Il diritto del suolo e quello del sangue

di Simone Borri

Valeria Fedeli

Valeria Fedeli

FIRENZE – A quanto pare, l’introduzione dello Jus Soli in Italia è la battaglia che qualificherà la civiltà del nostro tempo. La parafrasi di una affermazione a suo tempo rivelatasi improvvida di Neville Chamberlain (il primo ministro inglese che più di ogni altro fu responsabile dell’ascesa di Adolf Hitler) ci sembra quanto mai calzante, visti gli esiti disastrosi che avrebbe l’approvazione di una simile riforma del nostro ordinamento per quanto riguarda la concessione del diritto di cittadinanza.

Come ha felicemente (si fa per dire) commentato qualcuno, la penisola italiana diventerebbe in un batter d’occhio la sala parto del continente europeo. Un’immagine che non ha bisogno di commenti. La mobilitazione del cosiddetto mondo della cultura (Roberto Saviano e Fiorella Mannoia sono rubricati in quota ad esso), della Chiesa Cattolica in crisi di vocazioni, del mondo politico (il Partito Democratico in crisi di voti, ma anche i Cinque Stelle in vena di scambi), del mondo delle ONG (Cecilia Strada di Emergency riprende, con appena un po’ più di garbo del padre Gino, toni e argomenti già usati da questi in materia di vaccinazioni obbligatorie, l’altra battaglia di inciviltà intrapresa dalla sinistra governativa e non) è impressionante per quanto clamorosamente infondata. E tutti citano più o meno a sproposito Don Milani, che dalla sua nuvoletta lassù in questo momento se la ride sicuramente beato.

Dicono – Mattarella, Gentiloni – che per di più si tratti di una battaglia da combattere in fretta, quasi un’emergenza sanitaria o di protezione civile, una specie di morbillo delle nostre coscienze. Il faut faire vite, disse il primo ministro austriaco Friedrick Von Beust a quello italiano Giovanni Lanza all’epoca della presa di Roma. Bisogna fare in fretta, la Francia si sarebbe riorganizzata presto dalla sconfitta con i Prussiani nel 1870, e avrebbe posto di nuovo il protettorato sulla agognata capitale pontificia.

Fare veloci sembra diventato il motto dei cosiddetti progressisti. Le ragioni sono quelle – politiche ed economiche – più volte indicate e sviscerate nei mesi scorsi anche su queste colonne. I partiti, o per meglio dire, le forze al governo sanno benissimo che l’elettorato ormai è ampiamente disgustato da loro, e sperano che una cittadinanza concessa a tambur battente porti al diritto di voto già alle Politiche dell’anno prossimo. Con il sottinteso che i tanti nuovi italiani votino PD o affini. Poi c’è la questione di un’economia sempre più complementare a quella mafiosa e sempre meno a quella europea e mondiale. Lavoratori ricondotti alla condizione di bracciantato pre-Rivoluzione Francese fanno comodo a tanti imprenditori, compresi quelli che si trovano a capo di tante ONG.

E’ una battaglia di inciviltà, dunque, che usa violenza al buon senso, alla buona amministrazione del nostro paese, ai diritti di chi cittadino italiano lo è davvero, come stabilisce l’ordinamento giuridico tramandatoci dalle generazioni succedutesi dai tempi dell’Impero Romano: per diritto di sangue. Si è italiani perché si nasce da italiani. Perché in questo senso ci si tramanda uno status, una condizione, un complesso di diritti e doveri.

Lo Jus sanguinis è proprio non solo della cultura giuridica del nostro paese, ma di quella di tutti i paesi europei che hanno ereditato il loro ordinamento giuridico dal Diritto Romano. Con alcune eccezioni parziali, ed una sola totale, ma significativa.

