcosa che si erge super partes e si impone, elargendo dall’alto delle leggi, dei criteri, dei dettami, delle direttive, delle normative per fare in modo che quell’unione andata a male non diventi relativismo e, successivamente e conseguentemente, anarchia. Dove è il punto di rottura onde per cui, in una comunità composta da individui, che per semplificare Kendra nel suo scritto chiama a, b, c, d, e, viene a mancare la cooperazione fra i membri e si necessita di una struttura che li regoli? Secondo Kendra quando viene perso di vista il bene comune; l’obbiettivo di quella comunità. L’uomo a un certo punto della sua storia ha capito che unirsi in gruppi sarebbe stato più agevole e produttivo che continuare a vagare solitario per i boschi. Finchè a, b, c, d, e hanno ben presente il perché della loro unione non avranno bisogno di nessun apparato regolarizzatore che li guidi, anzi, i loro rapporti saranno quasi autoregolamentati e saranno sia liberi di caratterizzarsi singolarmente, poiché la loro diversità sarà un’arma in più per avere maggiori ed eterogenei mezzi per il raggiungimento dello scopo finale, sia liberi da qualsiasi burocratizzazione.

Treni senza binari. Potrebbe succedere che a un certo punto e decida di fregare tutti, ma verrebbe messo subito fuori, poiché l’interesse per il bene comune di a, b, c, d è troppo più forte. I problemi secondo Kendra, arrivano quando questa comunità diventerà troppo grande, con tanti membri……… perché in questo caso diventerà sempre più difficile mantenere nitida l’idea di un bene comune. Il sogno, la purezza, la bellezza di tenersi uniti solo grazie alla forza di sognare insieme una meta comune verrà spazzata via dalla distanza che si creerà tra i troppi membri. Una maglia che lascerà spazi all’egoismo e all’individualismo. Due tarli che hanno mangiato l’umanità.

In un gruppo grande viene meno l’ascoltarsi, la collaborazione; emergono le diversità, cominciano le fazioni, nasce l’idea di più beni comuni che può portare al paradosso: esistono tanti beni comuni quanti sono i membri del gruppo, ovvero ognuno pensa solo a se stesso. Ecco sancita la sconfitta del consequenzialismo, dello stare maturamente insieme.

Occorre un apparato che dall’alto rimetta ordine, che parli lui per tutti. Nasce lo Stato con la sua giustizia e burocrazia che ci porta via la libertà da lasciandoci solo la libertà di. Un ente che regoli il profondo tasso di egoismo a cui è giunta la comunità. L’egoismo: il mare che sta affogando il mondo.

E solo dall’atterraggio dell’aereo all’arrivo della metro ce ne sono stati a grappoli di esempi di egoismo. Nel pieno delle sue riflessioni Kendra alza lo sguardo e le casca l’occhio su una locandina di propaganda politica per le imminenti elezioni del sindaco. Da anni ha smesso di credere anche alla politica. Che cos’è la politica? si domanda nella sua mente in tempesta.

Dovrebbe essere un insieme deontologico di norme, normative, direttive, comportamenti, interventi, decisioni, il motore dell’ente suddetto, in realtà ormai è solo una zuccherata retorica con cui nascondere e addolcire la collusione e gli interessi di potere, un teatro dove far sedere i mondanti e fargli credere che la realtà è quella del palcoscenico quando invece ciò che conta è dietro le quinte.

Pensando allo Stato, Kendra ha spesso rievocato il suo severo professore di Latino e Greco del Liceo, con gli occhiali calati sul naso a cui bastava solo lo sguardo per far sì che intorno a lui ci fosse ordine. Una facciata. Lo riempivano di gestacci e risate non appena si voltava.

Kendra sospende un attimo i ragionamenti, lascia il tablet in stand by, si guarda intorno. E’ totalmente sola.

All’improvviso l’annuncio: «Next stop 30 FEBBRAIO».

«Cosa???!!», pensa fra sé, «non l’ho mai sentita questa fermata, ma che sta succedendo!!?!?».

Nella frenesia delle riflessioni, ha perso il senso del tempo. Non si è resa conto di niente. In fretta e furia prende le sue cose, si avvicina alla porta, scende di corsa. Il triplo bip della chiusura delle porte della metro, lo stridio delle rotaie, una stazione ben curata, un giovane padre che arriva con un bimbo sorridente, un silenzio incredibile.

