Omaggio alla nazione spagnola

di Simone Borri

Students wear Esteladas (Catalan separatist flag) during a demonstration in favor of the banned October 1 independence referendum in Barcelona, Spain September 28, 2017. The graffiti on the wall reads, "We will vote!". REUTERS/Jon Nazca

FIRENZE – «Gli occhi di tutto il mondo sono su Barcellona e sulla Spagna», scrivevano i giornali spagnoli nel luglio del 1992, all’appressarsi di quella cerimonia di apertura della XXV^ Olimpiade che avrebbe mostrato il volto nuovo del paese che aveva riconquistato da poco la libertà e la democrazia, ultimo nel campo che allora si definiva occidentale.

Gli occhi del mondo sono di nuovo fissati sulla Catalunya, ma quei giorni felici e alla fine gloriosi sembrano lontani come non mai. Stavolta, la Spagna sembra precipitare di nuovo indietro, addirittura ad un altro luglio, quello del 1936 quando le truppe ribelli del Tercio de los Estranjeros di Francisco Franco dettero il via all’Alzamento Nacional che sarebbe sfociato nella sanguinosa, tragica guerra civile. Che avrebbe separato la Spagna dal resto d’Europa per 40 anni.

Difficile stabilire paragoni, forse si tratta solo di suggestioni. Per quanto potenti, perché a vedere gli scontri tra la polizia e gli indipendentisti catalani è venuta a molti alle labbra quella parola che dalle parti delle Ramblas evoca ancora memorie spiacevoli, che si credevano ormai sepolte nel passato.

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Franchismo. Forse si tratta di una parola ormai definitivamente consegnata alla storia, archiviata. Una categoria delle tante che usiamo e che in questo mondo del 2017, che è andato più avanti di quanto ci siamo accorti, non ha più senso evocare per rubricare gli eventi di attualità. Lo aveva semmai ancora nel 1981, all’epoca dell’Alzamento di Tejero brillantemente sventato dalla coscienza popolare di un paese il cui cuore batteva unito per la ritrovata libertà e che si strinse attorno ad un capo dello stato carismatico, di quelli che la storia a volte, come la fortuna, manda in aiuto agli audaci.

Già, è da chiedersi se il vecchio re Juan Carlos avrebbe permesso che le cose in Catalogna arrivassero a questo punto. Che una generazione a cui la libertà, la democrazia, l’indipendenza dello stato spagnolo non sono costate nulla rimettesse in discussione le conquiste di quella precedente, che le aveva pagate a caro prezzo. Offrendo al mondo un’immagine del paese che, comunque vada a finire a Barcellona e dintorni, rischia di trovarsi riportato indietro di trent’anni.

Crediamo che el Rey che riconsegnò la libertà al suo paese un attimo dopo che el Caudillo ebbe chiusi gli occhi per sempre, e poi la difese non solo contro Tejero ma contro qualsiasi suggestione di ritorno al passato identificando agli occhi del mondo il proprio volto con quello di nuovo piacevole a guardarsi della Spagna, avrebbe saputo gestire questa situazione assai meglio del suo algido figlio fischiato non solo dai catalani e di quel governo di Mariano Rahoy che ha consapevolmente o inconsapevolmente limitato all’uso della Guardia Civil la sua azione per tirar fuori il paese da questo possibile e sempre più probabile baratro.

E’ a parere di chi scrive sicuramente più facile e sensato appassionarsi al destino della Spagna intesa come nazione rispetto a quello della Catalogna intesa come comunità che chiede l’indipendenza. La regione ha una lunga storia di aspirazioni indipendentistiche e di antagonismo con la capitale Madrid, ma le ragioni storiche, i cosiddetti sentimenti popolari non bastano più a giustificarla.

Non è soltanto la Costituzione spagnola del 1978 che, al pari di ogni altra costituzione antica e moderna per quanto democratica, esclude la possibilità di secessione. E’ anche il buon senso. In questa Europa alle prese con una Unione ormai vissuta sempre più come matrigna e lontana, che senso ha dividersi ulteriormente? Dove andrebbe una Catalogna indipendente, e accanto a lei, ma separata da lei, una Spagna privata della sua regione più produttiva?

Diventerebbero un sol boccone da parte di quelle lobby economiche della UE che non aspettano altro che la fine dei vecchi nazionalismi, quelli veri, per sbranarsi le economie locali ad una ad una. Lo hanno capito perfino gli scozzesi, il cui sentimento anticentralista (nel loro caso anti-inglese) rimonta ancora più indietro di quello catalano.

