La menopausa della Repubblica

di Simone Borri

Emanuele Fiano

Emanuele Fiano

FIRENZE – L’Italia che si riversa sulle spiagge per sfuggire alla calura lascia come sempre incustodite le stanze del potere e le piazze antistanti, e come sempre il potere è pronto ad approfittarne. Mentre qualcuno – forse perché costretto dall’afa a cui non può sottrarsi, meschino – sarebbe propenso ad interrogarsi su quisquilie come il fiscal compact ed il mancato sostegno della UE all’Italia sui migranti, il partito di sgoverno scopre che il problema principale del paese è il fascismo.

Emanuele Fiano, tuttofare PD con delega alle riforme (suo è il pasticcio finale sulla legge elettorale felicemente naufragata in Parlamento la scorsa primavera) si fa avanti con un disegno di legge che intende finalmente perseguire l’apologia di fascismo. Come se in Italia nessuno se ne fosse mai occupato, a partire da quel 25 luglio 1943 in cui il problema si pose all’attenzione generale.

Bacchettando sulle dita i distratti Salvemini, Calamandrei, Terracini, Iotti e tutti coloro che nel 1947 presero evidentemente il problema sottogamba nello scrivere la Costituzione che il PD ha tentato più volte di riformare (molti, il 60% circa, dicono: stravolgere), il prode Fiano presenta un disegno che ancora una volta mette d’accordo tutti (gli altri partiti) sul giudizio. Ovviamente negativo: l’ennesima legge liberticida di un partito che nei suoi simboli ancestrali aveva scritto, tra l’altro, Libertas.

Dopo il trattamento sanitario obbligatorio connesso alle vaccinazioni imposte per legge (per l’esercizio di altri diritti fondamentali o per l’adempimento di obblighi imprescindibili come quello scolastico) in violazione dell’art. 32 che tutela il diritto individuale alla salute, il Partito Postdemocratico tira fuori dal cilindro un’altra innovazione epocale.

Neanche negli anni bui del terrorismo nessuna forza politica aveva mai ceduto alla tentazione di leggi speciali. Alla introduzione di quello che viene giustamente definito reato d’opinione, la cui espressa imperseguibilità dev’essere il primo principio ineludibile di una democrazia che voglia continuare a definirsi occidentale.

Ecco dunque il PD che scopre il pericolo fascista nel 2017, settanta anni dopo l’entrata in vigore della XII disposizione transitoria della Costituzione medesima, poi attuata dalla cosiddetta legge Scelba, dal nome del ministro della Repubblica che se ne fece promotore. Con il viatico della presentazione da parte di volti non proprio accattivanti del panorama progressista nazionale (soprattutto, dispiace dirlo, femminile, quali Boldrini, Finocchiaro, Kyenge) arriva dunque alle Camere la classica toppa peggiore del buco a cui vuole, a suo dire, rimediare.

Come ogni legge che si prefigge di prevenire il fascismo, finisce per essere più fascista di quelle che l’hanno preceduta. Perseguire il reato d’opinione poteva venire in mente soltanto ad una classe politica, quella post-cattocomunista del PD, allevata a suo tempo in un brodo di coltura – e di cultura – sostanzialmente antidemocratico. Perfino Grillo con il suo blog appare più libertario del Comintern che sta cercando di condizionare il sistema con una serie di leggi liberticide (prossimo passo, lo Jus Soli, ovvero il diritto di invasione garantito a moltitudini che non dovrebbero essere qui, sempre a norma della vigente Costituzione; anzi, non dovrebbero nemmeno imbarcarsi) prima che il sistema lo ribalti definitivamente.

L’ultima speranza del PD – a parte Renzi che ormai pretende di andare a parlare a titolo personale perfino con le istituzioni comunitarie credendo forse di poterle imbonire come i percettori degli 80 euro, e si trincera dietro lo stolido hashtag #AVANTI manco fosse l’assai più prestigioso Savoia Cavalleria – è quella di distrarre un’opinione pubblica stanca, accaldata, avvilita mentre con la mano nascosta del prestigiatore fa passare di sottobanco gli espedienti con cui si illude di sopravvivere.

Così, ad esempio, mentre su tutte le spiagge italiane monta la protesta contro l’assedio di extracomunitari (non si può più dire vu cumpra’, Fiano non perdonerebbe), si parla di Ostia e di Chioggia, dove la ggente, il popolo può essere connotato – e liquidato – come di destra. Non si parla di Capalbio, dove gli Asor Rosa e degli altri VIP progressisti con la erre moscia della Piccola Atene storcono la bocca al pensiero di quei 50 immigrati che toccherà pure a loro sorbirsi. Pardon, tollerare. Pardon, ospitare. Caro onorevole Fiano, grazie, non si sa più come parlare.

Il nostro paese ha passato tanti momenti brutti (e parafrasando lo splendido Scipione l’Africano di Luigi Magni e Marcello Mastroianni, non ci preoccupiamo, poi viene sempre er momento peggio). Questo che stiamo vivendo non sappiamo come altro definirlo, se non La Menopausa della Repubblica.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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