Sale in superficie, un gentilissimo addetto le indica l’uscita. Kendra non si capacita. Da anni la stessa città, da anni la solita fermata, da anni lo stesso orario. Eppure questo le appare come un mondo nuovo. Si tranquillizza, ripetendosi che probabilmente non si è aggiornata sull’ampliamento della linea e adesso si trova in un quartiere mai visitato prima. Mentre sale le scale nota un bellissimo cielo azzurro, di quei cieli talmente puliti che se li fissi ti senti quasi rapito verso l’alto.

Ancora l’ultimo gradino e un bellissimo viale di aranceti si stende davanti a lei. E’ stanca, spaesata, leggermente impaurita, una sorta di curiosità e un’ irresistibile sensazione mistico-magica la fanno camminare come per inerzia. Un vento caldo le accarezza i capelli e quasi l’abbraccia spingendola e accompagnandola nella camminata. Un delicato e leggiadro profumo di agrumi, un marciapiede misto marmo e pietra.

Scorge un baracchino. Si avvicina, non appena il barista si accorge di lei, senza neanche farle aprire bocca, incalza: «La vedo stanca signorina, posso consigliarle una delle nostre speciali spremute?».

Spiazzata da una cotanta solarità e gentilezza, Kendra perde la convinzione di chiedere dove sia e fa a mala pena intuire un con un movimento della testa.

Una vecchia radiolina sta passando della bellissima musica interrotta a un certo punto da un notiziario. «Ascoltiamo», pensa, «potrebbe essere utile per rendermi conto di questa situazione».

Non si parla d’altro che di fatti accaduti in quel di 30 FEBBRAIO. Non solo. Tutte notizie positive, informazioni utili, ciò che è andato storto viene narrato come fosse già risolto. Nessun riferimento alla politica, ai partiti, estrema attenzione alla socialità e a tutto ciò che può essere un interesse comune condito da un grande trasporto emotivo del giornalista.

Una sigla in stile di quella di quando era adolescente chiude il collegamento. La spremuta è pronta, non fa in tempo a girarsi che un anziano le cede il posto del tavolino: «E’ tutto il giorno che mi godo la pensione, adesso è l’ora che vada a casa e lasci il posto a una giovane signora stanca per la giornata lavorativa».

Kendra lo ringrazia regalandogli uno dei suoi bellissimi sorrisi. Si siede e assapora un sorso della spremuta: non aveva mai bevuto niente di così appagante. Di una dolcezza per niente stucchevole, un’arancia con un retrogusto di cannella, delicata come una rosa bagnata di rugiada, una freschezza che sembra coccolarle le papille gustative inebriate dal gusto e da una morbida piacevolezza. Così come quando attraverso gli occhi i raggi della luce disegnano e scolpiscono nella nostra anima le bellezze del mondo, così come quando gli orecchi si fanno annunciatori per la mente di preziose melodie, alla stessa maniera i sensi del gusto ci fanno godere di ciò che è buono arrivando a farci toccare l’appagamento.

Prende il cellulare; prova a localizzarsi con Google. Senza successo. Apre tutti i suoi social network; niente che riesca a farle capire dove sia, però qualcosa di strano lo nota: la sua particolare pagina on line dedicata al pianoforte di un certo tipo, ha avuto un’improvvisa impennata e nota con piacere diversi apprezzamenti e attestati di stima verso i suoi componimenti.

Scorre le varie home delle notizie: non si imbatte nei soliti video autocelebrativi dove bizzarri personaggi più o meno conosciuti barattano la dignità in cambio di una frivola popolarità basata non su una qualità davvero valente, bensì sul banale e sull’irrisorio distogliere i mondanti dai loro binari quotidiani per collocarli temporaneamente e facilmente nell’ovattato e gaudente mondo del ridicolo facendo loro scordare la miseria di una vita condotta con il giogo del saputo, del facile, del non osare, dell’impostato.

Nota poi, attraverso altre news, dell’enorme progresso infrastrutturale e organizzativo di questo posto e studiando le reazioni e i commenti della gente rimane sbalordita dalla quasi totale assenza di ottusità, grettezza, politicità, scontatezza e ritrita retorica spicciola e, spesso, compassionevole.

Pensa all’aridità umana dei suoi colleghi, asfissiati dal lavoro e da una razionalità che li porta a controllare e programmare anche le emozioni.

