L’equinozio, il calendario e la fine dell’estate

di Simone Borri

autunno170922-002FIRENZE – E’ il giorno dell’Equinozio. Il Sole è allo zenith rispetto all’equatore terrestre, la durata della notte e del giorno si equivalgono, succede due volte l’anno, in occasione dei cambi di stagione a primavera ed in autunno.

Ma a differenza dell’equinozio di primavera e dei due solstizi estivo e invernale (solstizio sta per sole fermo, nei punti rispettivamente di massima vicinanza e massima lontananza dalla Terra lungo l’orbita ellittica apparente attorno ad essa) che cadono il giorno 21 (di marzo, giugno e dicembre), l’equinozio d’autunno cade in alternativa il giorno 22 settembre oppure il 23, e ad ore sempre diverse.

La ragione sta nel fatto che il moto di rivoluzione della Terra intorno al Sole ha una durata temporale di 365 giorni ed un quarto, e per riallineare quel tempo con il calendario in uso è necessario ogni anno spostare almeno una delle quattro date di cambio stagionale, così come ogni quattro anni è necessario aggiungere un giorno ai 365.

E’ il cosiddetto calendario gregoriano, adottato ormai da tutto il mondo occidentale. Le sue convenzioni regolano il calcolo del tempo ufficiale in tutto il mondo, anche se una buona metà della popolazione mondiale adotta ancora invece il calendario giuliano.

La storia del calendario è stata affascinante ed avventurosa. Fin dall’antichità, il succedersi dei giorni che scandisce le nostre vite terrene e lo stesso computo degli anni a fini storici e civili è stato associato al moto degli astri. In particolare dell’astro che ci da la luce e del nostro pianeta che vi ruota attorno. Malgrado l’uomo moderno abbia dovuto lottare duramente per sostituire il geocentrismo tolemaico con l’eliocentrismo copernicano (complice anche una Chiesa Cattolica che ne aveva fatto una questione di ben altra portata, essendo alla base della stessa filosofia sottesa al suo potere temporale), era noto fin dall’Antichità che è la Terra che ruota intorno al Sole, e che per farlo completando quella che si chiama orbita impiega 365 giorni, 5 ore, 48 minuti e 45 secondi.

Il mondo antico sugli astri ne sapeva molto più delle epoche successive, almeno fino a quella contemporanea. Sapeva soprattutto che il loro moto e tutto ciò che esso influenzava sul pianeta da noi abitato era il metro fondamentale, l’unità di misura insostituibile per segnare il tempo della vita umana, con l’alternarsi del giorno e della notte, le sue stagioni, le sue annate, le sue nascite, crescite e morti.

L’anno divenne ben presto il tempo amministrativo standard. Il problema era misurarlo con precisione, affinché il calendario astronomico e quello umano restassero sempre al passo. Ci voleva una autorità centrale che imponesse al mondo antico una uniformazione delle unità di misura, compresa quella temporale, affinché dovunque si trovassero i cittadini di quel mondo vivessero la stessa ora, lo stesso giorno, gli stessi mese ed anno.

Questa autorità fu provvidenzialmente fornita, almeno per il mondo conosciuto del bacino del Mediterraneo e dei tre continenti che vi si affacciavano, dall’Impero Romano. E’ opinione comune degli storici che la grandezza di Roma Antica non sta tanto nell’aver conquistato il mondo (perlomeno ciò che si intendeva per mondo allora) quanto nell’avergli imposto leggi e costumi che in epoca moderna l’uomo non ha potuto fare a meno di riprendere e semmai limitarsi a migliorare nei dettagli, tanto erano efficaci ed accurati nella loro concezione.

Tra le tante questioni sul tavolino degli organizzatori dell’Impero giaceva proprio quella della misurazione del tempo. Quel 365 giorni, 5 ore, 48 minuti e 45 secondi non andava bene, non era divisibile per un numero finito di giorni, non permetteva alla macchina imperiale di funzionare con efficienza. Il contadino dell’Hyberia, quello della Britannia, quello della Bitinia avevano da sapere con certezza in che data iniziare a seminare o a raccogliere (e a pagarci sopra le tasse). Il Senato necessitava di nominare consoli, tribuni e pontefici con esattezza burocratica. Il computo dei giorni basato su 24 ore dall’alba al tramonto alla fine di ogni anno sfasava di circa sei ore. Nell’arco di un secolo, lo sfasamento era di 24 giorni, quasi un mese in più.