Era difficile superare Bannockburn, ancor più di quanto sia stato ragionare di unità nazionale sulle Ramblas o a Montmelò. Eppure gli scozzesi ci sono riusciti, consapevoli che la New Economy rimescola tante certezze della storia passata, anche con l’imminente Brexit. Forse ci sarebbero riusciti anche i catalani, se il gobierno central di Rahoy avesse usato un pugno meno duro. Permettendo una consultazione referendaria senza darle troppa enfasi, che magari si sarebbe risolta con un nulla di fatto come quella di Edinburgo.

Ma la storia di Spagna non è quella di Inghilterra. Rahoy non è Cameron. E forse solo il carisma di un Juan Carlos avrebbe potuto evitare gli scontri di ieri, che vanno – e andranno – ben al di là della contingenza referendaria nelle conseguenze.

CatalognaReferendum171002-003Al punto in cui sono giunti, Spagna e Catalogna sono come due contendenti che hanno perso la testa, spingendosi troppo in là con insulti, provocazioni e vie di fatto. A questo punto qualsiasi cedimento sarà visto come una perdita di faccia, e non come quel provvidenziale ritorno al buon senso auspicabile da chi ha veramente a cuore gli interessi spagnoli così come quelli europei.

Diventa difficile anche valutare la portata di quel risultato ufficioso incredibilmente emerso da urne allestite in modo quantomeno problematico. Dei 5 milioni di catalani aventi diritto al voto, 2,2 sarebbero riusciti ad esprimerlo. Al 90% in favore della secessione. Indipendencia. Gli animi radicalizzati dal muro contro muro che ha preso il via dalla mancata approvazione dello Statuto autonomo concesso a suo tempo da Zapatero e poi rimangiato dalla Corte Costituzionale e culminato nei tumulti di ieri hanno dato un responso che adesso pesa come un macigno.

La Generalitat de Catalunya, con il suo presidente Carles Puidgemont che ha trascorso momenti surreali in bilico tra l’esser considerato un legittimo capo politico investito della volontà popolare (a Barcellona) e un quasi ribelle a capo di un movimento che attenta alla sovranità nazionale (a Madrid), ha già fatto sapere che presenterà il conto al governo centrale. Come, non è dato ancora saperlo, la situazione può evolvere in tanti modi, e nessuno di questi pare promettere un futuro roseo alla nazione iberica.

Carles Puidgemont e Mariano Rahoy

Carles Puidgemont e Mariano Rahoy

Dall’estero, dal nostro paese innanzitutto, si levano le voci di Indignados che forse farebbero bene ad esercitare maggiore cautela. Non soltanto perché presto o tardi potrebbe verificarsi anche qui da noi una situazione analoga (ricordiamo che Veneto e Lombardia hanno chiesto l’indizione di referendum potenzialmente analoghi a quello della Catalogna), e allora gli schieramenti adottati a proposito dei fatti di casa altrui potrebbero essere riconsiderati. Ma anche perché una Spagna indebolita ridurrebbe il peso di un potenziale fronte del Mediterraneo che a ben vedere sarebbe l’unica possibilità, l’unica arma a disposizione per quei paesi, come il nostro, che dalla UE matrigna hanno avuto sistematicamente la peggio.

L’Unione Europea è il nostro scenario di riferimento, la nostra pietra di paragone. E stiamo attenti comunque a sentenziare a proposito di questioni giuridiche, giurisdizionali e di diritto in senso più o meno lato. Secondo il diritto naturale, tutti gli uomini nascono liberi e con pari diritti. Secondo il diritto positivo – quello stabilito dalle leggi effettivamente vigenti – gli uomini godono dei diritti che i rapporti di forza reali consentono loro di conquistare effettivamente.

La partita del Barcellona disputata a porte chiuse

La partita del Barcellona disputata a porte chiuse

E’ diritto dello stato spagnolo difendere la propria integrità. E’ diritto della comunità catalana immaginare il proprio futuro come meglio crede, pur nel rispetto dei patti già statuiti. E’ diritto dell’opinione pubblica europea desiderare di non veder ripetersi – per quanto improbabile – una tragedia alla jugoslava. E’ dovere di tutti, da Edinburgo a Barcellona a Venezia, così come a Londra, a Madrid, a Roma, considerare più attentamente da che parte schierarsi in questa circostanza ed in altre analoghe che dovessero verificarsi.

Il nostro futuro potrebbe essere del tutto diverso da come il nostro passato ci ha abituati ad immaginarlo.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche ad indirizzo storico, e lavora come dipendente nella pubblica amministrazione. Tra le sue passioni ha un posto importante la Fiorentina, è tifoso viola da sempre.


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