Cerca su internet 30 Febbraio e scopre che nella storia per 3 volte c’è stato un 30 Febbraio: nel 1930 e 1931 in Russia e nel 1712 in Svezia per vari motivi storici. Non le basta. Si alza, ha voglia di esplorare, va dal barista: «Non ho mai bevuto niente di così speciale!!».

«Ha visto?!?! Che le avevo detto?? Le arance di questo posto non hanno polpa, hanno linfa intellettuale».

Kendra chiede il conto. «Il conto??? che vuol dire?!?», la spiazza l’uomo.

«Sì, insomma quanto le devo?» dice Kendra.

«Non lo so» risponde quasi sconsolato il barista.

«Come, non sa quanti soldi le devo dare?», esclama sorpresa Kendra.

«Quali soldi, qui non esistono soldi, qui esiste un reciproco rispetto. I soldi insieme all’eclissarsi dell’intelletto sono la fine del genere umano. Anche qui c’è chi sta meglio e peggio, anche qui esistono delle differenze sociali, ma senza frustrazioni, senza rancori, senza acredine, sono differenze di aspirazioni, di passioni, di abilità, di sogni. Lei per cosa è ispirata?».

«A me piace la pallanuoto e adoro suonare il pianoforte a modo mio!!».

«Perfetto, bellissimo,» dice con aria soddisfatto il barman togliendosi gli occhiali e proseguendo il discorso indicando con l’indice della mano il fondo del localino: «là dietro c’è un pianoforte, lo usiamo per le serate estive, si accomodi e mi regali una melodia. Qui funziona così…».

Kendra non se lo fa ripetere, le assi di legno di quel baracchino scricchiolano al suo camminare veloce talmente i passi sono frenetici ed eccitati; posa la borsa, si siede, chiude gli occhi, emette un sospirone e parte. Una bellissima musica invade tutto il locale, anche il vento sembra rispettarla, calmandosi e accarezzando i clienti e il vecchio proprietario che, totalmente trasportato dall’incanto di quelle note, rimembra i momenti belli passati con l’amata moglie ormai morta. Anche un gabbiano candido come una tabula rasa, si appoggia con le zampe ai tubolari del tetto, affacciandosi col becco come a voler scorgere la fonte di questa poesia sinfonica.

Kendra finisce il suo pezzo, il barista si asciuga le lacrime, i clienti sembrano quasi ovattati di stupore e meraviglia come elementi di un bosco quando la neve invernale li ricopre. Un uomo che finora se ne è stato tranquillo davanti al suo whisky, si alza, si avvicina a Kendra e lasciandole un suo biglietto da visita le dice: «Sono Freed, ho uno studio di registrazione, la sua abilità è davvero un qualcosa di estremamente apprezzabile, se vuole, sono pronto a darle un’opportunità».

Kendra non crede ai suoi occhi, non tanto per l’occasione, quanto perché qualcuno, per una volta, si è fatto avanti senza sapere chi fosse, senza interessi, raccomandazioni, rassicurazioni preventive, timori e tanti altri ostacoli che spesso per paura e diffidenza ci mettiamo davanti. Stavolta il gioco della stima, dell’apprezzamento tout court senza secondi fini é servito.

«La ringrazio, Freed, io sono Kendra, mi farò sicuramente viva, lei mi ha reso davvero felice».

«E’ ciò che si merita, Kendra e mi raccomando, si ricordi sempre questo: ciò che si fa, lo facciamo con il beneplacito dell’anima e non esiste alimentazione migliore per l’anima della possibilità di sognare. Non si appiattisca mai Kendra, chi muore intellettualmente libero, morirà sempre da vincitore».

Kendra gli stringe la mano e con gli occhi del sorriso lo ringrazia per le dolci e profonde parole. Prende la sua borsa, prosegue la camminata lungo il viale e dopo non molto arriva a una bellissima spiaggia. Si toglie le scarpe con una frenesia quasi adolescenziale e corre verso quel mare blu come i suoi occhi.

Il vento le scompiglia i capelli mori, la salsedine le bacia l’epidermide candida e setosa, le onde della riva sembrano abbracciarla, le rapiscono momentaneamente i piedi affogandoli nell’acqua per poi ritrarsi rispettando il tipico movimento del mare a fine corsa che avanza per poi retrocedere.