Statua di Giulio Cesare, Piazza Tre Martiri, Rimini

Statua di Giulio Cesare, Piazza Tre Martiri, Rimini

Gli anni a Roma si contavano ab Urbe condita, dalla Fondazione. Quando divenne Pontefice Massimo il più grande dei suoi cittadini, Caio Giulio Cesare, ne erano passati circa 710. La vecchia Repubblica che aveva sconfitto Cartagine scricchiolava sotto i colpi delle guerre civili e soprattutto della necessità di amministrare un dominio imperiale in crescita prodigiosa, proprio grazie a Cesare. Il dictator che pose fine al regime repubblicano e favorì l’avvento di quello imperiale assommava nella propria persona diverse cariche. Quella di Pontefice Massimo gli dava il potere di supervisionare tutto ciò che aveva a che fare con la religione. E tutto ciò che ne derivava, dalla coerenza del diritto romano nella sua applicazione fino al funzionamento della macchina amministrativa. E quindi dei suoi calendari, scadenze e ricorrenze.

Mentre gli astronomi studiavano e i burocrati dibattevano, Cesare ebbe l’intuizione geniale (una delle sue tante) di aggiungere al calendario solare vigente, quello elaborato dal greco Sosigene di Alessandria, un giorno di bonus che riavvicinava il tempo terrestre a quello astronomico. Era il 46 a.C., il calendario giuliano che sarebbe durato in vigore più di 1.600 anni, aggiungeva 24 ore sei giorni prima delle Calende di marzo, il giorno che dava inizio al mese che dava inizio all’anno per gli antichi Romani. Questo giorno aggiuntivo era chiamato bis sexto kalendas Martias, da qui il nome bisestile.

Con l’avvento dell’Era Cristiana, la suddivisione dell’anno in dodici mesi (con l’aggiunta dei due dedicati a Giulio Cesare ed al suo successore Ottaviano Augusto) e la loro suddivisione in giorni numerati progressivamente, fu stabilito che il giorno extra cadesse il 29 febbraio. L’anno non cominciava più con l’Equinozio di Primavera, ma il Bisesto continuava a cadere a ridosso di esso.

Per quanto geniale, l’idea di Cesare tuttavia aveva una pecca: arrotondava non più per difetto ma per eccesso. Un giorno in più ogni quattro anni infatti era troppo, gli astronomi (che per quanto condizionati dalla dottrina tolemaica quando dovevano fare calcoli seri abbandonavano la Bibbia ed Aristotele e prendevano in mano strumenti più scientifici) avevano computato che dai tempi di Cesare il nostro calendario avesse accumulato un surplus di circa 10 giorni.

Cardinale Ugo Boncompagni, poi Papa Gregorio XIII

Cardinale Ugo Boncompagni, poi Papa Gregorio XIII

Si incaricò di porvi rimedio Papa Gregorio XIII. Quando fu eletto Successore di Pietro, il cardinale Ugo Boncompagni di Bologna aveva già alle spalle un successo significativo, la regia dietro le quinte del Concilio di Trento che aveva istituito la cosiddetta Controriforma. Era destinato come Papa a legare il proprio nome ad un evento ancora più importante: l’introduzione del calendario che porta il suo nome. E che grazie alla colonizzazione del mondo – stavolta l’intero orbe terracqueo – da parte delle potenze cattoliche era destinato a diventare il calendario universale.

Gregorio XIII azzerò lo sfasamento dei 10 giorni decretando che il mese di ottobre del 1582 ne avesse solo 21, saltando quindi dal giorno 4 al giorno 15. Stabilì inoltre che gli anni bisestili fossero solamente quelli divisibili per quattro, eccetto gli anni secolari che sono bisestili solo se divisibili per 400. Con il che, lo sfasamento astronomico diventava sostanzialmente infinitesimale.

Terminate le Guerre di Religione, anche i paesi protestanti finirono per abbracciare il calendario gregoriano. I paesi di religione ortodossa invece mantengono tutt’oggi quello giuliano, ed è il motivo per cui la Rivoluzione russa d’Ottobre secondo il nostro calendario ebbe in realtà inizio il 7 novembre. I paesi Islamici mantengono a loro volta un loro calendario, che prende il via dall’Egira (la fuga di Maometto dalla Mecca che segna l’atto fondativo dell’Islam) e computa da allora annualità di 12 mesi di 30 giorni ciascuno. Fa eccezione la sola Turchia, che grazie alla rivoluzione laica di Kemal Ataturk abbracciò il calendario gregoriano nel 1924.

In tutto il mondo, comunque, oggi cambia stagione, e notte e giorno hanno la stessa durata. Con un’unica differenza, che nessuna convenzione umana può intervenire a correggere. Nell’emisfero boreale, il nostro, oggi entra l’autunno, la stagione delle foglie che ingialliscono e muoiono. Nell’emisfero australe il mondo si apre alla stagione del risveglio. Comincia la primavera.

«Si sta come d’autunno sugli alberi le foglie» (G. Ungaretti)

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Lavora nella pubblica amministrazione. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


Visualizza gli altri articoli di Simone Borri

Potrebbe interessarti anche ...

Commenta l'articolo