Il Natale di Roma

di Simone Borri

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Rappresentazione della Lupa e dei gemelli             attribuita ad ignoto artista medievale – Roma,    Musei Vaticani

Secondo la leggenda, Romolo e Remo tracciarono un solco e delimitarono i confini della nuova città, ed anche il recinto sacro che non poteva essere oltrepassato, pena la morte. Secondo la stessa leggenda, il fratello minore Remo andò incontro al suo destino sfidando il maggiore Romolo, entrando nel recinto e venendo ucciso per punizione (a quell’epoca le regole venivano prese sul serio, anche in Italia).

Secondo questa leggenda tutto ciò avveniva oggi, esattamente 2770 anni fa. La cittadina destinata a diventare la metropoli più antica, più bella e più carica di storia del mondo veniva fondata oggi, 21 aprile. Era l’anno numero 753 prima della nascita di Cristo. In epoca più recente, in un periodo in cui un popolo bisognoso di completare il recupero di un’identità nazionale si era affidato ad un governo che si richiamava senza mezzi termini alla mitologia di quei fasci littori che fecero la loro prima comparsa proprio durante le celebrazioni connesse al tracciamento di quell’antico solco, questa data fu festeggiata nel calendario come Natale di Roma.

E’ una data convenzionale, tenuto conto che successivamente il calendario sarebbe stato riformato sostanzialmente in almeno due circostanze, e sempre a Roma. La prima volta da Giulio Cesare, quando la città che Romolo e Remo avevano immaginato estendersi sui Sette Colli era diventata la capitale dell’impero più potente del Mondo Antico, la città più importante di quel mondo allora conosciuto. La seconda da Ugo Boncompagni, anch’egli a suo modo a capo del più potente impero dell’epoca moderna, la Chiesa cattolica. Come Papa Gregorio XIII, istituì il calendario che usiamo ai giorni nostri, e che rende più incerta la collocazione di quel Natale di Roma che è stato festeggiato ufficialmente sul territorio italiano fino al 1943 e ricordato nelle scuole pubbliche con una certa enfasi almeno fino alla riforma Falcucci del 1977.

Romolo e Remo erano personaggi mitologici, di quell’Epica che ci appassionava tanto, in versi o in prosa, quando ce ne venivano declamate le gesta sui banchi di scuola. Salvati dalle acque come Mosé, dopo essere stati abbandonati dalla famiglia reale di Albalonga (una famiglia che oggi qualunque assistente sociale individuerebbe come non rispondente ai requisiti per l’affidamento di minori) e cresciuti come Figli della Lupa, avrebbero deciso di fondare questa nuova città di cui sarebbero stati eponimi (il nome Roma deriverebbe da loro) e che un giorno avrebbe oscurato e sottomesso non solo la città matrigna ma tutto il mondo.

Il mito, alla cui costruzione peraltro avrebbero contribuito storici di fama come Tito Livio e poeti illustri come Publio Virgilio Marone, traeva origine e fondamento dalla volontà di nobilitare quel Natale di Roma, riconducendo la gens romana, ed in particolare quella Julia che con Caio Giulio Cesare era assurta al rango di famiglia Kennedy dell’epoca, a progenitori ancestrali del rango nientemeno che dei Troiani di Enea in fuga dalla loro città in fiamme.

Da Priamo a Giulio Cesare, i destini capitolini non potevano che essere immancabili, in quanto benedetti dagli Dei. Al punto di mantenere la benevolenza di quella benedizione anche dopo il tramonto di quegli Dei e l’affermazione di un nuovo impero basato sull’adorazione del Dio unico cristiano. Con il Papa al posto di Cesare, la città di Roma si è mantenuta eterna fino ai giorni nostri.

Come ogni mito, quello cantato da Virgilio nell’Eneide e corroborato dalla ricostruzione storica di Tito Livio mantiene un fondo di verità. Il villaggio chiamato Roma nacque come uno dei tanti insediamenti stabilitisi nel tratto compreso tra l’Italia del Nord abitata dai Celti (o Galli) e quella del Sud abitata dai Greci della Magna Grecia, quell’Italia Centrale che era stata a sua volta colonizzata da una misteriosa e assai avanzata popolazione arrivata sulle coste italiane tirreniche dall’Asia Minore: gli Etruschi.

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Il Foro Romano ai giorni nostri

Roma nacque come figliastra di un qualche insediamento maggiore, da una comunità di avventurosi giovanotti che probabilmente cercava fortuna e avvenire staccandosi da una comunità d’origine in cui gli anziani non lasciavano granché spazio. Una storia antica come il mondo. I Romani delle origini erano un melting pot di Etruschi, Laziali, Greci, Celti e chissà che altro. Romolo fu il loro primo re, e probabilmente era un lucumone etrusco, sovrano di una delle tante loro città-stato.

Per affrancarsi dal predominio etrusco e liberarsi di una dinastia reale diventata probabilmente oppressiva, scomoda, i romani attinsero al bagaglio di esperienze della Grecia inventandosi e perfezionando una Res Publica, una repubblica che nulla aveva da invidiare a quella ateniese di Pericle. Quando più avanti Roma divenne la capitale di un impero troppo grande per essere governato dalle complesse e bilanciate istituzioni repubblicane, il Senato ed il Popolo Romano attinsero alla tradizione di Alessandro Magno e dei grandi imperi orientali, creando un prototipo con Augusto che sarebbe arrivato fino ai giorni nostri, passando per Carlo Magno, Napoleone, i Kaiser e gli Zar*.

Una grandissima, lunghissima storia cominciata oggi all’incirca 2770 anni fa. Una storia che, a torto o a ragione, non manca di inorgoglirci tutt’ora. Un giorno, anche noi siamo stati Caput Mundi.

* Czar è la corruzione slava di Cesare

Simone Borri

Simone Borri è nato a Firenze, è laureato in scienze politiche ad indirizzo storico, e lavora come dipendente nella pubblica amministrazione. Tra le sue passioni ha un posto importante la Fiorentina, è tifoso viola da sempre.


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