Come le piace, le è sempre piaciuto il mare. Intorno una spiaggia abbastanza corta, sassosa e una costa rocciosa. Rimembra quanto da piccola, nei mesi estivi, al mare faceva delle bellissime camminate mattutine lungo riva parlando del futuro con suo nonno, che avendo avuto già una vita trascorsa, la consigliava con la voce rassicurante dell’esperienza.

Le parole di Freed le riecheggiano nella mente e pensa che in fondo il mare sia come una grande anima del mondo: può essere calmo o agitato, sporco o pulito, oggi di un colore, domani di un altro, ora ti può cullare, tra poco ti potrebbe tormentare, proprio come l’anima.

Entrambi danno questa sensazione di infinitezza, di grandezza, ti ci senti avvolto e se ti ci tuffi dentro, ti prendono tutto. Gioia o dolore.

Mentre riflette e rimugina scorge un gruppo di ragazzi e ragazze che fanno il bagno. Hanno preso delle boe, quattro. Due da una parte, due dall’altra un po’ di metri dopo. Una palla. Ma certo. Chiarissimo, stanno giocando a pallanuoto.

Si avvicina e li osserva, sente l’ardore emergere dentro di lei, adrenalina: la passione. Una ragazza del gruppo la vede, le si avvicina e le dice: «Ciao, sono Caterina, tutto bene? Hai bisogno di qualcosa?».

«Ciao, io sono Kendra, stavo passeggiando, vi ho visto, ho un tremendo amore per la pallanuoto e…..», dice Kendra.

«….e cosa aspetti, spogliati ed entra in acqua a giocare», risponde Caterina.

Kendra non se lo fa ripetere, è talmente eccitata che non trova neanche difficoltà a sbarazzarsi del suo fedele pudore. Una partita bellissima, tirata, agonistica, vissuta veramente con ardore da tutti. Quando il sole decide di ritirarsi calandosi dietro il mare mestamente come dopo aver cullato la terra tutto il giorno, il match si conclude con la buona pace di tutti e Kendra viene invitata a rimanere con loro per la consueta grigliata post partita.

Accetta con molto piacere: quelle sardine allo spiedo e altre bontà sia di carne che di pesce, la birra marmata, i discorsi, le risate, i balli, ma sopratutto l’umanità.

Conoscendoli e parlando un po’ con uno e un po’ con altri, scopre persone diverse, accomunate da questa passione per quello sport, ma con aspirazioni, indoli e qualità diverse di stare al mondo. Chi scrive, chi disegna, chi fa le pulizie, chi lavora alla stazione, chi scambia merce. C’è chi è contento di quello che svolge durante la giornata, chi meno perché magari ancora non è riuscito nel suo. Ma tutti hanno gli occhi che brillano di ambizione. Ragazzi eterogenei che hanno tuttavia un enorme e inestimabile comun denominatore: l’umiltà. Nessuno che arrogantemente e pesantemente faccia passare il sue ego come fonte principale di interesse della serata o, peggio ancora, nessuno che dietro la falsa modestia e il dico e non dico nasconda, invece, una fastidiosa dose di mal celata egoicità. Nessuno che debba per forza intraprendere la strada del protagonismo con una patetica e forzata ostentazione del sé.

Si sente capita quando parla, apprezzata nei contenuti anche da chi la pensa diversamente da lei. Nota come in tutti ci sia sempre e comunque una tendenza al costruire col dialogo, non a distruggere, anche nelle diversità. Entusiasmo intellettuale. A fine serata Kendra si isola un attimo: sente che questa esperienza sia stata fondamentale per terminare il suo scritto sui mondanti e si siede a mirare la luna. Pensa che lei c’è sempre stata a fare da lampione serale alla storia dell’uomo, anche quando questo era ancora un selvaggio, prima ancora che si arrivasse ai mondanti.

Cara Luna, se tu potessi parlare……. ripensa alle ultime righe del libro letto prima dell’atterraggio e ritiene che l’intelligenza rischi di fare come la Luna, ovvero che dallo stato di massimo splendore piano piano ci lasci al buio, costringendoci a cambiare razza. Kendra pensa ci sia un annegamento dell’intelligenza e un egoismo di base che fanno sì che davanti alla prima difficoltà questo mondo si trasformi in un tutti contro tutti. Per questo, secondo lei, è stata inventata la giustizia: quell’insieme di norme che fanno sì che quando l’egoismo, l’arroganza e la malvagità dell’essere umano arrivano a essere dannose per chi sta vicino ecco che la giustizia interviene a mo’ di ammortizzatore per attutire i contrasti, stabilire un colpevole e riportare ordine.

