A Marcinelle non avevano l’iPod

di Simone Borri

Il rogo della cava al Bois de Cazier presso Marcinelle

Il rogo della cava al Bois de Cazier presso Marcinelle

FIRENZE – Un nome che da oltre 60 anni tutti pronunciano con malcelato orrore. Un nome che tocca corde profonde e dolorosamente sollecitate per tanto tempo a venire, almeno finché non si sarà estinta o stemperata la nostra memoria storica. Per chi la possiede, ovviamente. Se Vajont è sinonimo di disastro ambientale oltre ogni immaginazione, Marcinelle è diventato sinonimo di tragedia della povera gente, altrettanto inimmaginabile. L’incendio che scoppiò l’8 agosto 1956 nella miniera di Bois du Cazier presso la località belga, con i suoi 262 morti intrappolati nelle profondità della cava – in gran parte italiani – non fu nemmeno il più grande disastro del genere. A Monongah, Virginia occidentale, nel 1907 ne morirono almeno il doppio, e anche a Dawson, New Mexico, nel 1913 lo score fu tragicamente più alto.

Ma si trattava di epoche pionieristiche, di luoghi lontani, delle disgrazie e del loro orrendo bilancio di vittime avevano saputo solo in pochi. I familiari e coloro che leggevano il giornale, in un’epoca in cui l’analfabetismo era una causa altrettanto grande della povertà nel determinare quelle condizioni di vita disperate che spingevano tanti nostri connazionali a cercare fortuna all’estero.

Marcinelle fu un’altra faccenda. Nel dopoguerra, terminata la ricostruzione e non avendo ancora visto partire il boom economico, gli italiani che emigravano erano sempre tanti, ma adesso le loro storie erano raccontate dalla radio e dalla nascente televisione. La sciagura sotterranea del Bois du Cazier ebbe una copertura mediatica a cui non poté sottrarsi nessuno, fu la prima ad essere raccontata in mondovisione, praticamente.

E Marcinelle rimase nel nostro vocabolario come un nome maledetto, da sussurrare con rabbia e terrore. Sentimenti rinnovati e rinfocolati quando alla metà degli anni novanta la località belga tornò alla ribalta della cronaca per essere stata il teatro d’azione del mostro Marc Dutroux, il pedofilo che aveva torturato e ucciso quattro ragazzine e a cui altre due erano sfuggite per miracolo. Per ironia della sorte, Dutroux era nato proprio in quel 1956 maledetto, a pochi mesi di distanza dall’incendio nella miniera. Agli italiani che ascoltavano i resoconti di quel nuovo orrore, Marcinelle suonava come l’eco di altro orrore, infinitamente – se possibile – più grande.

Minatori italiani nelle viscere della terra belga

Minatori italiani nelle viscere della terra belga

Fu la tragedia che gettò luce su un’altra tragedia, in atto da almeno un secolo. L’emigrazione degli italiani verso le Americhe o quelle zone del continente europeo dove c’era lavoro fu un fenomeno drammatico, uno stillicidio di sofferenze indicibili, di vite disperse, spezzate, quasi mai gratificate dalla buona sorte. Per chi vuole avere un’idea delle dimensioni di questo fenomeno e non ha, o non ha più, in famiglia l’opportunità di ascoltarne la storia dalla testimonianza diretta di qualche parente, basta recarsi al Museo dedicatogli all’interno dell’Altare della Patria a Roma. Un’esperienza decisamente toccante.

La storia di Marcinelle la conoscono tutti, o dovrebbero conoscerla. E’ come quella di ogni altra tragedia entrata a far parte del ricordo doloroso della nostra gente, della nostra storia. Ma negli ultimi anni ha acquisito un significato addirittura più emblematico, in rapporto all’attualità. Un’attualità che non manca di provocare rabbia, ed è una rabbia che contrariamente al solito non può accontentarsi di restare in silenzio, soffocata nelle pieghe di un nome che a cadenza annuale viene sussurrato di nuovo con inquietudine (sempre più attenuata), per poi tornare nel’oblio del nostro calendario.

Il silenzio, semmai, dovrebbe essere consigliato a chi ha l’indecenza di azzardare certi paragoni. Quando vediamo per la strada questi signori che qualcuno chiama risorse, che passeggiano ben pasciuti e mai indaffarati, vestiti da capo a piedi di capi firmati, con le cuffiette dell’iPod alle orecchie e con l’iPhone in mano, sarebbe il caso di evitare di dire – dal presidente della repubblica all’ultimo cittadino di questo paese – che anche noi eravamo così, anche noi siamo stati migranti. A Marcinelle avrebbero voluto avere almeno le cuffiette, per poter parlare un’ultima volta con chi delle loro famiglie aspettava in superficie ora dopo ora, notizia dopo notizia, in preda a una disperazione che da allora non ha più avuto pace.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche ad indirizzo storico, e lavora come dipendente nella pubblica amministrazione. Tra le sue passioni ha un posto importante la Fiorentina, è tifoso viola da sempre.


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