Il Giorno di Colombo

di Simone Borri

Niña, Pinta e Santa Maria

Niña, Pinta e Santa Maria

FIRENZE – Le municipalità di San Francisco e Los Angeles hanno stabilito che oggi in luogo del tradizionale Columbus Day – la ricorrenza dello sbarco di Cristoforo Colombo a Guanahani/San salvador a cui si fa risalire la scoperta dell’America – si festeggi piuttosto una non meglio precisata Festa dei Nativi Americani. A quanto pare, ci sia consentita la battuta, c’é un motivo se il nome originario di Frisco era Yerba Buena, ma non è questo il punto. Sarebbe come se dalle nostre parti si accantonasse la ricorrenza del Natale di Roma sostituendola con la Festa delle Palafitte, la Giornata degli Osco-Umbri o dei Sanniti.
Per chi ancora considera la Storia una cosa seria, invito a continuare a considerare il 12 ottobre 1492 come una data fondamentale nel calendario dell’umanità, e per il motivo specifico per cui fu codificata. Di cui noi italiani tra l’altro abbiamo ragione una volta tanto di essere orgogliosi.
L’importanza dell’impresa di Colombo non sta tanto nella terra che raggiunse e – inconsapevolmente – scoprì (anche se quella terra ha acquisito una sempre maggiore importanza nella nostra storia, con buona pace dell’antiamericanismo di avanguardia e retroguardia). Ma sta piuttosto nel fatto stesso di essere partito. Di avere avuto il coraggio di sfidare la madre di tutti i tabù dell’epoca: il passaggio di quelle Colonne d’Ercole che bloccavano l’Uomo e il Mondo fin dall’Antichità. L’aver riscoperto l’essenza stessa dello spirito dell’uomo occidentale, quale era stata codificata da Ulisse di Itaca più di due millenni prima.
Questa è la grandezza di Cristoforo Colombo, marinaio genovese (con buona pace degli amici spagnoli). Se qualche transgender culturale adesso tra le tante revisioni storiche in atto vuole cancellarne l’impresa ed il suo significato, pazienza. Il mondo va avanti e dell’erba di pessima qualità fumata a San Francisco o a Los Angeles, ci sia ancora consentita la battuta, prima o poi sarà disperso anche l’odore rancido che tenta di pervadere adesso l’aria.
Dice: ma gli indiani d’America sono stati sterminati. Certo, anche i Galli, i Cimbri, i Teutoni, i Cartaginesi, i Fenici, gli Assiro-Babilonesi, i Maori, gli Inuit, gli Inca, i Maya, e quant’altri. E’ la storia, bellezze. Le civiltà più arretrate vengono sopraffatte da quelle più evolute, è sempre successo e sempre succederà. E anche quelle imbolsite come la nostra, peraltro. Che hanno dimenticato la loro stessa ragion d’essere, così come una volta ne erano giustamente orgogliose.
E’ bello e suggestivo immaginarsi tutti figli del Grande Spirito, a caccia del Bisonte Bianco, calpestando una terra che appartiene solo a se stessa ed al vento che la spazza, dai Grandi Laghi fino al Grande Mare. Ma la storia purtroppo non funziona così. E allora, tra tanti miti sballati più o meno psichedelici, rendiamo grazie ogni giorno di poter raccontare ancora a noi stessi e ai nostri figli la storia di quel marinaio, Rodrigo De Triana, che dalla coffa della Santa Maria la mattina del 12 ottobre 1492 intravide qualcosa e lanciò quel grido: «Terra!», che voleva dire salvezza per lui e per i suoi compagni, e per tutti noi un destino diverso, e sicuramente migliore, di quello che avrebbe potuto essere. Chiusi come eravamo nel nostro Piccolo Mondo Antico.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche ad indirizzo storico, e lavora come dipendente nella pubblica amministrazione. Tra le sue passioni ha un posto importante la Fiorentina, è tifoso viola da sempre.


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