Lo Jus Soli, il diritto di cittadinanza acquisito per il fatto di trovarsi al momento della nascita su un determinato suolo, è proprio del diritto anglosassone. E non a caso. La storia dell’Inghilterra a partire dalla fine dell’Impero Romano e fino a Guglielmo il Conquistatore è stata fatta di ondate migratorie da parte di popolazioni più o meno barbare che stabilivano con le armi il proprio diritto ad essere cittadini – nel caso specifico, dominatori – di quel territorio che conquistavano. Sassoni, Vichinghi e Normanni conoscevano una sola legge, quando sbarcavano nell’isola da cui le Aquile imperiali se n’erano ormai andate: quella della spada. Da che mondo è mondo, lo Jus Soli si è affermato con le armi dei migranti.

Gli inglesi colonizzatori del Nordamerica lasciarono il proprio corpus juris in eredità agli Stati Uniti d’America, che furono ben contenti di ereditare tra l’altro lo Jus Soli, avendo da costruire una nazione, colonizzare un territorio sterminato, creare un popolo e un sistema di valori fondendo e riciclando quelli dei migranti che a getto continuo sbarcavano sulle loro coste. Diversa invece, a gioco lungo, la storia dell’Australia, che di immigrazione comincia da tempo a non poterne più, tanto da aver sempre più temperato, mitigato lo Jus Soli sul proprio suolo.

L’Europa continentale ha sempre adottato lo Jus Sanguinis, avendo il problema opposto comune a tutte le etnie e le nazionalità che la compongono: preservare la propria identità culturale. Stretta tra le invasioni barbariche (oggi si chiamano migrazioni, richieste di asilo) da est, da sud e ormai da ogni dove, le nazioni europee hanno mantenuto l’eredità dei Romani, che avevano concesso la cittadinanza nel proprio Impero solo a ragion veduta, almeno finché la forza delle Legioni glielo aveva consentito.

Unica eccezione anch’essa significativa, la Francia, che dopo un periodo di deriva giuridica a favore del suolo conseguente alla necessità di legare a sé, culturalmente e politicamente, le popolazioni delle ex colonie, a partire dagli anni 90 e con l’insorgere del problema islamico ha pensato bene di temperare questa deriva, mitigando lo Jus Soli con il togliergli automaticità. Si diventa cittadini dopo cinque anni di permanenza sul suolo francese, e solo su richiesta, anche se si è nati lì. Tra il loro Jus Soli ed il nostro Jus Sanguinis ci sono, in sostanza, cinque anni di attesa di differenza.

E noi? Come al solito, il popolo da una parte, le élites politiche, culturali, spirituali, economiche dall’altra. La battaglia di civiltà sarebbe ridare dignità a questo paese e a chi lo abita e vi risiede per diritto di sangue (e di cultura, aggiungiamo: è italiano chi se lo sente nel cuore, non chi lo vorrebbe per opportunità, o comunque in secondo piano rispetto alla fedeltà ad una religione, l’Islam, che non conosce coabitazioni o integrazioni).

Come tutte le battaglie condotte in questo paese, il tentativo di combatterla con le buone non paga, di fronte ad un Parlamento che tenterà in tutti i modi, anche e soprattutto con quelli surrettizi, di far passare una norma odiosa e priva di fondamento, nonché di opportunità. La parola, si è visto l’altro giorno, sta passando inesorabilmente alle maniere cosiddette cattive. Non l’ha capito, tra gli altri, la presidenza della Camera dei Deputati che ha tentato di imbavagliare la legittima opposizione parlamentare di Lega Nord e Fratelli d’Italia, l’ultimo baluardo di una prassi politica ancora mantenuta nei binari della legalità.

Disgraziata la patria che ha bisogno di fare a botte, ogni volta che si tratta di salvaguardare un principio. E’ un’altra parafrasi, stavolta di un intellettuale che oggi probabilmente avrebbe ribrezzo ad essere etichettato di sinistra, visto ciò che la sinistra è diventata.

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche, indirizzo storico. Tra le sue passioni la Fiorentina, di cui è tifoso da sempre, la storia, la politica, la letteratura, il cinema.


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