A cosa serve questo ordine? Per far sì che un insieme di uomini possa funzionare al meglio. Seduta su uno scoglio, riaccende il suo tablet. Osserva quel gruppo straordinario di ragazzi e pensa che probabilmente anche l’uomo primitivo quando ha creato la prima comunità doveva avere quelle caratteristiche di positiva tensione comune verso uno scopo. D’altronde un individuo a potrebbe avere tutte le qualità di questo mondo, ma sarebbero fini a se stesse se non ci fosse un destinatario (b) o più destinatari (c, d, e, f, g) che certifichino prima, gratifichino poi e giustifichino successivamente quelle qualità. Ecco che a trova dunque soddisfazione e compimento dei suoi scopi e a sua volta sarà destinataria, spettatrice e utente delle qualità di b e così via fino a coinvolgersi tutti reciprocamente. Ecco creato un insieme dove la concatenazione delle attività e delle qualità dei suoi membri fa sì che tutto giri.

I problemi nascono quando la competizione fra a, b, c, d, e, f, g raggiunge livelli eccessivi e quando a vorrà prevaricare e invadere gli spazi di b o c o g…….ecco che allora a, b, c, d, e, f, g stabiliscono delle regole e dei criteri per fare in modo che regga l’armonia. L’uomo è un ente fisarmonica che avanza e retrocede, si sporge nella comunità, vive la socialità perché senza di essa non potrebbe mettersi alla prova, confrontarsi e delinearsi, ma allo stesso tempo è sempre figlio di quel paleolitico che errava per i boschi. Quindi amerà tornare e retrocedere nelle selvagge terre del sè staccandosi da tutti e da tutto.

Ma nel fare questa sorta di movimento a fisarmonica deve essere bravo a capire che non può comportarsi da uomo primitivo quando ha a che fare con altri e poiché non tutti hanno preimpostati i principi di autoregolamentazione ecco che che servono dei garanti, delle garanzie, dei riferimenti.

E qui tutto si è complicato. Eccoci qua, la mancanza di intelligenza ha reso l’uomo succube di burocrazia, carte e principi imposti tanto da perdere il senso del sé selvaggio ma anche naturale, il suo senso nel mondo e nella comunità arrivando a una contemporaneità nascosto dietro una crosta tosta e consistente di categorie e classificazioni, diventate le caverne dei giorni d’oggi dove è facile rifugiarsi e trovare riparo dalle opinioni e dai giudizi degli altri. Un uomo che ha barattato la dignità e l’intelligenza in cambio di una fasulla tranquillità, che ha venduto l’ambizione, l’osare mentale e il sognare per una mediocre tranquillità ingrassata da un ottuso immobilismo che spesso ci rende schiavi di chi abusa dei poteri e dell’egoismo.

Il 30 Febbraio non è il paese della cuccagna, non esistono neanche i soldi. Non è il luogo del tutto bello e facile, è semplicemente una dimensione umana con intelligenza, mancanza di egoismo e di interessi sporchi, una condizione inzuppata nella primordiale scommessa della possibilità di, del poter ambire e sognare, delle leggi non scritte. Eppure l’uomo era partito così, selvaggio fuori ma puro dentro, oggi è bello pulito fuori ma intellettualmente primitivo dentro.

Basta, ha deciso. Non può rimanere lì. L’indomani mattina sarebbe tornata alla fermata per prendere la metro nella direzione giusta: vuole in tutti i modi far capire ai mondanti che si può tornare umani, vuole salvarli dall’estinzione dell’intelligenza, perché il 30 Febbraio può esserci.

Non è impossibile come il 32 Dicembre; basta volere porsi nella condizione di accettare di fare quei due giorni in più dal 28 al 30. Ci proverà, a modo suo, con i suoi mezzi anche musicali pur essendo consapevole della difficoltà del messaggio da divulgare, pur essendo consapevole che non avrebbe trovato gloria adesso e che probabilmente non sarebbe stata capita subito ma d’altronde come sosteneva Hegel un uomo è grande quando condanna altri uomini a interpretarlo.

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